La vita del grande Pergolesi

di Michele Di Iorio

Giovan Battista Draghi nacque a Jesi nelle Marche, in provincia di Ancona il 3 gennaio del 1710. Alla storia passò come Pergolesi, soprannome che derivava dalaese d’origine del nonno francesco, Pergola.

Il nostro Pergolesi, figlio di Francesco Andrea e di Anna Vittoria, ebbe una giovinezza agiata e fu da subito incline alla musica, esercitandosi sull’organo della parrocchia di San Settimio in Jesi, dove apprese a 6 anni i primi rudimenti della sua arte dal sacerdote e dall’organista.

4 anni dopo fu allievo dal sacerdote organista Francesco Mondini, cappellano del Comune, studiando organo e violino, strumento di cui si dimostrò subito virtuoso. Per altri 5 anni studiò invece con il Maestro di Cappella del duomo di Jesi, il sacerdote don  Francesco Santi.

Il padre di Giovan Battista era caposorvegliante della milizia urbana pontificia e amministratore laico della Compagnia di Gesù nella sua città, nonché amministratore dei beni privati del marchese don Cardolo Maria Pianetti. Aveva dunque amicizie influenti, e fu proprio il marchese a intuire le grandi doti del giovanetto dopo averlo ascoltato suonare violino e organo.

Sentite le lodi tessute dai suoi due maestri sacerdoti, il Pianetti lo presentò al vescovo di Larino in Molise, don Carlo Maria Pianetti, che era anche governatore della Santa Casa di Loreto. Il vescovo dopo averlo ascoltato nel 1725 lo inviò a studiare a Napoli al Real Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo al largo dei Gerolomini.

Al conservatorio studiò con i maestri Leonardo Leo e Francesco Durante e nel 1729 come virtuoso violinista fu nominato capoparanza dell’orchestra, cioè primo violino. Il compito di Pergolesi era dirigere l’ensemble dei compagni nei cortei religiosi e pubblici, nei battesimi, cresime, matrimoni. Si diplomò in violino ed organo nel 1731.

Giovan Battista Pergolesi mentre studiava già componeva opere diventate famose: “La Fenice sul rogo, ovvero la morte di san Giuseppe”, la “Messa in re maggiore” e “Salustia”, quest’ultima rappresentata a Napoli al teatro San Bartolomeo, che nel 1737 divenne Teatro di San Carlo.

Il principe Colonna di Stigliano prese Pergolesi al suo servizio come Maestro di Cappella. Nel salotto del principe conobbe anche il duca  Marzio Carafa di Maddaloni, suo fervido ammiratore, che gli presentò suo cugino, don Raimondo de Sangro principe di Sansevero.

Su raccomandazione del principe Colonna di Stigliano nel settembre del 1732 andò in scena al Teatro de’ Fiorentini l’opera buffa “Lo frate ‘nnamorato”. In quell’occasione il nostro musicista, bellissimo seppur minato dall’infanzia dalla poliomielite alla gamba sinistra e malato di tisi, conobbe la giovane nobildonna donna Maria Spinelli di Scalea. I due giovani s’innamorarono perdutamente, di un amore puro e segreto, alimentato da lettere recapitate da una fedele cameriera.

Nel novembre del 1732 Pergolesi ottenne l’incarico di Maestro di Cappella a Palazzo Reale e nel dicembre compose una “Messa in Re” in segno di lutto per i pescatori e marinai morti nel terremoto e nel maremoto che colpirono la città.

Il 28 agosto del 1733 compose “Il prigioniero superbo”, un’opera seria per il compleanno dell’imperatrice Elisabetta Cristina. Insieme con quest’opera divenne famoso anche l’intermezzo musicale “La serva padrona”.

Nel febbraio del 1734 per intervento del suo amico e protettore il duca di Maddaloni fu nominato Maestro Sostituto della città di Napoli.

L’amore platonico e segreto tra Pergolesi la nobildonna Maria venne scoperto dai fratelli di lei, e fu imposto alla giovane di maritarsi in soli tre giorni con l’anziano conte Giulio Acquaviva di Conversano. Per evitare che i sicari inviati dai fratelli pugnalassero a morte il giovane musicista, Maria, sebbene rifiutasse il matrimonio impostole, scelse di farsi suora di clausura al Monastero di Santa Chiara, pretendendo che la musica della Santa Messa per la sua monacazione fosse suonata da Giovan Battista.

Per scongiurare ulteriori pericoli per Pergolesi il re Carlo III di Borbone lo fece trasferire a Roma per rappresentare “L’Olimpiade” in occasione della festa di San Giovanni Nepucemo, nella Cappella boema della chiesa di San Lorenzo in Lucina. Purtroppo il bellissimo dramma musicale in tre atti non ebbe successo a causa della disorganizzazione del mondo teatrale romano. Dovette dunque rientrare rapidamente a Napoli per il peggioramento della tisi, dove i suoi amici nobili lo fecero confermare nei suoi precedenti incarichi.

La regina madre Elisabetta Farnese gli commissionò una nuova “Messa in re” nell’aprile del 1735 e nell’autunno rappresentò al teatro nuovo de’ Fiorentini “Il Flaminio”, stupenda opera seria in tre atti che ebbe notevole successo.

Tramite il duca di Maddaloni fu incaricato di suonare la serenata per il matrimonio del principe Raimondo de Sangro con la principessa Maria Carlotta Caetani dell’Aquila d’Aragona, che si doveva celebrare il 1 dicembre del 1735 nella cappella del Castello de Sangro di Torremaggiore in Puglia. Giovan Battista Pergolesi iniziò a comporre le musiche, ma per la recrudescenza della tisi non poté completare l’opera.

Provato nel fisico dalla malattia e con il dolore nel cuore per la notizia della morte della sua amata Maria, fu chiamato dalla famiglia dei principi Spinelli di Scalea a musicare per lei una Messa sacra nel convento delle Clarisse.

Cadde dunque in uno stato di prostrazione, il che fece peggiorare la tisi. Su consiglio del duca Marzio Carafa di Maddaloni, si trasferì a Pozzuoli, ospite dei monaci capuccini. Prima di partire ebbe modo di salutare sua zia giunta a posta da Jesi per vederlo.

Nel gennaio 1736 pubblicò il bellissimo “Salve regina in do minore”.

Dal 7 febbraio visse nel convento dei cappuccini, amorevolmente assistito dai padri francescani. Qui compose lo “Stabat Mater”, commissionato dalla Confraternita della Vergine dei Dolori di San Giovanni di Palazzo di Napoli, in sostituzione di quello di Alessandro Scarlatti solitamente suonato per la Quaresima.

Giovan Battista Pergolesi aveva ancora nel cuore la triste funzione funebre della sua Maria, e quest’opera fu composta pensando a lei. Compose velocissimamente lo “Stabat Mater”: terminò il 16 marzo scrivendo di suo pugno sullo spartito Finis Laus Deo.

Scosso dai brividi di una forte febbre, squassato da terribili accessi di tosse, fu portato a braccia a letto nella sua cella monacale. A nulla valsero le cure amorose dei frati, a nulla le tisane medicamentose: ricevette i Sacramenti e quindi spirò all’alba del 17 marzo 1736. Aveva soli 26 anni.

Le tante opere di Pergolesi nella sua breve vita gli sopravvissero con il suo immenso genio: ancora oggi sono rappresentate in tutto il mondo con grande successo.

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