La recensione: Revenant-Redivivo

di Francesco “Ciccio” Capozzi

North Dakota, 1823: una spedizione di caccia è attaccata dagli indiani; la sua guida Hugh Glass è straziata da un grizzly. Dato per morto, è tradito da colui che doveva proteggerlo.

Il film (USA, ‘16) è tratto da un romanzo di Michael Punke che narra degli stessi avvenimenti del fortunato predecessore “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” (USA, ‘72).

Il regista, anche sceneggiatore insieme a Mark L. Smith e produttore, è il geniale messicano Alejandro Gonzàles Inarritu, Oscar ‘15 per “Birdman” (USA, ‘14).

Il Western è tornato di moda: è l’epopea costitutiva degli Stati Uniti d’America. Ma l’approccio non è solo epico, considerando  la stessa formazione del regista. Cioè la storia di “resistenza-ritorno-vendetta”, il sottogenere revenge–movie, è letta in una chiave che lo stesso Inarritu ha definito “metafisica” per il tipo di confronto con la natura, che è un personaggio attivo e presente: poderoso, infinito, incontrollabile, intensamente, immediatamente fisico. Ma è anche storico, il che rende il film del tutto particolare.

Leonardo Di Caprio, che interpreta con forza commovente il revenant, diventa parte integrante della natura, ma anche  dell’umanità di quei territori, avendo  sposato una nativa, poi uccisa a freddo dai soldati USA, che “liberavano” i territori da colonizzare. Ed è solo: come una variante trascurabile di quell’universo.

Il film chiude con lo sguardo del protagonista verso la Macchina da Presa, verso di noi spettatori. Come se ci invitasse a ri-riflettere su tutto quanto abbiamo visto: all’insieme di valori e significati suggeriti dalla sua epopea, che hanno suscitato la nostra emotività. Inarritu, sconvolge le leggi della sintassi spettacolare: ma prima le applica.

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