Memorie – III parte

Certo di fare cosa gradita, LoSpeakersCorner.eu pubblica a puntate le memorie dii guerra del preside Sante Grillo, che durante il secondo conflitto mondiale, nel 1943, era Sottotenente del 454° Nucleo Antiparacadutisti di stanza a Scicli, Ragusa.

Dedico questa mia piccola fatica ai miei cari lettori. Pochissimi, per la verità, ma non per questo meno cari e a … coloro che sono oggetto del mio affetto anche se non non tutti, oggi, possono percepirne il calore in questa nostra dimensione terrena.

Sante Grillo

Scicli (Ragusa)

Quando arrivammo a Scicli avevamo le ossa rotte, tutti indistintamente, ed il mio pensiero andò immediatamente ai poveretti che avrebbero dovuto fare il resto del viaggio in condizioni ancora peggiori. Le linee non erano delle migliori e le vetture  erano delle peggiori, o, forse, era meglio dire che al peggio non c’era fine.

Per me e per il mio reparto cominciò una nuova avventura e speravamo bene; sul viso di molti si leggeva intanto il piacere di permettere alle ossa di rilasciarsi.

Alla stazione non trovammo nessuno ad attenderci: non era un buon auspicio ma non c’era di che allarmarsi.  Zaino a terra in forma di cerchio, i soldati si misero seduti in attesa che il sottoscritto andasse a sincerarsi della situazione.

Al Comando di Presidio il capitano addetto non c’era, forse perché erano ancora le prime ore del pomeriggio.

Il piantone trovò gli ordini scritti su un foglio di carta fermato  da un posacenere di cristallo ma non mi venne consegnato perché doveva essere visionato dall’ufficiale di servizio: era giustissimo. Solo che l’ufficiale di servizio stava da qualche parte e l’ edificio che ospitava il Comando era molto grande.

La sala in cui attendevo era grandissima e molto bella, piena di stucchi e pitture, anche i mobili erano antichi ma io non seppi valutarli perché non m’intendevo di stili. Non osai sedermi su un’invitante poltrona e restai in attesa in piedi con il berretto fra le mani: ero un po’ nervoso ma era comprensibile visto che ero in uno stato d’ansia giustificata.

I miei soldati stavano aspettando e non erano del tutto riposati, avevano piuttosto bisogno di ristorarsi e, se permettete, anche di dormire.

L’ufficiale c’era, venne però senza eccessiva fretta, mi salutò e mi dette il benvenuto.

«È  tutto a posto … », disse, e mandò a cercare un sottufficiale per farmi da guida fino all’accantonamento,  per la fureria e per il mio alloggio. «Bene!»: una  stretta di mano e via con la mia guida.

Cominciai a guardarmi intorno ma non feci alcuna considerazione , osservavo e recepivo con l’intento, forse, di trarre le mie considerazioni in un secondo tempo, quando avessi avuto maggior tempo e maggior serenità di giudizio: in quel momento ero in ansia e terribilmente stanco.

Iniziavano così le prime delusioni e le voglio elencare tutte, o quasi, perchè soltanto in questo modo si ha la possibilità di valutarle nel suo insieme.

L’accantonamento  era  un ex deposito di derrate in terra battuta senza alcun servizio igienico con giacigli ricavabili da diverse balle di paglia  che aspettavano ancora di essere sistemate. I soldati erano troppo stanchi per accorgersene o forse se ne accorsero ma non avevano voglia di parlarne.

Il comando del reparto che doveva ospitare l’ufficio amministrativo  ed operativo era sulla strada che andava verso il centro a ben quattrocento metri di distanza.

Il mio alloggio, in comunione con altri ufficiali di artiglieria  era posto in un vicolo alle spalle del Comando di Reggimento a più di dieci minuti di distanza dal cosiddetto comando e a più di venti minuti dall’accantonamento. C’era da salutare definitivamente il pronto impiego: ancora non mi resi conto esattamente dell’inghippo che ne sarebbe venuto fuori  e pertanto rinviai il riesame della situazione per almeno dodici ore.

La sera stava per sopraggiungere  e occorreva ancora sistemare moltissime cose: per esempio, dove e come avremmo mangiato il giorno dopo, dove avremmo dovuto prelevare le razioni, dove avremmo dovuto rivolgerci per il rifornimento di benzina per le macchine in dotazione e tante piccole e grandi cose che avrebbero dovuto far funzionare in maniera ottimale un reparto a cui si chiedeva un impegno di tutto rilievo.

