L’arte di comporre versi, ovvero di regalare emozioni

di Francesco De Crescenzo

Secondo Dennis Gabor, ingegnere, fisico e inventore ungherese, insignito del Premio Nobel nel 1971 per l’invenzione dell’olografia, «Fare poesia significa pizzicare le corde del cuore, e farne con esse una musica».

Potrebbe essere questo, in sintesi, il senso della poesia? È veramente così semplice descrivere le migliaia di parole, versi e rime baciate, che da centinaia di anni struggono o rallegrano animi sensibili, commuovono e fanno innamorare tanti spiriti affini nel Mondo?

Io stesso qualche volta mi sono cimentato in questa arte, ho provato a trasformare in versi poetici sentimenti e stati d’animo, ma, ahimè, con risultati non proprio eccelsi.

Chi invece da qualche anno ci gratifica con le sue opere è il poeta maiorese Giuseppe Capone.

Nato a Salerno nel 1979, Capone vive a Maiori, in Costiera Amalfitana. Ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo consensi e riconoscimenti, tra cui il primo posto alla XVI del Premio Nazionale di Poesia Salvatore Cerino a Napoli. Dal 2015 è associato A.N.PO.S.DI. Associazione dei poeti e scrittori dialettali italiani.

Con il sonetto Varcune (Barconi), sull’immigrazione clandestina, sottolineava polemicamente la paradossale contraddizione d’alcune “pretese” che lamentavano, in quei periodi, taluni migranti circa migliori condizioni di vitto e alloggio – senza contare l’utopia del mancato collegamento wifi – mentre in casa nostra vi sono situazioni ove degli italiani (come Angelo Lanzaro, l’uomo originario della provincia di Napoli ridotto in povertà e morto di freddo in un capannone dell’ex Mercatone di Avellino nel gennaio 2017, e a cui il sonetto fa un esplicito riferimento) erano costretti a dormire e purtroppo morire all’ addiaccio.

Giuseppe ha anche realizzato la raccolta di versi Penzanno e Screvenno, ma anche la mostra poetico-fotografica Edicole… Scorci… Momenti…

Con Giuseppe siamo amici da tempo, posso dire quindi che ho avuto il piacere di vedere maturare la sua passione per la poesia. Condividiamo molti interessi, come la canzone classica napoletana e il teatro del Grande Eduardo, e citiamo spesso battute e sketch di Totò. Inoltre con altri amici maioresi, tra cui Vittorio Antonio Di Lieto, amiamo visitare musei e luoghi d’arte napoletani.

LoSpeakersCorner ha intervistato il poeta Giuseppe Capone.
Sei d’accordo con la definizione di Dennis Gabor?

Si, sono d’accordo, come pure sono convinto che lo scrivere poesia non si impari ma putosto che sia un dono intrinseco, un talento donato da Dio (come le altre forme d’arte: pittura, scultura, canto, recitazione…) ma ciò nonostante, vi si resta sempre persuasi … come la maggior parte dei poeti, del resto … dal dubbio pragmatico di Pavese che asseriva che «Far poesia è come far l’amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa».

Cos’è la poesia vernacolare?

La poesia vernacolare rappresenta la lingua, la storia ed i costumi, quindi è l’espressione d’una determinata civitas.

Negli ultimi anni i cosìddetti poeti dialettali sono stati emarginati dal programma didattico italiano. Ritieni sia una scelta giusta o sbagliata?

Assolutamente sbagliata. La letteratura napoletana ebbe la sua fioritura con il Regno aragonese dove Alfonso I D’Aragona, nel 1443, la promosse al rango di lingua nazionale, indi essa rispecchiava il crogiuolo delle sfaccettature sociali, economiche e politiche d’una nazione autonoma. Ci sono voluti, poi, quasi seicento anni affinché fosse riconsiderata lingua, nel 2014, col beneplacito e la sottoscrizione dell’Unesco che la ha annoverata e sancita come Patrimonio dell’Umanità. Il paradosso è che in Germania, in alcuni Atenei ove si studia Letterature straniere, nella branca Italianistica, insegnano la lingua napoletana. In Italia no. Forse, anzi, certamente, la poesia napoletana paga anche il dazio d’essere stata considerata per troppo tempo, anche quando affermatasi nei salotti letterari del ‘900, una poesia di nicchia, “inferiore” sol perché ritenuta testimonianza dell’identità di uno stato sociale meno abbiente. Ma è altresì pur vero che non v’è un Organo istituzionale com’è nel caso dell’Accademia della Crusca di Firenze, per la lingua nazionale, che ne sancisca, certifichi e salvaguardi le antiche regole grammaticali, di questa lingua che Dante appellava “pugliese”. Questo, io credo, sia il vero tallone d’Achille.

È così difficile creare una poesia osservando quello che ci circonda?

 

Certamente non è facile descrivere una situazione in poesia, specie se scritta in versi: modalità che preferisco. Il segreto, secondo il mio modesto parere, è una buona conoscenza dei vocaboli della lingua napoletana come per l’italiano o qualsiasi altra lingua romanza o indoeuropea, non disgiunta da una buona conoscenza delle figure metriche e retoriche, per descrivere miratamente dei profili, degli stati d’animo, delle sensazioni e/o dei concetti precisi che persuadano favorevolmente il lettore.

Grazie per la tua disponibilità, Giuseppe. Arrivederci alla prossima.

Ringrazio e saluto cordialmente Francesco De Crescenzo e tutti i numerosi e affezionati lettori di LoSpeakersCorner.

(Foto by Andrew Scottow)

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