La recensione, Sully

di FRANCESCO “CICCIO” CAPOZZI

Il 15 gennaio 2009 il comandante di un velivolo civile di linea, Chesley Sullemberger, a causa di un guasto tecnico lo fece “affiumare” nell’Hudson a New Yrok City, salvando i 155 passeggeri a bordo e l’equipaggio.

Il regista di questo film (USA, ‘16), è Clint Eastwood, che ha 86 anni: la saggezza dell’età e l’esperienza professionale fanno corpo in quest’uomo che col tempo ha maturato qualità intellettuali di grande finezza. Ma la cosa che più colpisce è che il tutto da lui messo in film sia “semplice” o, per meglio dire, abbia le apparenze di una linearità narrativa e tematica che “tutti” possiamo “capire”.

Non ci sono contorti messaggi autorali, di tipo esistenziale ma, sempre, ci sono riflessioni sui valori, quelli fondanti la cultura americana. Lo stesso regista nelle varie interviste ha messo in evidenza come il nucleo drammatico non sia nell’episodio in sé, a tutti noto, ma nelle conseguenze successive. Il comandante fu sottoposto per ben 18 mesi ad un vero e proprio processo, stressante e pericoloso per gli starsciche che avrebbe potuto avere sulla sua stessa esistenza personale, da parte di una Commissione d’Inchiesta della sua Amministrazione, per vedere se il salvataggio sul fiume, con la conseguente distruzione del velivolo, fosse l’unica soluzione possibile. O se invece ve ne sarebbero potute essere altre meno onerose per la Compagnia.

Quindi abbiamo un uomo solo, posto di fronte a scelte da mettere in essere sotto la sua esclusiva responsabilità, nel giro di pochi secondi (nel film sono precisati: 31 secondi). Scelte che escludono ogni alternativa o ritorno, una volta iniziata.

Il gioco quindi è tutto di montaggio e di sceneggiatura. Quest’ultima, tratta da un libro autobiografico dello stesso pilota, molto bella e precisa, di Todd Komarnicki, connette abilmente le fasi del racconto, che si ravvivano e si scontrano,“accendendo” il film, grazie all’uso del montaggio.

Attraverso l’abile, continuo e puntuale confronto del presente (il processo) con l’esperienza dell’incidente, mettendo le pause, i momenti bui, e perfino gli incubi, interrompendone i “crescendo”, ecc., nei momenti giusti, il montatore Blu Murray, ha variato i momenti che preludevano ai confronti con le autorità, che erano più dolorosi e sfiancanti, della prova che ha sostenuto al comando dell’aereo.

Da notare che Murray è stato a lungo Assistente Montatore nei film di Clint, quindi ha appreso nella sua lunga gavetta con lui, i sensi e i ritmi del narrare eastwoodiano, che qui ha fatto propri. Ovvero niente di forsennato o di troppo veloce: ma un procedere che, pur non essendo lento, lascia allo spettatore il tempo di penetrare e “assaporare” nel profondo la sostanza drammatica e umana che sta avvolgendo i protagonisti.

Lui ci ha insegnato che perfino le scene di violenza, nella loro bruciante velocità, hanno senso e appropriata funzione drammatica, solo se accompagnate, e preparate, da adeguati approfondimenti caratteriali e di motivazione. Tutto il contrario delle studiate, spesso compiaciutamente decorative, coreografie peckimpackiane o post tarantiniane, con cui vengono composte quelle attuali. Qui, in stile più veloce, sono costruite le pregevoli sequenze dell’ammaraggio (o affiumaggio …).

Lo stile è concitato, ma sovranamente logico, e raccoglie ed esalta, mettendoli a frutto visivamente,quegli elementi di differenziazione tra i passeggeri che prima erano stati velocemente ma efficacemente indicati. È evidente come, drammaturgicamente, il regista e il suo montatore, hanno messo in evidenza plasticamente come, in nessun momento, perfino in quello dell’impatto, il comandante e il suo equipaggio,non avessero mai cessato di tenere la situazione sotto controllo.

Ciò comunica allo spettatore, più di tante parole, la misura della freddezza e della lucidità esemplari di Sully nel corso degli avvenimenti. Come anche la sua umanità: diventa iperattivo, e sembra nervosissimo, solo quando va avanti e indietro la carcassa dell’aereo per accertarsi definitivamente e a più riprese che lui è l’ultimo a lasciare “la nave”.

locandina

L’interpretazione che ne tratteggia Tom Hanks è molto “a togliere”, non ad enfatizzare: sente semplicemente di aver fatto il suo, non molto di più. Ringrazia, e generosamente e intelligentemente tiene conto degli apporti altrui, del secondo ufficiale (Aaron Eckart), che lo ha sempre sostenuto, come degli altri membri dell’equipaggio e delle squadre di salvataggio (sopravvenute in 22 minuti …).

È un vero eroe americano, solido umanamente, intelligente e magnanimo. Ricorda taluni personaggi di John Ford ma soprattutto il James Stewart di Frank Capra. Ed è proprio la stupita, ma non stupida, silenziosità di Sully che esalta il conflitto con l’istituzione ufficiale che tenderebbe a fagocitare, all’interno di logiche difensive di sistema spesso opache se non ingiuste e profondamente oppressive, le individualità che si fanno carico delle proprie e spesso altrui responsabilità.

Questa lotta è un tema spessissimo ricorrente in Eastwood: lo caratterizza. E accompagna quella linea di lettura disincantata, ma mai priva della considerazione, anche contraddittoria di aspetti di umanità, dei fatti e degli avvenimenti, compresi quelli storici. Visione che più che individualista, definirei cripticamente anarchica.

In questa chiave “antisistema” mi spiegherei, ma non lo enfatizzerei nemmeno tanto, il suo preferire Trump, all’ingessata, fredda e sistemica Hillary. Tenendo conto che i suoi valori sono esemplarmente, e non per ruffianeria politically correct, del tutto all’opposto di quelli del Ku-Klux-Klan e assimilati: ah, Giorgio Gaber, com’è difficile la vera e laica diversità!

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