Le sirene di Napoli

Il nostro autore questa domenica racconta delle sirene, esseri mitologici fortemente radicati nella cultura partenopea ma affettuosamente presi in giro nei detti popolari… 

di Lucio Sandon

La fontana della Spinacorona

La leggenda narra di tre sirene (dal greco antico, vergine con voce di bambina) Leucosia, Ligea e Partenope, che con il loro irresistibile canto tendevano agguati ai marinai, facendoli naufragare tra la punta della Campanella e Capri, in corrispondenza delle isolette di Li Galli, chiamate perciò Syrenuse.

Affrante per non aver saputo ammaliare Ulisse, le tre sirene si suicidarono, e le onde trasportarono i loro corpi rispettivamente a Leucosia, nel Cilento, Ligea in Calabria, e Partenope a Palepolis, la città antica.

La città di Napoli è stata costruita sul sepolcro della sirena Partenope: una vergine marina dal corpo metà di donna e metà di pesce, che venne a morire sullo scoglio di Megaride, lasciando però in eredità un uovo, e nel luogo dove venne sepolta venne costruito un tempio divenuto sede di un culto esoterico.

In origine, nella mitologia classica le sirene erano esseri infernali e alati, dal volto femminile, con un corpo di uccello e le zampe artigliate. Erano capaci di ingannare e persuadere con le loro voci. Tuttavia, anche le Muse riuscirono a sconfiggerle in una gara di canto e si fecero delle corone con le loro penne, mentre sia Ulisse che gli Argonauti le avevano beffate contrapponendo al loro canto quello di Orfeo.

La perdita delle ali corrisponde all’acquisizione di un nuovo modello iconografico della sirena, che è quello non più di donna uccello ma di donna pesce, usuale dal Medio Evo in poi.

A fondare la città di Neapolis furono i coloni greci, circa tremila anni orsono: probabilmente erano navigatori provenienti da Rodi, seguiti poco dopo da altri greci provenienti da Cuma. Il nome della sirena riecheggia l’antico nome di Atene (Parthenos).

Nel primo secolo avanti Cristo sull’isolotto di Megaride i romani edificarono una lussuosa villa per il comandante della flotta di Baia, Lucio Licinio Lucullo.

Successivamente, Valentiniano III ordinò la costruzione dell’imprendibile fortezza di Castel dell’Ovo, nelle cui viscere si trova ancora l’uovo di Partenope.

La venerazione per la sirena può spiegare in parte alcuni punti salienti della cultura partenopea, che nasce sotto il segno di una vergine, la quale nonostante la sua castità lascia in eredità un uovo, divenendo madre di una città e di un popolo.

Fontana della Spinacorona

In una traversa a metà del Rettifilo alle pendici del colle di Neapolis, la fontana della Spinacorona ricorda l’antico mito delle sirene: dai seni di Partenope scolpita secondo l’iconografia più antica, come donna uccello, zampillano getti d’acqua che si riversano sul Vesuvio scolpito più in basso, ai piedi del quale una viola sta a simboleggiare la musica, elemento inscindibile della sirena.

Un’iscrizione in latino – Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet, oggi sparita – incitava la divinità a spegnere il fuoco sterminatore del Vesuvio. Pare che don Pedro da Toledo avrebbe espresso così anche il desiderio di placare gli ardori del vulcanico popolo napoletano, ma i partenopei non sembrano aver accolto l’allusione, perché hanno sempre chiamato questa fontana la Fontana delle zizze.

Marianna

Me pare donna Marianna, ‘a cap’ ‘e Napule è un espressione tipica napoletana per indicare un’acconciatura femminile che non passa inosservata. Marianna, è un busto di una statua ritrovata nel 1594 a Napoli nella zona del decumano superiore.

Attualmente viene ospitata sulla scalinata centrale di Palazzo San Giacomo, il municipio della città.

Si tratta di una grande testa di donna rinvenuta nel seicento a Sant’Aniello a Caponapoli, nel nucleo di quella che fu la città nuova, Neapolis.

Da qui quanto rimane dell’enorme statua venne sistemata prima a Piazza del Mercato, dove venne soprannominata Donna Marianna, ‘a capa ‘e Napule, e poi vicino alla chiesa di San Giovanni a Mare nei pressi di Via Duomo, prima di trovare la sua destinazione definitiva nel palazzo del potere.

La sirena di Mergellina

Dopo essersi arrampicati per una serie di ripidi scalini, giunti sul sagrato della chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, si può ammirare uno dei più bei panorami di Napoli. Una volta entrati nel tempio, al di sopra del primo altare a destra della basilica, lo sguardo viene invece attratto dalla coloratissima tavola di San Michele che con la sua lancia trafigge una sirena dal viso stupendo e con gli occhi azzurri.

Le cronache raccontano che la sirena sarebbe Vittoria D’Avalos, una nobildonna napoletana invaghitasi di Diomede Carafa, vescovo di Ariano Irpino, che con il ricorso di una potente fattura, tentò di incantare l’uomo di chiesa al fine di ottenerne l’amore.

Si bella e ‘nfame comm’ o riavule ‘e Margellina, è il detto che viene rivolto alle donne ammaliatrici che usano la loro bellezza per stregare il cuore degli uomini. Vittoria era una novizia del monastero di Sant’Arcangelo a Baiano a Forcella e una fanciulla dall’incredibile bellezza, dall’incarnato chiaro, capelli biondi e modi gentili, ma quando conobbe il giovane vescovo di Ariano, un uomo di bell’aspetto, Diomede divenne l’oggetto del suo desiderio, e volle conquistarlo con qualsiasi mezzo, nonostante la sua posizione ecclesiastica.

Vittoria D’Avalos convocò una strega, che preparò per lei una potente fattura d’amore. L’elisir era concentrato in alcune frittelle dolci e nel biancomangiare che la bella Vittoria aveva preparato con le sue mani, e che offrì al vescovo Diomede. Quando questi assaggiò quelle delizie, improvvisamente una insana passione cominciò a divorarlo. Le preghiere da sole non bastavano, e ciò comprometteva il suo voto di castità, il suo onore, e la sua carriera ecclesiastica.

Per difendersi, il Carafa chiamò un monaco procidano esperto di negromanzia, il quale trovò la formula adatta per scacciare il demonio suscitato da Vittoria. Si trattava di due immagini: la forza buona dell’arcangelo Michele il guerriero di Dio, accostato all’immagine di Lucifero, l’angelo ribelle e signore del male. Il monaco consigliò a Diomede Carafa di commissionare ad un valente maestro di pittura un dipinto i cui colori dovevano essere impastati con un balsamo speciale che sarebbe servito come anti fattura, posto in un luogo sacro e benedetto con acqua santa. Il volto del demonio doveva essere il ritratto di Vittoria, la sua bellezza che incarnava le forze del male, da cui la scritta Fecit victoriam alleluia 1542 Carafa.

Come finì è facile intuirlo, e il dipinto del pistoiese Leonardo Grazia sta lì a dimostrarlo.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019. Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il racconto “Interrogazione di Storia”  è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.                                                  Nel 2020 il libro “Cuore di Ragno” è stato premiato come:

  • Vincitore per la sezione Narrativo al “Premio Talenti Vesuviani”;
  • Miglior romanzo storico al prestigioso XI “Concorso Letterario Grottammare”;
  • Best Seller al “Premio Approdi d’Autore” della Graus Edizioni;
  • Vincitore alla sezione Romanzo Storico al “Premio Nazionale Alberoandronico”;
  • Vincitore per la sezione Romanzo Storico all‘IX “Premio Letterario “Cologna Spiaggia”.

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