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Leggende, notizie vere e false o tendenziose

Le fake news, le notizie poi smentite, ci sono sempre state: il nostro autore ne racconta una che circolò durante la Repubblica Napoletana del 1799

di Lucio Sandon

Una leggenda napoletana sulle origini del casato dei Caracciolo, narra che nel IV secolo, l’imperatore Costantino cercò d’acquistare alcune case nel quartiere Nilo a Napoli, con l’intento di costruirvi una grande chiesa, ma il proprietario delle abitazioni non volle cederle all’imperatore, il quale dovette quindi accontentarsi di erigere una chiesa molto più piccola.

Molto adirato, Costantino fece apporre sulla chiesa la scritta: «Non si può più per lo malvaso Carfù.» Tale era il nome del testardo personaggio che fece adirare Costantino, e da cui tradizione vuole siano nati i Caracciolo.

Fonti certe su questa famiglia, si conoscono invece dal IX secolo, quando Pietro Caracciolo abate di San Giorgio Maggiore, nell’anno 844 fondò l’ospedale e la chiesa di Santa Maria a Selice, (ora San Severo al Pendino).

Nello stesso anno, molti Caracciolo venivano qualificati quali Nobiliores Homines.

I principi di Santo Buono sono il ramo primogenito dei Caracciolo, detti Pisquizi perché il capostipite Gualtiero, che parteggiava per l’imperatore Barbarossa, era soprannominato Pasquizio.

Marino Caracciolo, sposò nel 1414 Maria di Sangro di Santo Buono e di altri feudi, sicché da allora i Caracciolo si trovarono a capo di un vasto stato feudale in Abruzzo, feudo accresciuto e conservato fino ai tempi moderni.

Da una conferma dei feudi, che lo stesso Marino ottenne da Alfonso I d’Aragona si apprende che egli possedeva già, oltre Santo Bono, i feudi di Monteferrante, Belmonte, Castiglione, Collerotondo, Schiavi, Fraine, Roccaspinalveti, Carunchio, Guardiabruna e Pietrafesa.

Il nipote di lui, altro Marino, acquistò il feudo di Bucchianico, sul quale ebbe il titolo di marchese da Carlo V nel 1518.

Un suo pronipote, Giovanni Antonio, ottenne da Filippo II nel 1590 il titolo di Principe di Santo Bono. Marino, suo figlio, ottenne la contea di Serino da parte di sua moglie Costanza della Tolfa e ancora in Abruzzo il ducato di Catel di Sangro nel 1641. Ferrante, figlio di Marino accrebbe lo stato abruzzese molisano con San Vito e Agnone, nel 1647.

In quello stesso anno, durante la rivoluzione di Masaniello, Ferrante fu fortemente avversato dalla popolazione napoletana, che ne saccheggiò il grandioso palazzo a San Giovanni Carbonara, che fu poi residenza del duca di Guisa nel suo breve periodo di permanenza a Napoli.

Oltre tre secoli più tardi, dopo che per ben due volte il sangue di San Gennaro si era sciolto in date straordinarie, e che anche il Vesuvio aveva manifestato la propria approvazione, molti napoletani erano convinti che il generale Jean Étienne Championnet, il quale per un insieme di circostanze aveva instaurato la Repubblica Napoletana, non poteva che essere un loro concittadino.

In effetti, con estrema soddisfazione di Championnet, il sangue di San Gennaro si era sciolto non solo il 23 ma anche il 27 di gennaio del 1799, come dimostrazione di approvazione del suo operato da parte del Santo.

Però, proprio per tale motivo, il tradizionale protettore della città venne anche se solo per qualche tempo detronizzato e sostituito con Sant’Antonio dai realisti.

La falsa notizia – ai nostri tempi diremmo fake news – che Championnet fosse napoletano verace, (Championnet era nato a Valence-sur-Rhône nel Delfinato, figlio illegittimo di un noto avvocato locale) fu dovuta anche alla strana circostanza di aver rinvenuto nei registri battesimali della chiesa di Santo Spirito un nome simile a quello del generale francese.

La frottola sul generale che permise l’instaurazione dell’effimera Repubblica Napoletana, è stata riportata anche da Ugo Foscolo nei suoi Scritti del 1799, con le testuali parole: «Odiavano i lazzaroni il governo, amavano il Championnet, vociferandolo napoletano, perché uno di tal nome trovavasi iscritto ne’ libri battesimali

Championnet, nel suo breve soggiorno a Napoli aveva mostrato una certa simpatia per la figlia del principe di Santobuono. Carlo De Nicola, nel suo Diario, alla data del 18 febbraio 1799, annota: «Il generale Championnet ieri sera prese in moglie col rito cattolico la figlia del Principe di Santo Buono.» Questa ulteriore falsa notizia fu smentita il giorno successivo dallo stesso De Nicola: «La notizia del matrimonio del generale Championnet colla figlia dell’ex principe di Santo Buono, è stata falsa, si vuole che non vi sia stata che la semplice richiesta

Purtroppo le false notizie hanno vita lunga, a volte più di quelle vere, infatti nei giorni di delirio che seguirono la reazione realista dopo la caduta della Repubblica Napoletana, con Championnet destituito dal Direttorio e richiamato in Francia, la giovane figlia del principe di Santo Buono fu tra le tantissime donne che perirono, vittime della cieca brutalità di un popolo esacerbato e senza legge.

L’innocente e inconsapevole giovinetta venne rapita da una turba penetrata nel palazzo di San Giovanni a Carbonara, e condotta in pubblico completamente nuda fino alla chiesa dello Spirito Santo in Via Toledo, dove proprio sul portone della basilica venne orrendamente torturata fino alla morte.

Messo a conoscenza della tremenda notizia, il cardinale Fabrizio Ruffo, capo dell’armata sanfedista, che conosceva bene la ferocia dei suoi uomini, tra cui tanti banditi e briganti, così scrisse il 21 giugno 1799 a Sir John Francis Edward Acton, segretario di stato di Napoli durante il regno di Ferdinando IV : «Il dover governare una ventina di capi ineducati e insubordinati di truppe leggiere, tutte applicate a seguitare i saccheggi, le stragi e la violenza, è così terribile cosa e complicata che trapassa le mie forze assolutamente.» Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello, era un uomo di buon cuore.

Pochi giorni dopo, Il 29 giugno 1799, l’ammiraglio Francesco Caracciolo eroe di tante battaglie, e uomo onesto e coraggioso, venne condotto sulla nave Minerva comandata da Orazio Nelson, e qui sottoposto a una farsa di processo. La condanna fu quella dell’ergastolo, ma Nelson non si sentiva abbastanza pago.

Ordinò che il processo venisse ripetuto, perché come voleva Lady Hamilton, la sentenza doveva essere di morte.

Quella sera stessa, Francesco Caracciolo fu impiccato, e il suo corpo, gettato a mare con un una zavorra legata ai piedi, s’inabissò subito, riaffiorando però esattamente il 10 luglio sotto la chiglia della nave che riportava a Napoli Ferdinando IV e sua moglie.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è “La Macchina Anatomica”, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal romanzo “Cuore di ragno”, in prossima uscita, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019. Sempre nel 2019 il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno.

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