La Recensione, Smetto quando voglio. Ad honorem

di Ciccio Capozzi

Pietro Zinni, il ricercatore universitario e la sua banda, dediti al commercio di droghe chimiche non ancora sotto tiro giudiziario, stanno in galera. Ma Pietro si rende conto che dietro l’episodio che li ha fatti arrestare, c’è un disegno ancora più folle e criminale. Deve uscire e con lui tutti i suoi.

Smetto quando voglio. Ad honorem (ITA, ‘17) è il terzo e, per ora (mai dire mai….), definitivo della serie: il primo è del 2013. Visto il successo inaspettato, il regista Sidney Sibilia, già sceneggiatore del primo, e i produttori Giuliano Procacci, il vulcanico e previggente patron della Fandango Film, e Giulio Rovere, produttore ma anche regista e sceneggiatore di talento, fondatore della production company  Groenlandia, misero in cantiere contemporaneamente il secondo (Smetto quando voglio. Masterclass, ‘16) e Ad honorerm. Sono ricorsi a nuovi sceneggiatori, oltre a Sibilia, Francesca Manieri e Luigi Di Capua.

È stata un’operazione di una certa ampiezza e lungimiranza, non solo creativa, ma anche commerciale. Hanno fatto ciò il cinema USA fa da tempo: basti pensare ai sequel di Matrix o a tutti i film della saga di Jackson da Tolkien. Hanno immaginato i due episodi come un tutt’uno. Nel senso che alcuni momenti topici del precedente, sono qui ri-illustrati: però “ripresi” da una nuova prospettiva soggettiva. Sono “interpretati”, cioè, dallo sguardo del nuovo antagonista, già “presentato”, sia pur circondato da un alone di efficace misteriosità, nel precedente, espresso con concentrazione e sicurezza dal colto e sensibile Luigi Lo Cascio.

Anche Lo Cascio, come avevamo intuito, ricercatore universitario di grandi capacità, cinicamente e sprezzantemente buttato via sull’altare dello spreco, della falsità e dell’incuria dei politici e delle autorità accademiche: la cui pericolosità sociale congiunta è criminale. Ma la narrazione che lo riguarda, ci è introdotta dalla new entry o, meglio, dalla valorizzazione di un personaggio che già conoscevamo: il quasi mitico e inafferrabile “pericoloso” Murena, un bravo, volutamente e riuscitamente sottotono Neri Marcoré.

Anche Marcoré, come sapevamo dal II episodio, legato nel passato al milieu universitario. Questo passaggio, rende la narrazione molto angolata, fluida e costruita per tasselli perfettamente a incastro. Ci permette inoltre di chiarire in maniera approfondita le motivazioni e le personalità presenti; di coglierne fino in fondo la drammaticità, complessità; e a chi attribuire le responsabilità degli eventi drammatici che stanno alla base degli sviluppi del film.

A finale, fa esaltare la qualità di scrittura della sceneggiatura, la sua finezza e precisione. Come anche assai disinvolto, elegante e conciso è il raccordo visivo tra i due episodi: ma qui, oltre che degli sceneggiatori, il merito è del montatore Gianni Vezzosi. Utilizzando in tempi narrativi strettissimi, cioè in velocità, le corrispondenze che ci richiamano, come dicevo, semplicemente da una diversa angolatura visuale, un importante momento dell’altro film, ha rastremato e chiarito con sicurezza ed energia i momenti di unione.

Come anche attiene alla qualità del montaggio, lo sviluppo di tutte le sequenze d’azione del finale: non siamo in una produzione hollywoodiana, tenendo però conto dei limiti finanziari, il tutto “va’” come deve. Come, ad esempio, sempre sulla qualità del montaggio, faccio notare che la sequenza, illustrata sulle parole del Murena, che descrive l’antefatto drammatico in quella struttura dove si era chiuso il II episodio, e che riguarda Lo Cascio, è costruita con partecipazione emotiva (ne siamo presi), sintesi (dura poco) e chiarezza (dice tutto).

C’è ancora da dire che tale risolutezza narrativa è sorretta anche dalla qualità del tipo di cromatismi scelti: la direzione della foto è di Vladan Radovic. Proveniente dal cinema di nicchia e sperimentale, ha accompagnato la sua ricerca tecnica sull’uso dell’illuminazione, sempre con lo sforzo di creazione di atmosfere narrative. Qui utilizza tinte e sfumature non squillanti, da commedia tradizionale, bensì tali da sottolineare quella sostanziale drammaticità, che, di fatto, sta alla base della narrazione. Che però risulta intelligentemente rischiarata da sottolineature comiche e gags d’effetto,

https://www.youtube.com/watch?v=2kahrJd2BOY

La qualità del film è appunto questo “strano” equilibrio tra le varie componenti narrative e tematiche: è una denuncia feroce e chiarissima sulle ragioni dell’impoverimento culturale delle istituzioni accademiche. Affronta il dramma, ma mantiene desta anche una sua originale, complessiva atmosfera comica. Ciò proviene dalla sceneggiatura e dal carisma, grande duttilità espressiva degli attori e contemporaneamente dalla ferrea tenuta registica su di loro, nessuno dei quali “strafà”.

Si vivono con grande rilassatezza corale: prova del fatto che il “collettivo” ha raggiunto un suo magico equilibrio tra le varie personalità. Ai due sopra citati c’è da aggiungere Eduardo Di Leo, ‘o boss della squadra, simpatico e problematico, Valerio Aprea, tranquillo e stralunato, ma attento, e il suo sodale filologo; Stefano Fresi, oversize, stavolta meno appariscente, ma sempre funzionale, Libero De Rienzo, Giampaolo Morelli, Pietro Sermonti. Il duetto a distanza tra Di Leo e la sua ex moglie (Valeria Solarino) è costruito con delicata considerazione dei sentimenti; oltre che con adeguati risvolti sexy e comici.

Merita un cenno il viscido Sergio Solli, che, magari in eccessiva caricaturalità, esprime fino in fondo il disgusto per questi arrivisti accademici, ignoranti, ma corrotti maneggioni, che si legano a ipocriti politici della loro stessa risma, per affossare l’Università e negare il futuro ai giovani. Tuttavia, il film nel sottofinale apre ad una sia pur tenue speranza, benché con disincanto ironico, sui ragazzi che ora si affacciano agli studi.

Ciccio Capozzi, già docente del Liceo Scientifico

porticese Filippo Silvestri, è attualmente

Direttore Artistico del Cineforum

dell’Associazione Città del Monte|FICC al

Cinema Teatro Roma di Portici.

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