Le Monachine

Il nostro autore racconta ancora delle delizie della cucina napoletana esaltandone la bontà, con l’immancabile tuffo nella storia: ecco le Monachine 

di Lucio Sandon

Nel film del 1963, diretto da Luciano Salce, con Catherine Spaak, Didi Perego, Amedeo Nazzari, Sylva Koscina e Lando Buzzanca, al centro del racconto vi sono due suore che decidono di andare a Roma per convincere il direttore di una linea aerea a modificare la rotta degli aviojet che, sfiorando quasi il tetto del loro convento di con il loro assordante frastuono portano giornalmente lo scompiglio tra le sue mura.

Nel regno Borbonico le Monachine sono invece due alimenti che hanno lo stesso nome, ma sono estremamente diversi: in Sicilia sono delle polpette così chiamate per via di una suora che, molto parsimoniosa, le faceva piccole piccole affinché ne venissero tantissime. Queste palline di carne mignon, sono facilissime da preparare e, grazie alla cottura in brodo, risultano morbidissime.

Ingredienti per 4 persone:

  • 500 g di macinato di vitello
  • 1 cipollotto fresco
  • 100 g di parmigiano
  • pane raffermo
  • poco latte
  • sale e pepe q.b
  • 1 litro di brodo

 

Preparazione. Mettete il pane raffermo a bagno nel latte. In una ciotola inserite il tritato, condite con sale, pepe e il parmigiano. Strizzate bene il pane e inseritelo nel tritato. La quantità deve essere quel tanto che basta ad avere una consistenza morbida ma, allo stesso tempo, tale da poter compattare le polpettine. Se le volete più saporite, ripassatele in padella con poco olio e, non appena si saranno dorate, trasferitele nel brodo messo a bollire a fuoco bassissimo. Cuocete per circa 40 minuti.

Il convento di clausura delle Clarisse Cappuccine, a Napoli è meglio conosciuto come Le Trentatré. L’ordine monacale deve la sua fondazione al protomonastero di Santa Maria in Gerusalemme di Napoli, ad opera di Maria Lorenza Longo, la quale sulla scia evangelica di Santa Chiara e su volontà di Papa Paolo III approvò per la prima volta l’ammissione al convento delle suore senza dote, il 19 febbraio del 1535.

In via Pisanelli, fra i vicoletti del Decumano Superiore, trentatré monache di clausura vivono in uno dei più bei capolavori dell’arte monastica di tutti i tempi.  Il riferimento numerologico delle occupanti pare fosse legato agli anni effettivi vissuti da Cristo, appunto trentatré.

Photo by Profumo di Glicine©-Pinterest

Le monachine napoletane sono dei piccoli dolci di pasta sfoglia, farciti con crema pasticcera e confettura di amarene, e questa ricetta sembra essere proprio l’antenata delle più moderne sfogliatelle con crema e amarena, più conosciute come “Santa Rosa”.

La ricetta delle monachine è stata riportata al giorno d’oggi per mano del poeta Salvatore Di Giacomo, che sembra fosse entrato direttamente in possesso delle righe scritte per mano di una suora, nelle quali cui sono riportati, con dettaglio e in modo piuttosto pittoresco, i passi da seguire per realizzare il dolce.

 

Prendi il fiore (farina) e miettelo sopra il tagliero nella quantità di rotolo miezzo. Mettici sopra un pocorillo d’insogna e faticalo come un facchino, e dopo stendi la tela che si è riuscita e fanne come se fosse una bella pèttola. In mezzo alla pèttola mettici un quanto d’insogna ancora, e spiega a scialle: quattro volte l’estate e sei volte l’inverno. Tagliane tanti pezzi, passaci il laganaturo (mattarello) e dentro mettici crema e cioccolato o se più ti piace, ricotta di Castellammare. Se ci metti un odore di vaniglia o pure d’acqua di fiori o qualche pocorillo di cedro fai cosa santa. Fatta la sfogliata, lasciala mezza aperta e mezza chiusa da una parte e là dove scorre la crema fanci sette occhi piangenti, con sette amarene o pezzulli di percocata. Manda tutto al forno, fà cuocere lento lento, mangia caldo e alliccati le dita. 

Le Monachine adesso si trovano in tutte le pasticcerie degne di tale nome, e naturalmente si accompagnano con un rosolio bevuto in bicchierini microscopici e decorati d’oro, e ancora più naturalmente con un buon caffè, fatto rigorosamente con la moka.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.

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