Memorie – IV parte

Certo di fare cosa gradita, LoSpeakersCorner.eu pubblica a puntate le memorie dii guerra del preside Sante Grillo, che durante il secondo conflitto mondiale, nel 1943, era Sottotenente del 454° Nucleo Antiparacadutisti di stanza a Scicli, Ragusa.

Dedico questa mia piccola fatica ai miei cari lettori. Pochissimi, per la verità, ma non per questo meno cari e a … coloro che sono oggetto del mio affetto anche se non non tutti, oggi, possono percepirne il calore in questa nostra dimensione terrena.

Sante Grillo

Il territorio

A cominciare dal giorno dopo, carta topografica alla mano, cominciammo le prime ricognizioni sul territorio; infatti uno dei più importanti fattori dell’impiego era proprio la perfetta conoscenza del terreno che ci avrebbe messo nellecondizioni migliori per una possibilità positiva in più in caso di eventuale scontro.

Occorreva, inoltre, la possibilità di orientarsi secondo i punti cardinali da un non ancora trovata postazione di osservazione. Pensai ad un piccolo sistema, poco costoso, che avrebbe potuto consentire di traguardare ed indicare automaticamente in quale punto si verificasse lo sbarco eventuale di paracadutisti.

Il sistema che avevo in mente era molto semplice: due cerchi concentrici di cui uno fisso e graduato a 360°, l’altro in grado di ruotare, sul quale si sarebbe dovuto costruire un piccolo mirino che consentisse di traguardare dalla parte opposta. Il disco sottostante, fermo su una base, permetteva di girarvi intorno e quindi, guardando il bersaglio, di poter stabilire in quale direzione si verificasse l’evento. Veniva comunque difficile calcolare la distanza che soltanto l’esperienza e l’esercizio potevano indicare con qualche approssimazione.

Il giorno dopo avrei commissionato l’apparecchio ad un falegname ed intanto con l’osservazione sul terreno avrei cercato di individuare il punto da cui poter spaziare su tutto o quasi tutto l’orizzonte.

Ripasso, come posso, i nomi dei miei ragazzi. Ragazzi, è un modo di dire. Qualcuno era più grande di me.

Dei due sergenti, uno era addetto alla fureria e portava avanti tutta l’amministrazione. anche se mi sembrava un po’ “sbruffoncello”. Era alto, tendente alla pinguedine, parlava troppo per il mio carattere. Tuttavia pareva conoscere il suo mestiere anche se aveva il difetto di scherzare su tutto, anche nei momenti in cui sarebbe stata necessaria un pochino di serietà in più. Era un maestro elementare ma in quanto a cultura lasciava a desiderare, tanto è vero che cambiava discorso tutte le volte che si parlava in modo, diciamo, impegnativo. Ma a me questo interessava fino ad un cero punto: non eravamo in una scuola e non doveva insegnare l’alfabeto a nessuno, anche se, purtroppo, alcuni dei miei soldati erano addirittura analfabeti.

L’altro era sergente e addetto alla truppa: di statura non troppo alta, ma risultava ben proporzionato, agile e si faceva sentire anche se il suo tono sembrava quasi confidenziale.

Il caporale proveniva dall’Abruzzo, aveva una parlata piuttosto stretta ed il suo italiano era abbastanza corretto con una pronuncia dalle a e dalle o molto chiuse. Veniva direttamente dall’ospedale dal quale era stato appena dimesso per congelamento al piede sinistro. Noia, che lo costringeva a zoppicare lievemente. Bisognava saperlo per accorgersi di questo suo difetto. Promosso caporale sul campo, era stato insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Faccio un pensiero cattivo: se fosse stato un ufficiale avrebbe ricevuto per lo meno la Medaglia d’Argento.

Raccontava la sua vicenda con molta semplicità e come se quello che aveva compiuto fosse del tutto normale e per persone normali. Mi piaceva moltissimo perché, fra l’altro, parlava poco ed eseguiva con intelligenza tutto quello che gli si diceva di fare.

Ecco in sintesi quello che era accaduto: Il suo reparto è bloccato da un nido di mitragliatrice che spazza tutto quello che entra nel suo raggio d’azione. Alcuni dei suoi compagni cadono ancor prima che si rendano conto di ciò che sta succedendo. In effetti sono sorpresi mentre stanno per raggiungere il fondo di una piccola valle e debbono subito correre ai ripari dietro piccoli ostacoli che offre loro la natura, come qualche tronco spezzato o qualche buca provocata dall’esplosione di bombe da mortaio.

