Palazzo Venezia nei secoli

di Michele di Iorio

A Napoli, nell’antica via della Trinità Maggiore, odierna via Benedetto Croce, tra gli storici edifici nobiliari si erge una singolare e vetusta magione, unica nel suo genere: Palazzo Venezia.

Costruito nel 1396 per conto dei principi Sanseverino di Matera, Palazzo Venezia fu confiscato da re Ladislao Durazzo il Magnanimo, che nel 1412 lo donò alla Serenissima per farne sede di consoli generali o ambasciatori. La proprietà dell’immobile venne ribadita da re Alfonso d’Aragona nel 1443 nel momento in cui il principe Amerigo Sanseverino lo considerò in pretesa di eredità dopo la fuga dell’ambasciatore veneto durante la guerra tra Renato d’Angiò e il re aragonese per il trono di Napoli.

Passati i venti di guerra, il senato di Venezia nel 1610 decretò che l’architetto veneto  Giuseppe Zono lo restaurasse per intero e abbellirlo, come testimonia la targa in pietra in latino apposta nel cortile del Palazzo.

Nel 1643 l’ambasciatore veneto Pietro Dolce lo fece ulteriormente ristrutturare e abbellire, dal veneto Bartolomeo Picchiatti e dal bergamasco cosimo Fanzago, aggiungendo un imponente scalone ornamentale e il pozzo dei segreti in cortile, le stalle e la rimessa per le carrozze degli ambasciatori, come risulta dalla seconda lapide in latino.

I disordini popolari napoletani del 1647 e del 1648 e l’imperversare della peste fecero riparare l’ambasciata veneta a Palazzo Farnese di Roma.

Palazzo Venezia fu gravemente danneggiato infine dal terremoto del 1688. I lavori di restauro vennero effettuati da Antonio Maria Vincenti che appose la terza lapide in cortile.

Nel 1512 Palazzo Venezia confinava con il giardino di San Domenico Maggiore e con la casa del principe don Giovanni Brancaccio, detto Guallarella. Nel 1756 un’ala dell’edificio venne venduta, e il senato veneto incaricò Cesare Vignola di rimaneggiare l’intero palazzo, ingrandendo lo scalone monumentale e rifare il giardino pensile ricco di piante e di alberi e creando una grotta della Madonnina Durante i lavori venne ricuperata una lastra funebre templare del 1305 ed usata per una panchina.

Grande fu lo spendore di Palazzo Venezia, dove venne ricevuto il gotha della diplomazia internazionale. Così fino al 1797, quando con il trattato di Campoformio Venezia perlse sua indipendenza. Divenuto di proprietà dell’Austria, doveva essere destinato ancora come sede diplomatica dell’Impero a Napoli, ma gli avvenimenti del 1799.

Palazzo Venezia venne occupato da un reparto di soldati francesi, e caduta la repubblica tornò ad essere territorio austriaco. In quel periodo cominciarono a girare strane voci: i servi dicevano che vi si aggirassero i fantasmi dei duchi Filomarino uccisi nel 1798 e del la giovane moglie del principe Giovanni Brancaccio, uccisa nel 1512 per adulterio.

Il trattato della Santa Alleanza del 1815 confermò l’edificio proprietà dell’Austra, che nel 1816 lo vendette al giurista napoletano Gaspare Capone. Poi lo storico Palazzo passò per eredità a Gaetano Brancone dei marchesi di San Marco.

Brancone fece abbellire e ristrutturare l’intero edificio, e fece costruire la Casina del te, detta Casina Pompeiana dal rosso delle sue pareti, con coppie di colonne doriche, frontone triangolare, dotandola di salotto e di un bel pianoforte napoletano per  concerti privati.

In seguito Palazzo Venezia fu venduto ai duchi Tixon di Maddaloni.

Del giardino del Palazzo era innamorato Benedetto Croce, proprietario di Palazzo Filomarino, che dal suo terrazzo lo rimirava incantato, tanto che lo citò nel libro Leggende napolitane.

Nel 2009 il giovane imprenditore Gennaro Buccino, promotore di cultura e valorizzazione del territorio napoletano prese in fitto il piano nobile della intera ala sinistra, la galleria al piano terra, il giardino pensile e la Casina Pompeiana. Fece ripulire il giardino: per smaltire i detriti accumulatisi nel corso degli anni furono necessari ben 19 camion.

Buccino fondò poi l’associazione culturale Palazzo Venezia, aderente al club UNESCO di Napoli. Nel 2009 riaprì al pubblico le sale della prestigiosa dimora in occasione del Maggio dei Monumenti, e in seguito ospitò mostre permanenti e spettacoli.

Grazie a coraggiosi imprenditori del fare come Gennaro Buccino un altro tassello del grande patrimonio della città di Napoli rivive con i suoi fasti e la sua cultura

CARA DOMUS SED UBIHORTULUS ALTER ACCESSIT QUANTO CARIOR ES DOMINO NUNC ET ADESSE AT ABESSE FORO NUNC TEMPORE EODEM VIVERE MI RURI VIVERE IN URBE LICET. (Da molto tempo tu mi sei cara, o casa, ma da qundo un orticello si è aggiunto quanto più cara sei ora al tuo padrone ed io ora posso prender parte alla vita pubblica o non parteciparvi ed allo stesso tempo posso vivere in campagna e vivere in città)

 

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