Figli di Portici famosi: Macedonio Melloni

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi porticesi per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Macedonio Melloni è nato a Parma l’11 aprile 1798, da Antonio e da Rosalie Jabalot.

Nella città natale ha compiuto gli studi alla Reale Accademia di Belle Arti. Allievo  del pittore Antonio Pasini (1770 – 1835), professore aggiunto di pittura e insegnante di miniatura, nel 1818 ha meritato il primo premio per il disegno di nudo.

Contemporaneamente allo studio del disegno e della pittura, privatamente, ha approfondito le conoscenze della matematica e della fisica, sotto la guida del docente universitario di Antonio Lombardini (1794 – 1869).

Promettente disegnatore e pittore (alcune sue opere sono conservate nella Pinacoteca di Parma e nel Kupferstichkabinett di Dresda, in Germania), nel 1819, si è recato a Parigi per apprendere l’arte dell’incisione. Però, anziché seguire il corso di detta tecnica artistica, ha preferito frequentare le lezioni di matematica e di fisica tenute all’École polytechnique.

Nel 1823, è rientrato a Parma e, nel 1824, è stato nominato professore di fisica teorico-pratica della locale Università. Il 26 agosto 1827, è divenuto titolare della cattedra ed è stato nominato direttore dell’annesso gabinetto fisico.

Fortemente influenzato dal pensiero del fisico ginevrino Pierre Prévost (1751 – 1839) si è orientato ad affrontare lo studio del calore radiante.

In questi anni, ha conosciuto e ha stretto amicizia con il fisico modenese Leopoldo Nobili (1784 – 1835). Nel corso di una proficua collaborazione, ha modificato e perfezionato il termoscopio ideato dal Nobili, aumentandone la prontezza e la sensibilità. Assemblando quest’ultima al galvanometro astatico, ha ideato il termomoltiplicatore.

Il 15 novembre 1830, nel discorso d’apertura delle lezioni del suo corso, ha elogiato gli studenti francesi che hanno contribuito alla detronizzazione del sovrano Carlo X. Per aver mostrato pubblicamente il suo compiacimento per la cacciata del re, il giorno successivo, dalla duchessa Maria Luigia è stato destituito dall’incarico e costretto all’esilio a Firenze.

Dopo un breve rientro a Parma, si è poi rifugiato a Ginevra e poi ancora a Parigi. Nella capitale francese, ha iniziato a sviluppare le sue ricerche nel campo delle proprietà termiche e ottiche della materia e ha pubblicato la sua prima memoria sulla Trasmissione del calore raggiante.

Impegnato politicamente con ideali liberali, patriota, nel febbraio 1831, è entrato a far parte, come membro aggiunto, del governo provvisorio rivoluzionario. Ha partecipato ai moti insurrezionali contro il governo ducale di Parma. Ottenuto l’appoggio degli studenti, ha proposto «… la costituzione di reggimenti parmensi da unire a quelli bolognesi e modenesi già posti sotto il comando del generale C. Zucchi».

Per questo motivo, alla restaurazione del governo ducale avvenuta il 13 marzo 1831, è stato «… perseguitato al punto da doversi rifugiare» e costretto a vivere per alcuni anni in esilio in Francia.

Rifugiatosi a Dôle, in Francia, vi ha insegnato per quattro mesi, per poi trasferirsi a Ginevra, dove ha lavorato nel laboratorio di Auguste De La Rive.

Nel 1833, stabilitosi a Parigi, «… protetto da intellettuali, accademici e da politici repubblicani, durante il regno di Luigi Filippo godette di una posizione di esule di riguardo»

Il 4 febbraio del 1833, ha presentato all’Académie des sciences un primo grande lavoro sul calore radiante. Per le importanti scoperte fatte in questo campo del calore radiante (= raggi infrarossi), nel 1834, è stato premiato dalla Royal Society di Londra con la medaglia Rumford. Alla medaglia d’argento si accompagnava l’assegnazione della somma di 1.000 sterline.

Dal 1839 è membro straniero della Royal Society.

Per i suoi studi sperimentali sull’energia radiante e le sue invenzioni, le pile elettromagnetiche e l’elettroscopio, ha guadagnato fama internazionale e ha ottenuto un riconoscimento dall’Accademie des Sciénses.

Nel 1837, ottenuta la revoca del decreto di esilio grazie ai favori degli amici e mentori Alexander von Humboldt e François Arago, è tornato in Italia.

