L’alchimista fra Nicolao Malnepote

di Michele Di Iorio

In un giorno di dicembre dell’A. D. 2018 camminavo da piazza Garibaldi verso corso Umberto I, rasentando l’antico santuario di San Pietro ad Aram, che pare custodisca l’Ara Petri, ovvero l’altare sul quale la tradizione vuole che San Pietro abbia celebrato la sua prima messa, quando, partito da Antiochia verso Roma.

Fece tappa a Napoli. La basilica pare che custodisca la tomba di Candida da Cuma e di Aspreno, pagani convertiti che servirono la messa con Pietro, poi fatti santi essi stessi.

Entrai e mi fermai in sacrestia, attratto da un’antica cronaca del Capitolo dei monaci del 1603. Ricorda la strana storia del frate alchimista Nicolao Malnepote, grande iniziato dell’ars regia, affascinante ma terribile, che si credeva avesse il potere di cancellare il confine tra la vita e la morte.

Nicolao Malnepote  da Piacenza, nato nel 1483, fu seminarista nella città natale. Divenne dottore in Teologia a Roma dal 1504 e fu destinato a Napoli: a soli 24 anni fu chierico al Santuario di Piedigrotta e dopo pochi mesi passò a San Pietro ad Aram, entrambi controllati dai frati Lateranensi.

Versato in lettere, storia e filosofia, ebraico, latino e greco sia antico che moderno, oltre che teologia, Malnepote fu destinato da subito a far da speziale e erborista. Quando i suoi confratelli si ritiravano nelle proprie celle, fra Nicolao operava nei sotterranei della chiesa napoletana e lavorava fino alle prime luci dell’alba con alambicchi in cui mescolava e dosava elementi diversi alla ricerca della Pietra Filosofale dagli enormi poteri magici e alchemici, studiando su manoscritti arabi del 1200 spagnoli e siciliani, su testi della Schola di Medicina di Salerno e su quelli alchemici e kabalistici dell’antica scuola ebraica di Abulafia di Capua, e di altri rabbini famosi europei, di Nicolas Flamel, di Alberto Magno di Bollstädt, su testi gnostici e astrologici e filosofici, tra cui quelli di Della Porta.

I padri superiori spesso lo riportarono all’ordine, ingiungendogli di lasciar perdere, perché le forze pure evocate con cui poteva entrare in contatto attraverso l’alchimia erano diaboliche. La sete di sapere di fra Nicolao era però più forte della paura della Santa Inquisizione: si rivolsero perciò al Papa, che incaricò il priore Gregorio Da Mortara di portare all’attenzione di Nicolao Malnepote il testo del decreto pontificio perchè smettesse le pratiche alchemiche e mantenesse il silenzio sui suoi studi per non incorrere nelle pene severe previste dal Santo Offizio.

Fra Nicolao in poco tempo dismise il laboratorio alchemico, e non toccò più l’argomento della sua ricerca. Fu solo il 17 febbraio del 1580, all’eta di 97 anni, che, ancora confessore e penitenziere a San Pietro ad Aram, pubblicò un libello scritto di suo pugno, Il Tesor celeste dell’Indulgenza per li vivi e per li morti, dedicato al marchese Giovanni Antonio Pisquizi di Bucchianico, patrizio di Avellino e di Napoli, accademico della Pontoniana. Scriverlo per lui fu una sorte di redenzione, ma comunque non si fece scappare l’occasione per lodare l’arte dell’alchimia. Nicolao Malnepote morì nel 1589, a 106 anni, dicendo ai suoi confratelli e allievi di teologia e di alchimia: «Io ritornerò di guscio in guscio, di secolo in secolo, con la stessa anima e mente in corpi maschi simili»…

E molti degli allievi continuarono i suoi studi, tanto che nel 1603 vennero rimproverati e fu proibito loro di fare alchimia notturna nei conventi di Piedigrotta e di San Pietro ad Aram.

Sembra che tra i suoi seguaci vi fosse il nobile Ferdinando de Sangro, cadetto minore dei principi di Sansevero, morto nel 1671 e seppellito nella Cappella gentiliza, nella tomba a angolo retto rispetto a quella, posteriore, del principe Raimondo, anch’egli alchimista, che diceva di essere la reincarnazione dell’avo Ferdinando.

La storia continuò, con la presunta successiva reincarnazione, cent’anni dopo, nel pronipote principe Michele de Sangro, l’ultimo dei Sansevero, morto il 6 febbraio 1891 a Torremaggiore in Puglia. Nel 2011, dopo un misterioso atto vandalico, la sua sepoltura venne ispezionata, ma stranamente la salma non venne trovata nel sacello.

Un fatto arcano, inspiegabile. Per qualcuno è la prova che è stato cancellato il confine tra il tempo e lo spazio e tra la vita e la morte fisica …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: