La straordinaria storia della Croce di piperno

di Michele Di Iorio

Napoli è ricca di storia e di storie. Una città dove le leggende fioriscono, si radicano, e, quando sembrano essere relegate in narrazioni senza fondamento, ecco che viene fatto un ritrovamento che invece ne conferma la veridicità. Questa è la storia della croce di piperno o Graal di Soccavo …

Nella periferia di Napoli sin dal XIII sec d.C. era attiva la Corporazione degli intagliatori ed escavatori di piperno di Soccavo, ai piedi della collina dei Camaldoli, era uno dei casali dei sobborghi della città.

Soccavo si sviluppò da un antico villaggio risalente al periodo greco di Neapolis, e pare risalga ad allora l’abilità estrattiva degli abitanti, come attestano alcuni frammenti di ceramica attica rinvenuti nel 1540 sotto la chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, sulla via di Antignano, contrada un tempo agricola, prima dell’apertura della strada della Crypta Neapolitana, o Grotta di Posillipo o Grotta di Virgilio,

Che i soccavesi fossero abili estrattori e intagliatori pipernieri è stato confermato da successivi ritrovamenti romani imperiali e poi longobardi nelle campagne e masserie del luogo. Del resto, lo stesso nome Soccavo indica il punto di estrazione principale della pietra lavica resistente al tempo e alle condizioni atmosferiche, materiale con la quale sono stati costruiti gli antichi palazzi nobiliari di Napoli, come Palazzo Cuomo poi Filangieri in via Duomo e il bugnato della chiesa del Gesù nella piazza omonima, che riporta misteriosi simboli che pare siano stati tracciati proprio dai pipernieri di Soccavo.

Le cave di piperno erano note anche ai sovrani angioini. Furono potenziate e organizzate dai re aragonesi per il restauro del Castel Nuovo di Napoli.

Nel 1538 una improvvisa eruzione notturna del Monte Nuovo distrusse il villaggio medioevale di Tripergole e danneggiò gravemente due villaggi vicini, la popolazione superstite si rifugiò a Soccavo, e con la popolazione aumentò anche l’attività dei pipernieri che tramandarono la loro arte a sempre più allievi intagliatori, edili e escavatori. I maestri erano organizzati in una Corporazione artigiana dei Pipernieri di Soccavo sin da 1470, che divenne sempre più forte.

Nel 1613 i pipernieri di Soccavo costruirono per una confraternita religiosa una croce in stile celtico di piperno su una base di tre gradini, che riporta una serie di simboli: in alto lo Spirito, quelli dei S.S. Pietro e Paolo sulle braccia, sotto il teschio, i chiodi la corona di spine e una giara contornata da raggi.

 

 

 

Questa incisione secondo molti studiosi antichi era riferita al Santo Graal, il calice dell’Ultima Cena, dove Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto gocce del sangue di Cristo ferito al costato dalla lancia del centurione romano Caio Cassio, detto Longino.

Il Graal si dice che poi sia stato messo in salvo in vari luoghi, fino a Gerusalemme, nelle stalle del Tempio di Salomone e da lì portato via dai Cavalieri Templari nel 1240 e consegnato a Federico II di Svevia che lo custodì in Castel del Monte.

Quando si pensò che lì non fosse più al sicuro fu trasferito in gran segreto a Napoli presso il Sanseverino principe di Salerno, che lo nascose nella chiesa napoletana della Madonna della Pietra Santa in via Tribunali, servendosi di camminamenti sotterranei delimitati da 22 croci templari: da piazza del Gesù e per via Tribunali  arrivavano al giardino dei principi di Sansevero, dove ora sorge la Cappella gentilizia. Il percorso delimitato dalle croci venne rinvenuto nel 2009  dal Comune di Napoli nel corso di vari scavi.

Si dice che nel 1613 venisse collocato all’interno della croce celtica di piperno di Soccavo, proprio in quella giara radiante. La leggenda continua: secondo una tradizione segreta napoletana il vero Graal sarebbe stato invece nascosto nel 1737  nella Cappella Sansevero di Napoli per ordine di Raimondo De Sangro.

Nel 1828 venne sciolta La Corporazione degli ultimi pipernieri di Soccavo.

Nel 1960 la croce celtica di piperno detta Graal di Soccavo fu spostata nel quadrivio di via Scherillo e via del Maratoneta, posta in una edicola di ferro e vetro.

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