In verità è troppo poco per offrire riparo a molti di loro che si trovano in un batter d’occhio ammassati in pochissimi metri quadrati. Qualcuno cerca di rendersi conto di che cosa sta succedendo ma quando cerca realmente di farlo deve tirarsi giù più che in fretta per non essere colpito mortalmente. Non c’è proprio che fare e non si può neppure tornare indietro. Evidentemente sono stati attesi fino a quando non si sono scoperti del tutto senza alcuna possibilità di andare avanti o tornare indietro. 

S. si sente morire ed il petto gli fa tremendamente male perché un suo compagno che sta su di lui gli preme con un ginocchio piegato innaturalmente sulle costole. Malgrado cerchi con ogni sforzo di liberarsi del ginocchio si accorge che per togliersi da quella posizione scomodissima deve tirarsi fuori dalla buca, cosa che in quel momento non è possibile se non per andare incontro alla morte. Allora cerca di girarsi su se stesso per evitare l’insostenibile peso sul petto. Vi riesce dopo sforzi inauditi proprio per la quasi impossibilità di movimento e soltanto allora riesce a poter capire che cosa sta succedendo. Sente qualche lamento ma non può farci niente, non capisce neppure da quale direzione provenga. Per lui è un tormento restare fermo senza poter agire ed alla fine decide che è preferibile morire piuttosto che restare lì in balia della sorte.

Comincia così a fare dei movimenti millimetrici fino a quando non riesce a vedere  intorno a sè per qualche metro. È appena coperto da un piccolissimo rilievo e comincia a pensare che da quel lato forse è possibile muoversi, sempre che il nido di mitragliatrice non sia più in alto del rilievo stesso. Ci prova, ma una sventagliata di colpi gli impedisce di andare oltre. In compenso ha capito da dove provengono i colpi e raffigura più o meno la posizione della stessa mitragliatrice. Intanto comincia a farsi buio per buona fortuna, ma i colpi arrivano ugualmente perchè quasi certamente la macchina bellica è stata posizionata a dovere.

Non se la sente di restare in quella posizione e preferisce muoversi anche a costo di morirne. Comincia a strisciare lentamente tenendosi, per quello che è possibile, dietro al piccolo rilievo dietro al quale crede di trovarsi. Ha appena percorso qualche metro quando il cielo si illumina di colpo in seguito all’accensione di diversi bengala: la zona è illuminata a giorno, si sente come se fosse completamente nudo e si blocca un poco per  paura un poco perché gli hanno insegnato che solo rimanendo assolutamente fermi si può non essere visti.

Comunque il cuore batte furiosamente e comincia a pentirsi della sua audacia. Per la verità non è neppure sicuro che si tratti di coraggio: infatti si è mosso soltanto perché  ha paura.

Finalmente i bengala si spengono ed allora affretta i suoi movimenti nella speranza di raggiungere qualche altro riparo prima che i bengala tornino a riaccendersi. Subito dopo il cielo torna a rischiararsi in modo abbagliante, ma ormai ha attraversato lo spazio che si era dimostrato il più pericoloso: ha la sensazione di aver fatto qualche progresso nel tentativo di raggiungere la piccola valle ed infatti sente gorgogliare leggermente un rivolo d’acqua.

Anche questa volta attende che si rifaccia il buio per muoversi ma deve riabituarsi all’oscurità e deve orientarsi meglio per capire, da questa nuova posizione, dove si trova  la mitragliatrice. Non passa molto tempo perchè una sventagliata di traccianti gli indichino con precisione da dove partono i colpi.  

Ora si muove con circospezione ma con maggiore rapidità: ha capito che occorre girare al largo nella speranza che non vada a finire nella direzione di tiro di qualche altra postazione nemica.

La fortuna non lo abbandona e ad un certo momento si ferma: ha assoluto bisogno di sapere dove si trova ma ha la sensazione di aver superato in avvolgimento il nido di mitragliatrice ma non può esserne sicuro. Ad un certo punto vede un piccolo bagliore nel buio più nero e intuisce la direzione ma non ha idea della distanza che lo divide dal nemico. Tenta di rilasciarsi ma né il cuore né il tremolio intenso delle mani gli indicano che la tensione si è allentata.

Il tenente comandante del plotone è preoccupato, ha capito le intenzioni di S., lo ha visto sparire nell’oscurità. Conosce la sua intemperanza ma non può valutare in pieno tutto il suo programma che, come al solito, sfugge ad ogni possibile interpretazione.

