Figli di Portici famosi: Anna Carafa della Stadera

di Stanislao Scognamiglio

Si parla spesso di  personaggi porticesi per nascita dei quali si sta perdendo il ricordo. Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Anna Carafa della Stadera è nata nel novembre del 1605, nel lussuoso palazzo di famiglia, ubicato nel centro del casale di Portici.

La neonata è figlia di Antonio Carafa della Stadera, principe di Stigliano e duca di Mondragone, e di Elena Aldobrandini, duchessa di Sabbioneta, «… nipote di papa Clemente VIII».

Alla prematura morte del padre, avvenuta il 12 gennaio 1630, e dei due fratelli deceduti precocemente, non essendoci eredi maschi, ha ereditato il vastissimo patrimonio di famiglia.

È subentrata nel governo delle terre, comprendente diversi feudi, tra cui il ducato di Traetto e la contea di Fondi, e dei beni di famiglia. L’intero cespite ereditario, valutato «… in 1.500.000 scudi oltre a 650.000 ducati in beni mobili», l’ha resa una delle più ricche e ambite ereditiere del Regno di Napoli.

Sotto la tutela della mamma e della premurosa nonna donna Isabella Gonzaga, è stata la prima feudataria della «… Capitania di Torre del Greco e dei suoi Casali» Resina, Portici e Cremano.

Nell’ottobre del 1636, nel palazzo di Chiaia in Napoli, per volere della Corona spagnola, con una sontuosa cerimonia, ha sposato il nobile spagnolo Ramiro Felipe de Nuñes de Guzman, duca di Medina de las Torres.

Con la successiva investitura del marito a vicerè di Napoli, il 13 novembre 1637, donn’Anna divenuta viceregina, ha coronato il suo sogno di avere un regno e un trono.

Dal suo matrimonio con don Ramiro ha avuto tre figli, Nicola, Domenico e Aniello.

Nel gennaio del 1641, è stata protagonista dell’avvio di uno dei primi riusciti tentativi di risanamento della paludosa piana di Fondi, affidando «… l’incarico all’ingegnere Bartolomeo Cafaro di progettare e dirigere i lavori di bonifica per una spesa complessiva di 40.000 ducati. A tre anni di distanza l’opera poteva dirsi terminata».

Agli inizi del 1644, il vicerè è stato «… accusato di essersi appropriato di alcuni milioni di ducati sottratti ai vari donativi», «… spogliando di beni molte famiglie napoletane».

Denunciato direttamente al re di Spagna Felipe IV (Filippo IV d’Asburgo), è stato richiamato in patria, per dar debito conto al sovrano del suo operato.

In attesa della partenza del consorte, il 6 maggio 1644, con lui si è ritirata a Portici, risiedendo nella stessa villa dove è nata, la villa che oggi è chiamata Palazzo Capuano.

Dal 24 maggio 1644, successivamente al forzato rientro del marito in Spagna, rimasta sola e di nuovo «… gravida di sei mesi», è stata colpita anche da un terribile attacco di una malattia infettiva, che ha coperto con «… un «mucchio di schifosissimi pidocchi» quel corpo ancora fiorente»: tifo petecchiale, conosciuto anche come tifo esantematico, tifo epidemico,  tifo dei pidocchi, tifo europeo e dermotifo.

Sull’imbrunire del 24 ottobre 1644 dalla chiesa della Natività della Beata Vergine Maria, chiesa matrice di Portici, «… uscì il SS. Viatico ed entrò nell’ampio portone del vicino palazzo de’ Mari. Il parroco Don Camillo Bosso di Resina si recava a portare gli Estremi Conforti alla principessa di Stigliano ex viceregina di Napoli.

La campana dell’attigua chiesa aveva da poco suonato le due ore di notte quando» la nobildonna Anna Carafa della Stadera, principessa di Stigliano, «… la più corteggiata, la più desiderata, la più ricca fra tutte le donne d’Europa», depressa, «per il cordoglio di aver perduto il governo di Napoli, si sconciò nel parto, e se ne morì» il 24 ottobre 1644.

Il suo corpo mortale, «non avendo potuto ottenere i suoi parenti dall’Almirante Vicerè il permesso di trasportarlo» e  tumularlo nella tomba nella cappella gentilizia di famiglia, ubicata nella chiesa di San Domenico Maggiore in Napoli, sono state temporaneamente seppellite «… il 27 ottobre 1645 nella chiesa di S. Maria della Consolazione in Resina».

Contrastanti sono le fonti l’hanno riguardata: è stata, infatti, giudicata «persona dedita ad opera di pietà o, al contrario, come di persona avida e venale, capace di ogni sorta di soprusi e angherie verso i vassalli».

Bellissima e molto corteggiata, ambiziosissima e superba, insieme al marito, «quando il dispotismo spagnolo aveva raggiunto il massimo livello», ha commesso ogni sorta di abusi feudali. Senz’alcuna orma di dubbio, alla comarca di Torre del Greco con i casali di Resina, Portici e Cremano, ha imposto consistenti soprusi, tra cui risaltano: «… il diritto di non far macellare animali quante volte il barone ne avesse dei suoi morti o morbosi; prestazione del quarto degli animali selvaggi uccisi da cacciatori; prestazione a titoli di atti civili; dritto proibitivo della caccia; prestazione pagata al barone per la esenzione degli alloggi militari; donazione in occasione di avere il barone ottenuto il titolo di Duca o Principe; dritto di prendere per forza ed uccidere le galline, giornate di mietere, per la fabbrica del palazzo baronale, prestazione in pesce, altro a titolo di piatto ecc. ecc.».

La sua discussa figura è restata, però, tradizionalmente legata alla «costruzione di quel magnifico palazzo che porta il suo nome e realizzato a Posillipo, fra il 1640 e il 1642 su una sua proprietà (“Palazzo Sirena”)». Espressione piena dell’arte barocca napoletana, detto poi palazzo di donn’Anna, è stato iniziato «… sotto la direzione dell’ingegnere-architetto Bartolomeo Pichiatti, al quale si dice che lavorarono per due anni 400 operai».

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