Matrimoni same-sex: l’Italia non è pronta?

di Carlo Alfaro

Dalle polemiche scatenate dalla same-sex dance, cioè danza tra due persone dello stesso sesso, nella fattispecie il costumista Rai Giovanni Ciacci, gay, e il maestro campione di ballo (etero) Raimondo Todaro, nella nuova edizione di Ballando con le Stelle, condotta come di consueto il sabato sera dalla inossidabile Milly Carlucci, si comprende bene come in Italia ci siano ancora delle forti remore nei confronti addirittura dei matrimoni same-sex.

L’Italia rimane uno dei pochi Paesi europei in cui il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è riconosciuto legislativamente, sebbene non vi sia costituzionalmente un divieto, non essendo nell’ordinamento italiano la diversità di sesso presupposto indispensabile del matrimonio. Con l’approvazione, il 20 maggio 2016, della cosiddetta Legge Cirinnà sulle unioni civili (L. 20 maggio 2016, n. 76: regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze di fatto) si consente alle coppie omosessuali di avvalersi di tutele legali pari alle coppie eterosessuali che convivono, qualificando le coppie formate da persone dello stesso sesso come “formazione sociale specifica”, con esplicito riferimento all’articolo 2 della Costituzione della Repubblica.

La legge contempla due modelli distinti: l’unione civile, riservata alle coppie formate da persone dello stesso sesso, e la convivenza di fatto, aperta a tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali. Le unioni civili vengono stipulate di fronte all’ufficiale di Stato e l’atto viene registrato nell’archivio dello stato civile. Differenze dell’unione civile rispetto al matrimonio sono l’assenza di pubblicazioni, la mancanza del dovere di fedeltà (e di collaborazione) e del diritto all’adozione nazionale e internazionale o di adottare il figlio naturale del partner, la cosiddetta stepchild adoption. In caso poi di separazione, inoltre, mentre le coppie sposate devono attendere sei mesi, a quelle unite civilmente ne bastano tre.

Il secondo modello, della convivenza di fatto, configura una relazione avente effetti giuridici più attenuati, “ad intensità minore”, contemplando il caso di “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”, ma “non vincolate da rapporti di parentela, affinità, adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. Non si parla mai di matrimonio, dunque, in base alla legge italiana, tra due persone dello stesso sesso, benchè con una storica sentenza, il 31 gennaio 2017, per la prima volta nel nostro Paese, la Suprema Corte di Cassazione abbia riconosciuto il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, celebrato all’estero, anche nella giurisdizione italiana, con l’unica regola che almeno uno dei due coniugi sia cittadino di un Paese dell’Unione europea in cui è in vigore il matrimonio egualitario.

La Chiesa però continua a opporsi alle nozze omosessuali: nonostante papa Francesco abbia aperto le porte ai gay, in occasione del Family Fay 2016 ha ribadito che il matrimonio voluto da Dio è quello contratto tra due persone di sesso opposto. In realtà, nonostante i distinguo riguardo al nome di “matrimonio” che non viene conferito all’unione omosessuale, la società civile oggi tende a concordare abbastanza sul fatto che non si possano discriminare i diritti dei singoli individui a vivere un legame in cui si identificano e a chiederne il riconoscimento e la tutela dalla legge. Nell’evoluzione del sentire comune, dunque, l’eterosessualità non viene più percepito come elemento imprescindibile al fine di realizzare le finalità e gli interessi tradizionalmente posti a fondamento dell’unione tra due persone.

In fondo, l’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani dice chiaramente che “uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione” e quindi impedire a persone dello stesso sesso di sposarsi configurerebbe un’aperta violazione dei diritti umani. In conclusione, per quanto l’idea di un matrimonio omosessuale possa suscitare ancora curiosità e sospetto, quando non perplessità e sarcasmo, è utile e istruttivo per tutti considerare la vita nella sua varietà e complessità, valutando tutti gli esseri umani portatori della stessa dignità, senza distinzioni, e dando a ciascuno se non altro la possibilità di provare ad essere felice, se ciò non nuoce agli altri.

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