Pompei e gli Etruschi

Al Parco Archeologico è stata allestita la grande mostra Pompei e gli Etruschi nel portico nord della Palestra Grande degli scavi. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, l’esposizione affronta la controversa e complessa questione dei rapporti e contaminazioni tra le elite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei.

La mostra Pompei e gli Etruschi, a cura del Direttore generale Massimo Osanna  e di Stéphane Verger, Directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi è promossa dal Parco Archeologico  di Pompei, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale  di Napoli, il Polo Museale della Campania e l’organizzazione di Electa.

L’esposizione pompeiana si integra con le manifestazioni promosse dal Museo Archeologico di Napoli dedicate alla riscoperta della civiltà Etrusca attraverso il gusto antiquario e collezionistico, in programma dal 31 maggio scorso. Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo.

Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca. Fulcro della mostra sono i ritovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca.

Questi reperti si affiancanoa quelli provenienti dalle altre città etrusche – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche provengono invece da Cuma, come i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di un principe cosmopolita: i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: «… mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale …». O quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano, e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina).

Le dinamiche degli incontri di culture, le integrazioni tra gruppi sociali, lo spazio mediterraneo come luogo e teatro di culture fluide e identità recintate costituiscono il filo conduttore di questa esposizione.

Fin dalla fine dell’Ottocento, la Campania appariva alla scienza storica e antiquaria come un crogiolo di presenze. All’archeologia, al suo apparato di oggetti e strumenti filologici, fu affidato il compito arduo, di dipanare la matassa delle sovrapposizioni di gruppi ed etnie. La mostra è in tal senso, come le precedenti, un percorso di ricerca che prende avvio da un programma attivo ormai da diversi anni e articolato per progetti di scavo, studio e documentazione. Quanto emerge da questa operazione è l’idea di un territorio campano antico multietnico e, dunque, aperto alla contaminazione e ai cambiamenti, basi primarie per il progresso di una civiltà.

E Pompei, che indubbiamente nei primi secoli della sua vita fu uno dei poli strutturanti della regione, è ormai diventata un paradigma per indagare la forma delle città arcaiche della Campania.

L’accesso alla mostra è incluso nella tariffa di ingresso agli scavi.

(Foto by Roberto della Noce)

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