Pontelandolfo, la festa di San Donato

Lo strazio di un uomo che ha perso tutti i suoi affetti in circostanze atroci, un pezzo di storia troppo a lungo negata … Il nostro autore ci fa rivivere quei momenti bui nell’atmosfera di festa della fiera di San Donato …

di Lucio Sandon

«Il mio paese è disteso, anzi più che disteso, è sparpagliato tra due colline, e lo si può riconoscere da lontano, perché c’è la chiesa con il campanile e il castello con la sua torre rotonda.

L’anno scorso, al momento c’ero un po’ rimasto male, perché per la prima volta in vita mia non ero lì come sempre, il sette agosto, per la fiera di San Donato. Ma di questi tempi è pericoloso viaggiare, e avevo pensato che per una volta tanto avrei anche potuto evitarmi la fatica di risalire fino in mezzo alle montagne con quel caldo bestiale, tanto lì non cambiava mai nulla, tutto si ripeteva sempre uguale.

Lungo le strade affollate di visitatori e bancarelle, in quei giorni i nitriti dei cavalli e il rumore delle mandrie interrompevano la quiete del borgo: il paese si animava già ancor prima dell’imbrunire del sei agosto di ogni anno, quando cominciavano ad arrivare i venditori da tutto il Sannio, oltre che dai paesi vicini.

Per i più piccoli era un evento festoso atteso tutto l’anno, mentre per gli adulti era l’occasione per vendere e comprare animali, scambiare prodotti con i contadini e gli artigiani, e in linea di massima per quanto permesso dalle consorti, ubriacarsi  e cantare fino all’alba.

  Le bancarelle con i torroni, i giocattoli di legno e latta, le pentole di rame, gli attrezzi per lavorare la terra, stoffe, ceste di vimini, i maniscalchi per la ferratura dei cavalli, i calzolai, i venditori di baccalà secco e di pesce in scatola sott’olio e tutto il resto, tutti si allineavano accalcandosi lungo la strada dedicata al principe di Napoli, fin davanti alla chiesa del Salvatore.

Quell’estate poi, le case erano decorate dai manifesti borbonici che incitavano la popolazione alla rivolta contro gli invasori, e seppure Francischiello non fosse mai stato troppo dolce nei riguardi dei campagnoli del Sannio, questi Savoiardi che parlavano francese e appena arrivati avevano imposto immediatamente delle tasse impossibili da sostenere, erano francamente odiati con tutto il cuore.

Dunque, quando quella domenica mattina, la processione con il parroco in testa e la statua di San Donato era ancora in piazza, e giunse in paese la banda degli insorti fedeli al re Borbone, tutto il paese li accolse con alte grida di festa.

Il parroco poi ci mise del suo, con il Te Deum in onore del vecchio sovrano: gli animi già surriscaldati dalle libagioni si esacerbarono sempre di più con il passare dei minuti, finché al termine della processione, i popolani eccitati e inferociti si diressero in massa verso il corpo di guardia della nuova milizia nazionale, disarmando i pochi gendarmi presenti, e devastandone i locali.

I quadri di Garibaldi e del nuovo re Vittorio Emanuele vennero strappati dai muri e dati alle fiamme, e stessa sorte subirono la casa del nuovo sindaco e del medico condotto, i quali per loro fortuna, nonché per un innato fiuto politico, avevano tagliato la corda già il giorno prima. La folla inviperita si diresse allora verso la casa comunale, dove vennero dati alle fiamme tutti i registri dei nati, per evitare ai giovani la chiamata alle armi nell’esercito piemontese.

Fin qui, la ribellione si era tenuta su di un binario nemmeno troppo sciagurato, ma com’era logico, il giorno dopo, la notizia dei tumulti giunse puntualmente al comando dei bersaglieri. Il generale inviò subito un plotone di cinquanta militari con il cappello piumato e le baionette sullo schioppo, agli ordini di un giovane tenente di Livorno.»

Il racconto cominciava a farsi interessante, mi sdraiai sulla pancia con le mani a sostenere il viso, mentre Marianna si accoccolò al mio fianco, appoggiandosi sulla mia schiena.  Mi dava un po’ fastidio, ma evitai di farglielo notare.

L’anziano maggiordomo seguiva il filo dei suoi ricordi, mentre le lacrime avevano iniziato a rigargli le guance scarne e ricoperte da un’ispida barba bianca.

«La spedizione cominciò male, perché ai bersaglieri era stato dato l’ordine di partire immediatamente e senza approvvigionamenti, così i militari con le piume sul cappello verso mezzogiorno iniziarono a rubacchiare pollame nelle fattorie, beccandosi qualche fucilata dai contadini. In paese poi, li aspettava un gruppo di soldati borbonici sbandati, con i quali iniziarono subito a scambiarsi colpi di moschetto finché non intervenne di nuovo tutta la popolazione, cosicché i bersaglieri dopo aver subito un paio di perdite, pensarono bene di arrendersi.

Anzi, pensarono male, perché mentre gli ex militari avrebbero voluto liberarli dopo averli disarmati, i paesani ormai esacerbati decisero che gli invasori sconfitti, similmente all’esercito di Roma di duemila anni prima, avrebbero dovuto subire la gogna delle Forche Caudine.

Fu così che dopo un sommario processo, i bersaglieri furono ritenuti colpevoli. L’imputazione era: invasione di un regno pacifico senza dichiarazione di guerra, e uccisione indiscriminata di diecine di contadini e giovani renitenti alla leva. La pena comminata fu la più dura: morte per fucilazione immediata. Alle dieci di sera, era tutto finito.»

