La Rivolta di Masaniello – Prima parte

di Michele Di Iorio

Masaniello, al secolo Tomaso Aniello d’Amalfi, nacque a Napoli il 29 giugno 1620 nel quartiere Pendino, nel vico Rotto a mercato, a poca distanza di Porta Nolana e vicino la Pietra del Pesce, la gabella di finanza sul pescato.

Il padre Francesco detto Cecco era pescatore e venditore al minuto di pesce al mercato e la madre Antonia Gargano, massaia, avevano fatto battezzare Masaniello nel giorno della nascita nella chiesa di Santa Caterina in Foro Magno. Ebbero altri  tre figli, Giovanni, Francesco e Chiara.

Masaniello era analfabeta, uno degli scugnizzi della zona Mercato. A 8 anni iniziò a lavorare con il padre. Nel 1641 sposò la bella sedicenne Bernardina Pisa di Portanova nella stessa chiesa napoletana in cui era stato battezzato.

Masaniello era piccolo di statura, di incarnato bruno e capelli castani, occhi scuri, baffetti biondicci. Vestiva alla pescatora, con berretto rosso, tunica e calzoni arrotolati al polpaccio. Sempre scalzo, era fumatore di pipa e giocatore di carte, dadi e giochi d’azzardo. Per vivere meglio si diede al contrabbando di pesce, di carne e di farina.

Nei primi mesi del 1647, la moglie fu arrestata per 8 giorni perché trovata dai gabellieri in possesso di una calza di lana piena di farina di contrabbando. Masaniello dovette rivolgersi a un usuraio per avere i 100 scudi per la cauzione e liberarla. Per saldare il debito con lo strozzino fu poi costretto a fare quasi lo schiavo in casa del duca Carafa di Maddaloni.

Continuò a praticare il contrabbando al comando di una banda di 200 lazzari, che taglieggiavano i venditori delle bancarelle di piazza Mercato.

Il 6 luglio di quell’anno, un sabato, Masaniello alla testa dei suoi scagnozzi prese parte al corteo in onore della Madonna del Carmine. Erano vestiti alla mora, in rosso e nero, con il viso spalmato di nerofumo, turbante e piedi scalzi, armati di lunghe  canne a mo’ di picche. Arrivati sotto il balcone del viceré, presero a gridare. «Abbasso le gabelle e il malgoverno!»

Fu la scintilla che il popolo aspettava pr liberarsi dall’insostenibile vessazione fiscale spagnola. In serata sulla riva del fiume Sebeto, nella trattoria La bufala, si radunarono 25 capi di quartiere, artigiani, mercanti e popolani, tra cui Masaniello. Decisero di ribellarsi.

Il 7 luglio mattina a Porta Capuana, alla gabella della farina, i fruttivendoli giunti da Pozzuoli si rifiutarono di pagare l’ennesimo dazio di 5 carlini sulla frutta e per protesta rovesciarono i loro cesti di fichi calpestandoli davanti al capitano dei gabellieri Antonio Barolo  che voleva pesare la frutta sulla bilancia daziaria. L’eletto del popolo Naclerio arrivato sul posto parlò a favore dei gabellieri ma finì bersaglio della sassaiola dei masnadieri di Nasaniello e il daziere Zuina corse dal viceré a chiedere aiuto.

Incominciò l’assalto sistematico agli altri posti daziari fino a piazza Mercato. Vennero bruciate le sedi e i registri fiscali, anche la casa del capogabelliere di Portanova. Misero in fuga gli uomini di polizia urbana e occuparono e sbarrarono le Porte Capuana e Nolana, liberando detenuti comuni e contrabbandieri nelle dodici prigioni della città, per un totale di 6000 uomini che si unirono ai ribelli.  Erano già 8mila rivoltosi armati con ogni strumento e misero a ferro e fuoco Napoli inneggiando al  cardinale Ascanio Filomarino che prometteva pace e riforme.

I ribelli entrarono nella chiesa della Madonna del Carmine portando in trionfo il nobile Tiberio Carafa principe di Bisignano, mediatore per il viceré. Intanto i rivoltosi capitanati da Masaniello diventavano sempre più numerosi.

Il viceré inviò due battaglioni di soldati e 500 mercenari tedeschi che si lanciarono per via Toledo, su piazza del Gesù e via Tribunali per riprendere Palazzo Capuano e sconfiggere i ribelli. Torme di popolo uscirono però dall’odierno vico Filangieri e passando da San Biagio dei Librai alla chiesa della Madonna della Pietrasanta in via Tribunali e assaltarono i soldati vicereali costringendoli a rinchiudersi nei castelli.

I ribelli cominciarono a saccheggiare case borghesi, negozi e palazzi nobiliari. Arrivati alla Reggia forzarono il primo posto di guardia disarmando e massacrando i mercenari tedeschi, penetrarono all’interno e la  misero al sacco.

Rodrigo Ponce de León y Álvarez de Toledo duca di Arcos  circondato dai nobili fuggitivi e  con poca truppa fedele spagnola promise amnistie ai detenuti comuni e riduzioni delle gabelle, ma gli fu ricordato a gran voce che i detenuti erano già liberi voleva l’azzeramento di tutte le gabelle a napoli.

Il viceré timoroso e spaventato promise di fare tutto quello che era in suo potere pur di assecondare i rivoltosi. Poi, lanciando zecchini ai popolani saltò nella sua carrozza e per la notte si rifugiò nel vicino convento di San Luigi per poi riparare la mattina successiva a forte Sant’Elmo con 2200 soldati ispano-tedeschi di scorta.

Dietro Masaniello c’erano gli ispiratori occulti della rivolta: frate Savino Boccardo, il dottor Marco Vitale e don Giulio Genoino, già  magistrato del viceré e poi incarcerato quale ispiratore dei tumulti di vent’anni prima. I capi del movimento napoletano si erano riuniti nella chiesa del Carmine per discutere di quella calda notte.

Il viceré venne a conoscenza che i congiurati si erano impadroniti di  alcuni cannoni nascosti nella chiesa di San Lorenzo e li avevano puntati su Castel Sant’Elmo dal campanile di Santa Chiara. Si trasferì dunque al Maschio Angiono, pronto a prendere il mare in caso di pericolo.

Fine prima parte

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