Vista la gentilezza con la quale ero stato accolto la prima volta  a Scicli non dubitavo minimamente della piena disponibilità  del Comando di presidio a risolvere i miei problemi. Forse non era stato compreso bene il compito che spettava al mio reparto e le sue essenziali caratteristiche di impiego celerissimo.

Il giorno dopo il capitano addetto al Presidio mi fece sapere che non c’erano  altre disponibilità nel paese e quindi non esistevano alternative: prendere o lasciare. Chiesi di poter parlare con il comandante del Reggimento ma il Colonnello non c’era. Il capitano fu formalmente cordiale ma la sua voce si fece più dura e capii che non amava essere scavalcato. Certamente non poteva opporsi alla mia richiesta ma non mancò di farmi capire che era una richiesta “blasfema”, perché lì si era abituati solo ad ubbidire.

Avevo capito l’antifona ma ero determinato ad andare avanti per quello che consideravo l’interesse del reparto per cui, prima di allontanarmi,confermai la mia domanda. Non era certo un mio capriccio e l’esigenza di impiego immediato richiedeva che il comando, l’alloggio del comandante ed il reparto fossero una unità omogenea e perfettamente amalgamata.

Il giorno dopo, sistemate alcune cose essenziali per il reparto, tornai al Comando di  Presidio  e pregai il capitano di avere la cortesia di ascoltare le mie istanze visto che il colonnello comandante era ancora in viaggio di ispezione. Il capitano mi disse che nella vita privata esercitava l’avvocatura, mi fece sedere comodamente e si dispose ad ascoltarmi con una buona carica di pazienza.

Io non andai per il sottile e quindi gli spiegai le esigenze che mi imponevano di insistere nelle mie richieste. Alla fine  riuscii ad ottenere il permesso di vedere personalmente sulla piazza quali altre possibilità ci fossero  e quindi di  riferirgli tutto quello che avrei trovato.

Ringraziai alquanto sollevato: non immaginavo che anche quello che stavo per fare era un modo per offendere  la sua personalità e per mettermi a contatto con una realtà che non doveva essere modificata senza il suo benestare. Chiesi cortesemente di essere chiamato per presentarmi al colonnello non appena fosse stato possibile.

I soldati ed i miei sottufficiali non solo non si lamentarono ma sorrisero dinanzi alle mie preoccupazioni per l’organizzazione del reparto. Non avevano ancora molta confidenza con me e non volevano sbilanciarsi più di tanto, però compresi che, secondo la loro esperienza  nei precedenti reparti non si badava a certe sottigliezze.

Per chi come loro era abituato al fango, alla pioggia, al freddo ed al caldo oltre che al pericolo, era come poter stare in una bella casa con tutte le comodità possibili.

Non capivo come  avessero la voglia di sorridere dinanzi a quello che io, invece, consideravo un disastro. Non era possibile, mi dicevo, che fossimo trattati come bestie e non come esseri umani soprattutto perché ero convinto che esistessero altre soluzioni certamente migliori di quelle. Comunque fui costretto, mio malgrado, a rinviare  la soluzione del problema.

Tra le tante cose che dovevamo  risolvere insieme c’era l’adozione di un motto che ci rappresentasse in modo fuori dal comune, ed un napoletano, fra le tante battute ci suggerì  “ca’ nisciuno è fesso”. Stavamo mangiando insieme ed insieme approvammo il nostro motto. Lo scrivemmo in grande su un cartoncino e lo affiggemmo  dietro la mia scrivania in buona mostra per chiunque venisse  nella saletta del comando. Capivo che il motto era anche una sfida, ma in fin dei conti era in linea con i nostri sentimenti, la nostra delusione ed il nostro dispetto.

Non potevamo fare altro e la vita militare non ci concedeva molto di più o forse quello era già un di “più”.

Nei giorni successivi, a mezzo ferrovia, giunsero il camion, la motocicletta e le due biciclette. Non avevamo il gasolio e per spostare il camion  facemmo leva sui nostri muscoli per trascinarlo fin vicino alla sede del comando dove trovò la sua posizione in un vicoletto laterale.

