La storia secolare di Ponticelli

di Michele Di Iorio

A 10 km dal centro di Napoli, si trovano i quartieri di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli. Cadono in una zona fertilissima, un tempo bagnata dal fiume Sebeto e dal lagno. Ivi si estendevaono i casali di Terzio, il nucleo più antico di Ponticelli, quelli di Ponticelli Minore e Maggiore, quello di Porchiano, ognuno indipendente e con un proprio ricevitore o collettore fiscale, come attesta una pergamena notarile  di acquisti di poderi agrari dell’anno 804 da parte dei monaci napoletani di San Sergio e Bacco, e attraversati da un ponticello in legno sul lagno in località Terzio.

I monaci nel 917 costruirono il primo mulino ad acqua per la macina del grano, un secondo mulino nel 949 e un terzo nel 951. Mantennero la proprietà dei fondi per molti anni, non essendoci feudatari come invece nei Casali limitrofi.

Nella zona, in località Tufarelli, sono state trovate tracce di insediamenti preesistenti, come  una villa grande villa romana risalente al I secolo a.C., appartenuta a Caius Olius Ampliatus, figlio di un veterano di Silla.

La chiesa più antica di Ponticelli è quella di Santa Maria delle Grazie a Porchiano. Risale al 994, che fu retta da un monaco eremita. In stile romanico, costituita da un’unica navata centrale, venne gestita da una confraternita laica di sellai di Porchiano, sciolta solo nel 1828.

Le piccole amministrazioni dei 4 casali indipendenti risalgono al 1236. Bisognerà aspettare il 1497 perché si uniscano divenendo un unico casale, Ponticelli..

Nel 1628 il poeta napoletano Guarini aveva ambientato la favola arcadica del Pastor fido, in dialetto napletano, nelle campagne di Porchiano, per la sua tranquillita dei luoghi.

Nel 1647 la popolazione di Ponticelli aveva raggiunto le 1400 unità, in gran parte contadini, braccianti agricoli, artigiani, ecclesiastici.

Nel 1782 l’avvocato Michele De Iorio protesse giuridicamente Ponticelli dalle ingerenze della chiesa di Napoli e del comune di Casavatore, tanto che fu acclamato quando ritornò in visita nel 1788  con il fratello don Giuseppe vescovo di Samaria, per benedire le nuove campane della chiesa della Madonna della Neve.

Durante la Repubblica Napoletana del 1799, Ponticelli contava 4183 abitanti. Il paese fu occupato dalla Compagnia di artiglieria da campagna del capitano Pietro Colletta, dopo che i popolani ebbero bruciato la bandiera giacobina e l’albero della Libertà, dopo aver assalito la guardia civica repubblicana.

Colletta fucilò 13 ponticellesi presi che appoggiarono i sanfedisti il 13 giugtno , le rivolte filo borboniche di Portici e di Barra, e confiscò la statua d’oro di San Rocco dalla chiesa. Una delegazione di ponticellesi ne richiese però fortemente la restituzione, come pure la liberazione di altri ostaggi. Il reparto repubblicano pensò dunque di ripiegare su Napoli.

Nell’800 borbonico l’Amministrazione comunale di Ponticelli era composta di dieci decurioni ed una guardia urbana di 19 militi.

Nel 1861 in viale Margherita fu allocata una caserma dei Carabinieri con 5 militari al comando di un maresciallo.

Fino al 1925  Ponticelli  rimase comune autonomo: l’ultimo grande sindaco fu Aprea.

In quegli anni la popolazione in prevalenza socialista e comunista si oppose al regime fascista e per punizione fu aggregata al Comune di Napoli come 17esima sezione.

Per amor del vero bisogna comunque dire che se non giuridicamente Ponticelli rimase autonoma nel sentire: negli stessi giorni delle 4 giornate di Napoli si distinse nella Resistenza contro i nazifascisti.

La popolazione ponticellese nel tempo crebbe esponenzialmente: con l’inaugurazione del rione INCIS nel 1967 salì a 70mila abitanti.

La secolare vita, quasi bucolica, di Ponticelli negli ultimi anni purtroppo è degenerata in un clima dove impera delinquenza, contrabbando, prostituzione.

Un episodio atroce avvenuto nel 1983 fu il massacro delle piccole Barbara Sellitto e Nunzia Munizzi di sette e dieci anni, una vicenda che presenta molti lati oscuri ma che pesa ancora come un macigno su Ponticelli.

 

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