Quando incomincia a non percepire più nessun segno dei suoi movimenti né con l’udito né con la vista nei momenti interminabili in cui i bengala restano appesi nel cielo, pensa che ha fatto male a non intervenire per impedire ogni suo movimento. Con la fantasia tormentata dal timore, lo vede vittima di una sventagliata fatale di colpi tirati alla cieca in un buio sempre più fitto. Comunque, la preoccupazione di una situazione sempre più disperata degli altri suoi uomini lo distoglie: deve provvedere alle loro necessità e soprattutto alla loro sicurezza che in questo momento è davvero precaria.

Vorrebbe recuperare il consiglio del suo comandante di compagnia ma non ha più idea di dove si trovi in quel marasma di balletto con la morte. Sospira, e per un attimo pensa alla sua non felice posizione: gli avevano fatto capire che tutto sarebbe stato facile, che tutto sarebbe andato liscio come l’olio, che nel peggiore dei casi, il nemico avrebbe fatto dietro front e se la sarebbe data a gambe levate.                                                                                                     

Ora, invece, si trova lì in una situazione che, a dir poco, è assolutamente imbarazzante con un nemico agguerritissimo di fronte, un comando superiore che non sa neppure dove sia, un reparto appiattito su un terreno infido ed un uomo che sfugge al suo controllo senza aver la possibilità di fermarlo o, per lo meno, di sapere che intenzione abbia, sempre che non sia da considerarsi già perduto: non ha la minima possibilità di accertarsi che fine abbia fatto.  

L’unica cosa che può fare – e la fa senza indugi – è quella di dare una certa sicurezza agli uomini che ancora può controllare e così ordina a chi gli sta più vicino di scavare delle trincee provvisorie in modo da tenersi più bassi . E così il lavoro si fa frenetico nei momenti in cui non si spara ed i bengala non illuminano il terreno. Quando questo accade tutto si ferma e il silenzio diviene tombale, si cristallizza persino la paura e nel petto di ciascuno i battiti del cuore non si sentono più: sono le tempie che ora pulsano freneticamente e le mani non riescono a stare più ferme.

Il giovane tenente pensa, per un fenomeno di sdoppiamento, che la realtà in cui si trova completamente immerso sia un’altra, che lui stesso viva in una realtà diversa, distante  tanto da non riguardare la sua persona e che, pertanto , non ha alcun motivo per temere e che il suo muscolo cardiaco con le sue pulsazioni affrettate sia al di fuori del suo corpo.

Per un qualcosa che non sa spiegarsi e che non ha neppure il tempo di chiarire a se stesso esce dalla precarietà della situazione e si rinfranca. Le raffiche di mitraglia che ora hanno ricominciato a farsi sentire sembrano non riguardarlo più, anzi le loro luci traccianti gli servono per orizzontarsi meglio e perciò riprende fiato.  

È una storia nella storia che lo trascina lontano dalla terribile realtà ma non fa neppure a tempo ad abituarsi quando dinanzi a lui una sequenza di esplosioni si rincorrono senza soluzione di continuità: un bagliore segue ad un altro con terrificante immediatezza e tutto si illumina come un’immensa torcia. Avviene tutto dinanzi a lui, grida di dolore si aggiungono ad altre grida di dolore e poi, in un attimo, tutto finisce.

È come se il buio si accartocci su se stesso in una straordinaria nube di nebbia e solo allora sente il grido di richiamo di S. Ha un sussulto e capisce che cosa è accaduto. Deve agire subito ma non riesce a districarsi in un così denso labirinto di ombre su ombre ed infine. Davanti a sé dall’altra parte della vallata vede una piccola luce, che si muove disegnando un cerchio luminoso.

È S. che segnala la sua presenza e sa che deve raggiungerlo: ha fatto qualcosa che ancora non capisce ma sa che è lui che chiede collaborazione e non può più contenersi. Deve muoversi, dà un ordine concitato e due dei suoi soldati più vicini lo affiancano e si mettono ai suoi ordini. Capisce che deve far presto, che non deve essere preceduto dal nemico. Lascia in breve delle informazioni e si muove in compagnia dei due uomini.                                                           

Finì così la storia, una storia sbalorditiva che mi fece sentire piccolissimo nei confronti di un uomo che era riuscito a vincere se stesso, la paura, ed il senso stesso della morte. Gli altri personaggi che compongono il nucleo non meritano di essere citati, anche se sono reduci da diverse zone di guerra.

La loro eterogeneità forse darebbe adito ad un discorso sgranato e sfaccettato da personalità diverse ma non preminenti e non vale la pena neppure di cominciare.  Forse nel prosieguo del racconto potrebbe presentarsi l’occasione per dedicare uno spazio per qualcuno di loro

(Fine quarta parte)

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