Come si suole dire mi misi ”in caccia”: andai girando per il paese, parlai con qualcuno che mi sembrava rappresentativo nella cittadina e dopo poche ore riuscii a parlare con un signore che sarebbe stato ben felice di cedermi i suoi locali che risultavano ben raccolti e dove avrei potuto trovare alloggio io stesso.

I problemi logistici mi sembrarono risolti con un solo colpo. Vi era tutto ciò di cui avevamo bisogno: un gran salone per ospitare più di venti soldati, un ripostiglio per depositarvi il materiale di cui eravamo dotati, le armi,  una stanzetta per me, una grossa cucina. L’unico inconveniente sembrava una piccola scalinata all’entrata del locale. Dovevo solo parlarne con il capitano addetto al presidio: al Comando non c’era e quella volta non era il primo pomeriggio: evidentemente aveva molto da fare.

Pregai l’ufficiale di servizio perché mi mandassero a chiamare e me ne tornai al mio piccolo comando che di proposito scrivo con la “c” minuscola. e misi a posto tante piccole cose che però risultavano essenziali per un migliore funzionamento del reparto in caso di emergenza.

Il problema dei locali sembrava risolto ma dovevo mettere a punto qualche particolare sull’avvistamento e per questo mi occorreva fare una ricognizione molto più approfondita. Intanto una cosa era certa: un posto di avvistamento nel centro dell’abitato era assolutamente impossibile data la posizione defilata del paese rispetto alla linea dell’orizzonte.

Al reparto mi ritrovai con i soldati con i quali divisi le mie preoccupazioni e con mia grande sorpresa mi accorsi che nessuno di loro era indifferente alla problematica e trovai inoltre una competenza che non mi sarei mai aspettata. Soprattutto i reduci da altri fronti ed in particolar modo dal fronte greco-albanese, erano pronti a discutere con cognizione di causa ogni problema.

Da questa discussione vennero messe in evidenza carenze che  pensavo di aver avvertito soltanto io. Notai con immenso piacere che al di là di tutto mi guardavano con molta simpatia anche se erano ancora pochi i giorni trascorsi insieme. Forse c’era anche atmosfera di amicizia derivata dalla incombenza delle feste natalizie: si sa bene che in queste occasioni si tende a fraternizzare per quel maggior calore che si richiama all’ambiente familiare di cui tutti, indistintamente tutti, sentivamo la profonda nostalgia.

Per parte mia era la prima volta che mi trovavo lontano da casa da cui non era stato facile staccarmi e che ora nell’imminenza del Natale sembrava ancora più lontana. Non è difficile immaginare quali pensieri si rincorressero nella mente e quali immagini mi si presentassero come su un palcoscenico non molto vicino ma di cui riconoscevo i contorni familiari purtroppo velati da un sipario non troppo generoso.

Nostalgia? Sì, nostalgia forte e penetrante che a volte sembrava togliermi il respiro soprattutto quando lo accostavo ad una realtà deludente come quella nella quale ero sprofondato senza l’apporto della mia volontà.

Tornando alla realtà  facemmo anche il punto sulle vicende belliche e commentammo le notizie che ci giungevano dai bollettini. Non tutti erano d’accordo sulla loro veridicità specialmente i reduci da altri fronti che non erano disposti ad accettare supinamente l’ottimismo  delle informazioni. Evidentemente facevano il confronto con le loro vicende vissute e le comunicazioni ufficiali sulle stesse vicende. Spesso, mi dicevano, le cattive notizie venivano del tutto taciute anche se importanti, mentre venivano evidenziate  quelle buone ma meno importanti.

Queste considerazioni mi lasciavano l’amaro in bocca perché difficilmente riuscivo a pensare  che la nazione venisse male informata di proposito con l’evidente fine di non deprimere la popolazione o per non informare direttamente il nemico. Però per l’uno o per l’altro fine c’era una verità negativa, che dichiarata o non dichiarata, restava sempre negativa.

Alla fine c’era da pensare che la verità la sapevano soltanto in pochi oltre, naturalmente, coloro che l’avevano vissuta sulla loro pelle. Una realtà, questa, che non era facile da digerire per cui non era possibile dare credito alle dichiarazioni così dette ufficiali. Io, personalmente, ero straordinariamente deluso e difficilmente mi adattavo all’idea.

(Fine terza parte)

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