I Longobardi, un popolo che cambia la Storia, al MANN fino al 25 marzo

di Renato Aiello

NAPOLI. Fino al 25 marzo al MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è possibile salire sulla macchina del tempo e tornare nell’Alto Medioevo italiano: un prodigio che da tre mesi offre la mostra dal titolo I Longobardi, un popolo che cambia la storia.

Nell’Italia spopolata, ridotta quasi a un milione di abitanti (quando in età imperiale era la sola Roma, capitale e prima metropoli europea e mondiale ne contava tanti), privata di forza politica e militare, e impoverita da interminabili guerre e carestie, arrivò nel VI secolo d.C. questa popolazione barbarica.

Essa era figlia di quel Mare Magnum Germanicum, citato da Tacito, da cui erano venute tutte le invasioni barbariche, e rifondò la prima unità statale dai tempi del crollo dell’Impero Romano e delle brevi, nonché fragili, parentesi ostrogote e bizantine in Italia.

Quell’esperienza, durata fino alla sconfitta ad opera dei Carolingi e all’assorbimento dell’Italia centrosettentrionale nell’Impero dei Franchi di Re Carlo Magno – successivamente incoronato imperatore del Sacro Romano Impero dal Papa – avrebbe potuto gettare le basi di un futuro diverso per la penisola, unificandola come accadde altrove per altri paesi, senza dover aspettare 1000 anni per riprovarci seriamente.

Un Regno forte e unito che avrebbe difeso le regioni italiane dalle infinite invasioni e discese straniere, dalla frammentazione che ne derivò per 10 secoli e dalle spartizioni di ducati, granducati, signorie e regni tra le potenze estere.

Forse colpa proprio di quei ducati introdotti dai Longobardi, troppo indipendenti dal potere centrale e disposti a cambiar bandiera: come i gruppi longobardi preesistenti sul nostro territorio ne favorirono la venuta, così quegli stessi duchi, infidi e voltagabbana, tradirono Adelchi, ultimo sovrano di manzoniana memoria, e decretarono la fine di una stagione.

L’Italia con loro avrebbe cambiato sì pelle e persino il nome in Langobardia – già era suddivisa in maior et minor -, cosa che è accaduta invece per una sola regione italiana nella pianura padana, la Lombardia, eppure quei padroni e dominatori scomodi, violenti e sanguinari inizialmente, stavano riuscendo ad assorbire i costumi italici e a operare una fusione romano-germanica che nell’antica Gallia fu possibile, rendendola Francia.

Da cacciatori e feroci guerrieri si trasformarono col tempo in abili commercianti e scaltri banchieri, decretando il successo dei Comuni lombardi, la ricchezza delle signorie del Nord Italia e guadagnandosi addirittura il nome di una strada nella capitale dell’allora Regno di Inghilterra, la lombard street, tuttora esistente, retaggio glorioso degli antichi prestiti ai re Plantageneti inglesi.

La Storia prese un altro corso, è risaputo e, come sostenne anche Indro Montanelli nella sua Storia d’Italia, la Chiesa ebbe sicuramente più di una voce in capitolo e in merito, con l’opposizione interna nell’esarcato di Bisanzio e nel Patrimonium Petri – primo nucleo del futuro Stato Pontificio – e con la chiamata dei Franchi invasori, ma molto è rimasto di quel progetto e di quella convivenza tra barbari e latini, germani e romani, dominatori e sudditi del nuovo Regno.

Nei nomi delle strade, nella cultura, nelle parole e nelle leggi – il famoso editto di Rotari che pose fine alla faida, sostituita dal guidrigildo, un pagamento in denaro -, nell’arte.

L’esposizione museale conferma le loro abilità artistiche e orafe con le splendide fibule e i monili, prodotti dagli orefici longobardi del tempo e che abbiamo visto tutti in ogni libro di Storia, sussidiario o testo di Storia dell’arte.

Raffinatezza e lusso, apporti stranieri come i bicchieri a forma di corno o cuneiformi, che sono ancora caratteristici del Nord Europa tuttora, e tentativi di imitare l’arte paleocristiana, con i bassorilievi dai motivi vegetali e floreali che certificano le influenze romane d’Oriente e la fissità dei volti tipica dell’Età di Mezzo, con la sua trascendenza e il simbolismo religioso.

Si scopre anche l’usanza di seppellire con il guerriero il suo cavallo, come riproposto da un ritrovamento, e anche i cani del proprietario caduto in battaglia, così come si svelano ai nostri occhi le fogge splendidamente ricamate e gli abiti dell’epoca, influenzati dalle tradizioni romane e greche.

Non dimentichiamo infatti che furono proprio i Longobardi, trovandosi di fronte un paese a pezzi dopo il conflitto gotico-bizantino, ad abbattere la provincia romana d’oriente che era l’Italia, resa tale dopo le conquiste effimere di Giustiniano.

Napoli rimase legata a Costantinopoli per poi intraprendere nel corso del tempo un suo percorso autonomo, e non fu mai toccata dal dominio dei duchi di Benevento, ma i rapporti e gli scambi furono fitti e durevoli, inevitabili data la vicinanza geografica con quello che sopravvisse come l’ultimo presidio longobardo dopo Carlo Magno.

Si ritrovò spesso in guerra col vicino e potente Principato di Salerno, prima che entrambi finissero con l’ennesimo arrivo straniero, i Normanni. Con loro cessò di esistere qualsiasi residuo longobardo anche nell’Italia Meridionale.

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