La recensione: Un padre, una figlia

di FRANCESCO ”CICCIO” CAPOZZI

In un paesotto sperduto della Romania, un padre cerca di aiutare la figlia a prendere una borsa di studio che la porterà in Inghilterra. Per quanto egli sia una brava persona non rifugge dalle raccomandazioni.

Il regista-sceneggiatore di questo film (ROMAN-FRA-BEL, ‘16) è l’enfant prodige del cinema rumeno Cristian Mungiu, regista che a Cannes nel 2007, con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, la sua seconda opera, vinse la Palma d’Oro. Nell’edizione ‘13, ne è stato Giurato. In quella del ‘16 ha vinto, in ex-aequo, insieme al francese Olivier Assayas, il Premio per la Miglior Regia.

È un regista, diciamo, “festivaliero”: nel senso che se non ci fossero state queste ribalte internazionali, difficilmente l’avremmo conosciuto e apprezzato. Ed è indubbiamente anche un “autore”, perché il suo cinema si connota sempre con un piglio molto personale; che rifugge dalle facili scorciatoie della spettacolarità: eppure, come in questo caso, la sua è una cifra della continua “scoperta” e denudazione. Che comunque cattura la nostra attenzione.

Il suo è un cinema “povero”, in quanto utilizza modi di ripresa da “cinema di realtà”, con la Camera a spalla, spessissimo “chiusa” sul volto degli attori. Alla ricerca spietata di quelle verità che si nascondono spesso nei rapporti affettivi più stretti. Nelle parole che “coprono” più che comunicare lo stato dei rapporti tra le persone.

Non è che ci siano dei “cattivi”: ma sono gli stessi “buoni” ad essere attraversati dalle diverse e contrastanti motivazioni che li portano ad assumere comportamenti differenti da ciò che loro stessi proclamano alle loro coscienze.

In questo, la sceneggiatura è di una solidità concettuale, ma, contemporaneamente, di una ricchezza di sfaccettature, sia di motivazioni talvolta contrastanti, che di “scatti” in avanti, che la rende duttile e di grande qualità letteraria. Da sottolineare che tutte queste complessità si manifestano all’interno di tutti i pochissimi personaggi del film. Senza che vi siano contraddizioni nell’esplicarsi del loro essere.

Il padre è un medico di rispettata e umana professionalità, che ha cercato di resistere all’andazzo del malcostume raccomandatizio; che aveva degli ideali, lui e la sua spenta moglie, non più amata, per cui hanno fatto battaglie, perdendole. Ma che ora, nonostante tali premesse, si acconcia a chiedere, ad un simpatico imbroglioncello, politico corrotto, molto “italiano”, dei “piaceri” che, per sé, altrimenti non avrebbe mai chiesto.

Ha anche una giovane amante con figlio, però non si decide a lasciare casa sua. Ma tutta questa rete di relazioni ha il suo contraltare nei rapporti con la figlia adolescente, che viene messa violentemente a confronto con quei valori cui era stata presumibilmente educata, ora fattualmente e ipocritamente negati.

La ragazza assiste inoltre impotente allo sfasciarsi della famiglia: sente che è lei il perno dell’azione, su cui “girano” le motivazioni del comportamento del padre. Di tutto ciò avverte come un senso di responsabilità, il peso e l’angoscia. Il suo ribellarsi alla stringente programmazione paterna dà il senso di ricerca della libertà. Così anche il rapporto col suo ragazzo, un giovane dai comportamenti socialmente ambigui. Però avvertiamo il profondo affetto tra i due. Ci viene fatto intendere che la relazione è intensa: fatta di note alte e basse, dette e non dette: non solo “hollywoodiana”.

E il finale aperto ha una sostanziale coerenza, sia, come dicevo prima, affettiva che psicologica: non sappiamo ciò che deciderà la ragazza; ma ciò che farà sarà “suo”, non il mandato di altrui volontà.

È un dramma familiare “in interni”. Ma non c’è nulla di asfissiante o di compiaciutamente teatrale: al contrario. È come se in quegli spazi passasse tutta la realtà contemporanea della Romania “profonda” dei nostri giorni.

L’organizzazione interna del film è tutta concentrata a darci sempre il senso di ciò che sta attorno ai personaggi. Attraverso il quotidiano, distinguiamo il sapore di una società. Le articolazioni delle dimensioni scenografiche, in cui sono immessi, “parlano” insieme ai personaggi: ne sono un “coro” attivo e pregnante.

La scelta degli esterni, la cittadina di Victoria nella Transilvania, indica una provincialità non solo geografica ma metaforica. Da rilevare la presenza dei fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne in veste di produttori: infatti il cinema di Mongiu ha anche a che fare con la loro complessità sociale e psicologica.

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