Non infastidire il bastone di San Giuseppe, un proverbio veneto

Quello su San Giuseppe sembra  un proverbio napoletano, ma in effetti è veneto. Il nostro autore ci spiega come e perché

di Lucio Sandon

La sede della congregazione e la chiesa di San Giuseppe de’ Nudi, sulla collina di san Potito sono uno scrigno di arte e di tesori. Oltre centotrenta dipinti, con opere del Parmigianino, di Luca Giordano, di Andrea Vaccaro.

E poi una raccolta di reliquie unica in Italia: paramenti sacri, calici e candelabri antichi e ricchi di storia. Però la reliquia più importante fra le migliaia custodite dall’arciconfraternita, si trova in una bella teca di legno: protetto da un cristallo lucidissimo c’è il bastone appartenuto a San Giuseppe, quello che il marito della Vergine Maria usò per aiutarsi durante il percorso che lo condusse a Betlemme.

Nun sfruculià ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe, viene detto a chi fa di tutto per mettere alla prova la pazienza di un’altra persona, magari insistendo nel parlare di argomenti imbarazzanti per l’interlocutore.

Può essere anche inteso come un “andarsela a cercare”, cioè persistere in un’attività pericolosa, come dare fastidio ad un cane mordace, oppure provocare qualcuno particolarmente incline alla collera.

Secondo l’iconografia cristiana e le testimonianze dei Vangeli, San Giuseppe è sempre descritto come un uomo anziano, buono e gentile, paziente più di ogni altro e sempre umile con tutti. D’altra parte il santo viene spesso raffigurato con una lunga barba ed un bastone di legno, a indicare la sua età avanzata rispetto alla consorte.

Cosa centra allora il bastone di San Giuseppe con la pazienza?

Nel 1713 un allora famoso cantante castrato, Nicolò Grimaldi in arte Nicolini, portò il bastone di San Giuseppe a Napoli: lo aveva ricevuto in Inghilterra, in circostanze misteriose, dagli eredi del conte del Sussex il quale a sua volta l’aveva sottratto ai carmelitani che la custodivano.

Da quel giorno, ogni napoletano, e perfino il vicerè austriaco, il famigerato tombarolo Maurizio d’Elboeuf principe di Lorena, voleva vedere e toccare quella reliquia che, con bontà d’animo, il cantante offriva spesso alla venerazione dei fedeli. Però la ressa era tanta, ognuno cercava di toccare quel legno santo e lo sfregava con forza nel tentativo, spesso riuscito, di staccarne un pezzetto.

A gestire l’ostensione della reliquia era un servitore di Nicolini, il veneto Andrea Musciano, il quale a tale vista faceva la voce grossa, e invitava i fedeli a No sfregolar la massarella, a non sfregare la mazzarella.

Da lì a non sfruculiare la mazzarella il passo fu breve.

Una mattina festiva dell’anno 1734, don Francesco Cerio, don Domenico Orsino e don Nicola Antonio Pirro Carafa, a causa di un acquazzone imprevisto, si videro costretti a rinunciare al programma di una gita in campagna.

Rifugiatisi presso il chiostro del monastero dei Padri Carmelitani Scalzi, allora sito all’altezza dell’odierno Museo Nazionale, venne loro l’idea di destinare il denaro previsto per la scampagnata a una qualche opera di bene.

Proprio in quel momento si parò loro incontro un mendico malamente coperto da laceri stracci ed assai sofferente, seminudo sotto le sferzate impietose della pioggia. Così si affacciò alla memoria dei tre quel brano biblico che recita: Nudus eram et coperuistis me

L’aver provveduto a rivestire e rifocillare quel poveretto, ai tre gentiluomini parve cosa assai edificante e ne trassero tanta soddisfazione da decidere di dar vita a un sodalizio destinato a tale tipo di pia attività, appunto quella di rivestire i poveri nudi e vergognosi. Va da sé che quel verso biblico divenne da subito il motto ufficiale di tale nascitura impresa.

Proprio nel 1734, il cantante Nicolini in punto di morte decise di affidare il suo bastone al cognato, chiedendogli di tutelare in ogni modo la reliquia: costui a sua volta pensò che la maniera migliore per proteggerla sarebbe stata affidarla a chi avrebbe potuto prendersene costantemente cura, così la donò alla nascente congregazione di San Giuseppe de’ Nudi. Da quel momento però, la Mazzarella di San Giuseppe non è stata mai più esposta al pubblico.

Dopo diversi secoli, il bastone di San Giuseppe, quel legno lavorato con forme di gemme e restaurato per cancellare i segni degli sfregamenti di trecento anni fa, appartenuto al compagno di viaggio della Madonna, finito a Napoli in circostanze misteriose, e infine trasformato in motto popolare: non sfruculiare la mazzarella di San Giuseppe, ha ritrovato il posto che gli compete nell’immaginario collettivo.

Ora che sapete perché si dice così, potete andare a controllare di persona: è nuovamente esposto al pubblico,  nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 2019,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma. Inoltre, il raccontoInterrogazione di Storia” è risultato vincitore per la Sezione Narrativa/Autori al Premio Letizia Isaia 2109.

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