«Poveri ragazzi, erano figli di mamma anche loro…»

Marianna aveva ascoltato quasi senza respirare quel racconto terribile. Picchipò annuì senza nemmeno sollevare gli occhi, ma riprese a parlare, con voce ancora più bassa.

«Si, erano figli di mamma. Non meritavano di morire così. Però la vendetta dei bersaglieri arrivò anche troppo presto, e fu incredibilmente dura: il generale stavolta mandò un colonnello ansioso di far carriera, e un intero reggimento in assetto da guerra. Più di mille uomini, con l’ordine di non lasciare pietra su pietra. Obbedirono.»

Uruk mugolò sottovoce, quasi avesse compreso il dolore contenuto in quelle parole, e si alzò puntandosi sulle zampe anteriori, i mozziconi delle orecchie puntate verso l’esterno della casa. Gli accarezzai il testone per calmarlo, e lui si sdraiò di nuovo al mio fianco, ma un ringhio sommesso gli tremava in gola.

Chissà a cosa pensava.

«All’alba del giorno quattordici agosto, una settimana dopo la fiera di San Donato, il mio paese e tutta la mia famiglia vennero distrutti. I miei parenti non avevano partecipato alle sommosse e alle uccisioni: avevano da badare alle mucche, e poi la politica a loro non interessava. Semplicemente non la capivano. Abitavano in un mulino che sfruttava il corso di un piccolo fiume, tutti insieme.

Mio fratello fu sorpreso nella stalla, mentre insieme alla figlia mungeva le bestie. Venne legato alla mangiatoia mentre i bersaglieri di tutto il plotone, a turno violentavano mia nipote Concettina dopo averla spogliata nuda. Concettina aveva sedici anni e non mi assomigliava per niente, infatti era bellissima e non aveva mai conosciuto nessun uomo. Dopo più di un’ora di tormenti, lei svenne per il dolore, così i soldati per punirla, le piantarono una baionetta nel cuore. Invece  all’altro mio fratello, che tentava disperatamente di liberarsi per aiutare la nipote, si limitarono a sparare un colpo in testa. Il mio papà aveva settantacinque anni, ma era ancora forte e vigoroso: non capì precisamente cosa succedeva nella stalla, ma sentì le urla e gli spari, e si rese conto che doveva fuggire. Prese in braccio il nipotino più piccolo e aprì la porta che dava verso i boschi. Il colonnello in sella al suo cavallo li raggiunse in un batter d’occhio e li infilzò uno dopo l’altro con la sua sciabola d’ordinanza, poi voltò le spalle, lasciandoli a morire dissanguati nell’orto dietro casa. Furono i più fortunati: mia madre e gli altri non ebbero una fine così rapida: dopo aver sbarrato le porte e le finestre dall’esterno, i vendicatori in uniforme nera, diedero il mulino alle fiamme.

Morirono tutti bruciati vivi.

Il resto del paese non subì una sorte migliore: i cafoni venivano raccolti in gruppi come pecore e fucilati senza perdere tempo, le donne invece, prima di venire uccise erano torturate e violentate.

Solo una di loro, che si difese con più forza e graffiò il viso del suo aguzzino, prima di essere fucilata, subì il taglio delle due mani con la baionetta.

Ah, naturalmente, qualunque oggetto di valore sparì, sia dalle case che dalle chiese di tutto il paese…»

Picchipò interruppe la sua narrazione per prendersi il viso con le mani: ora piangeva a dirotto.

Non avevo nemmeno idea di come si fa a consolare una persona anziana, certo non potevo offrirgli il pezzo di lecca lecca avvolto insieme al suo stecco di legno in un foglio di carta oleata che avevo in tasca, allora mi limitai a stringergli un po’ il ginocchio.

Dal lungo sguardo che mi restituì, pareva proprio che Picchipò mi vedesse per la prima volta. Dopo un momento però si riscosse, e si rivolse di nuovo a Marianna.

«Ecco signorinella, ora sapete tutto di me: non ho più nessuno, e il patto con il nonno di Angelo, il marchese Dell’Aquila è ormai superato. Don Carmine ha tradito sempre. Prima suo fratello, che ha lasciato nelle mani di Lanza, poi i cosiddetti Briganti che ci hanno aiutato nella latitanza, e ora anche voi. Di lui non ho più nessuna stima né fiducia, e comunque dopo il mio intervento di ieri sera mi troverei in pericolo pure io. Voi avete bisogno di me per trovare gli assassini della vostra famiglia, senza di me non andreste lontano, e d’altra parte io ho bisogno di voi, siete l’unico legame che mi resta con il mio passato.                                                                                                              Questo è tutto.»

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio.

Notevole è il suo penultimo romanzo, “La Macchina Anatomica”, Graus Editore, un thriller ambientato a Portici, vincitore di “Viaggio Libero” 2019. Ha già pubblicato il romanzo “Il Trentottesimo Elefante”; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: “Animal Garden” e “Vesuvio Felix”, e una raccolta di racconti comici: “Il Libro del Bestiario veterinario”. Il racconto “Cuore di figlio”, tratto dal suo ultimo romanzo “Cuore di ragno”, ha ottenuto il riconoscimento della Giuria intitolato a “Marcello Ilardi” al Premio Nazionale di Narrativa Velletri Libris 2019. Il romanzo “Cuore di ragno” è risultato vincitore ex-aequo al Premio Nazionale Letterario Città di Grosseto Cuori sui generis” 2019.

Sempre nel 201,  il racconto “Nome e Cognome: Ponzio Pilato” ha meritatola Segnalazione Speciale della Giuria  nella sezione Racconti storici al Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, mentre il racconto “Cuore di ragno” ha ricevuto la Menzione di Merito nella sezione Racconto breve al Premio Letterario Internazionale Voci – Città di Roma.

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