La recensione, Sing street

di FRANCESCO “CICCIO” CAPOZZI

Anni ‘80, Dublino: per conquistare il cuore di una ragazza, Conor s’inventa il clip di un gruppo musicale cui farla partecipare: ma l’esperimento va ben oltre il promo….

Ecco un film (IRL, ‘16) fresco e intrigante: il fatto che provenga dall’Irlanda è un dato di interesse ulteriore, perché è una cinematografia, diciamo così, “laterale” rispetto a quella inglese; ma è dotata di una sua originalità, spesso conflittuale. Qui sono dei ragazzini i protagonisti: che usano la creazione di un gruppo musicale come strumento di crescita individuale e collettiva.

Il pensiero non può non andare a The Commitments, ‘91, di Alan Parker: un vero e proprio (divertentissimo) classico, anch’esso ambientato a Dublino, in cui, benché sorretto da un standard produttivo più consistente, circolava la stessa aria di liberazione, crescita, affrancamento culturale, anche se tra giovani adulti, non adolescenti come in Sing Street.

Il regista John Carney, irlandese doc, ha portato nel film una più personale impronta autobiografica, come ha dichiarato. Non solo l’ha diretto, sceneggiato, ma vi ha composto anche le canzoni, insieme a Gary Clark. La sua esperienza sia biografica che musicale l’ha aiutato a dare a Sing Street quel tono complessivo di autenticità.

Del resto il regista ha detto che solo essendo musicisti è possibile fare dei film musicali. Non solo: ma questa duplicità di approccio, biografica e fortemente legata all’ambiente irlandese, oltre che musicale, è stata il viatico che gli ha consentito di ottenere da Bono e The Edge degli U2 la collaborazione per la canzone dei titoli del film.

E qual è la fedeltà ambientale? A parte la felice, non invasiva ma perfetta resa storica dell’esteriorità dei costumi curati da Tiziana Corvisieri e degli arredamenti interni di Tamara Conboy, con tecnici-artisti di qualità sperimentata con successo in altri suoi film, è quella particolare essenza tipica della società dublinese, che è una variante di quella irlandese.

Qui la componente religiosa cattolica, fortemente presente, convive in maniera paradossale con gli standard di vita consumistici di forte impronta laica e perfino spregiudicata, così come la cultura della famiglia convive con le nuove esigenze di libertà e di affrancamento delle donne, ecc., e la tradizione commista alla contemporaneità.

Abbiamo visto altrove, come questo accompagnarsi della presenza organizzata e molto forte della Chiesa nelle istituzioni sociali di quel Paese sia stato tale da renderle nel passato addirittura confessionali, facendola diventare portatrice di conflitti anche molto gravi e laceranti.

Qui prevale nettamente lo sguardo e lo spirito della commedia d’ambiente e adolescenziale, aiutata dalla fotografia nitida ma nello stesso tempo come legata a temi cromatici fantasiosi di Yaron Orbach, che ha già lavorato col regista ed è attivo tra le due sponde dell’Atlantico. Alcune soluzioni di ripresa appaiono come espressioni di una puntuale memoria ricostruttiva del passato, come quella della casa di Conor.

Qualche personaggio, come Padre Baxter, l’attore irlandese Don Wycherly – di presenza tanto energica quanto manesca e vagamente terrorista ma non privo di una sua umana e intelligente affettività – è letto in una chiave di indulgente tolleranza, perché come circondato da un’atmosfera di memoria nostalgica.

Ma la forza del film è proprio questa. La vita di famiglia di Conor si svolge tra la profonda affettuosità e stima di cui veniva circondato dal fratello maggiore, più ribelle ma meno talentuoso, e la sempre più chiara percezione che tale nucleo si stava trasformando e sfaldando. E da cui lui, per poter sopravvivere, si doveva affrancare.

E l’andata a Londra, all’epoca, era la manifestazione di questa volontà: era come andare in un altro mondo, la meta di molti giovani irlandesi insofferenti alla cappa che in qualche modo opprimeva la società irlandese. Conflitti che nel film, in un certo senso, non hanno il tempo di diventare drammatici perché sono trattati con un tocco di forte simpatia per i giovani personaggi, ragazzi aperti e simpatici, che hanno il coraggio di dare vita al desiderio di esprimere la propria passione per la musica che li accompagna nelle loro dinamiche psicologiche di crescita.

Comunque Sing street approfondisce e specifica le dinamiche individuali, mentre il romanticismo adolescenziale del rapporto di Conor – il giovane attore Pherdia Walsh-Peelo – e Raphina – la giovane, graziosa e stuzzicante Lucy Boynton – s’intinge di non peregrina poesia, sorretta da un umorismo da commedia collettiva. Lo stesso regista ha dichiarato il suo debito, nella sua adesione al modo di vedere il mondo dagli occhi dei ragazzi, verso il cinema di François Truffaut.

Pure assai riuscito è il personaggio del fratello maggiore, interpretato con sincera autorevolezza da Jack Reynor, un altro dei pochi attori professionali del film. Sembra uno di quei contestatori degli anni ‘60 (If…), ma non ne è una macchietta: esprime piuttosto una ribellione che più che politica sembra generazionale. Si acconcia infatti a vivere con mammà… Però dà forza al fratello minore: lo incoraggia al grande salto verso l’ignoto. Ma il suo darsi non stinge, perché la regia l’ha saputo integrare molto bene nell’insieme.

Ed è la musica il collante drammaturgico: riesce ad essere un commento che amplia dall’interno le scelte degli attori e delle loro vite, non qualcosa di superficiale.

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