Nel 1839, chiamato a Napoli da Ferdinando II Borbone, si è trasferito nella capitale del Regno delle Due Sicilie, dove è stato «… accolto con grandi onori, destando l’interesse generale per i suoi studi di meteorologia». Il sovrano napoletano gli ha affidato l’incarico di professore di fisica all’Università e di direttore del Conservatorio delle Arti e dei Mestieri. In quest’ultima veste, nel 1841, ha deciso di collocare l’istituendo Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano sul monte Canteroni o Collina del Salvatore, alle pendici del cratere del Vesuvio.

Del Reale Osservatorio, ne ha seguito la costruzione, ne ha attrezzato i laboratori con gli strumenti acquistati a Parigi nel 1847 e, nel 1845, ne ha assunto poi la direzione.

Il 12 novembre 1839, ai soci della Reale Accademia delle Scienze ha letto la sua Relazione intorno al dagherrotipo. Così è stato il primo a dare la descrizione scientifica dell’invenzione del processo fotografico realizzata dal chimico e fisico francese Louis Daguerre.

Nel 1841, ha stilato il progetto di installazione lungo le coste del Regno delle Due Sicilie di una rete di fari con le lenti rifrangenti, in sostituzione degli usuali specchi riflettori.

Nel 1843, ha sposato a Roma l’inglese Augusta Bignell Philipson, con la quale ha avuto quattro figli.

Per i suoi meriti scientifici, è stato gratificato con molteplici riconoscimenti e onorificenze. È stato «… socio ordinario della Società italiana delle scienze (dei XL), corrispondente della classe di fisica dell’Accademia delle scienze di Parigi e delle Accademie delle scienze di Berlino, San Pietroburgo, Stoccolma e dei Lincei romani». Inoltre, è stato insignito «… della Legion d’onore e fu cavaliere dell’Ordine Mauriziano, di quello prussiano dell’Aquila Nera, dello Stefaniano di Toscana».

Nel 1845, in occasione del VII congresso degli scienziati italiani tenuto a Napoli, ha inaugurato il Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano, nonostante ancora incompiuto.

Membro del Circolo costituzionale, nell’aprile del 1848 ha promosso la costituzione d’un battaglione universitario da inviare in Lombardia. Fermo nelle sue idee politiche liberali, per nulla sopite, nel maggio del 1848, ha partecipato ai moti rivoluzionari scoppiati a Napoli.

L’attivo coinvolgimento nell’insurrezione costituzionale contro l’oppressione della monarchia borbonica e per le maggiori libertà, ha irretito il re Borbone. A seguito di tali eventi, il sovrano gli ha revocato ogni pubblico incarico, compresa la direzione del Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano.

Macedonio Melloni, condannato, in un primo tempo all’esilio, a nulla è valsa la supplica inviata al re per evitare i drastici provvedimenti punitivi adottati a suo carico. Per di più si è reso necessario «… l’intervento degli ambasciatori di Francia e di Prussia per evitare al fisico l’onta dell’esilio, ma non per scongiurare la destituzione».

Ottenuta la revoca del bando, rimasto con pochi amici, «… addoloratissimo» per la risoluzione reale, si è ritirato a vita privata, nella sua abitazione in villa Luisa alla via Amoretti di Portici. Qui, ha vissuto «… in miseria ma con grande dignità». Nel laboratorio di fisica, allestito sul terrazzo dell’abitazione, con strumenti di sua concezione, ha continuato a portare avanti «le sue ricerche di fisica e scrisse il primo volume della sua opera sul calore raggiante La Thermochrose».

Nel 1853,  ha inviato «… un appello al presidente americano Abramo Lincoln attraverso i suoi amici, e celebri scienziati, Faraday e Humboldt. Il presidente antirazzista degli Stati Uniti d’America, gli ha risposto con un messaggio autografo esaltando «… l’impegno per l’affermazione della Libertà» con queste parole: «… Per principio non devesi ammettere l’edace ingordigia di nessun popolo a detrimento di altri. La vera libertà non esisterà mai se non riconosce a tutti i popoli la propria legittima indipendenza».

Nel corso della carriera ha intrattenuto rapporti scientifici e d’amicizia con Alexander von Humboldt (1769 – 1859), Giovanni Antonio Amedeo Plana  (1781 – 1864), Dominique François Arago (1786 – 1853), Michael Faraday (1791 – 1867), Auguste de la Rive (1801 – 1873).

Il fisico e vulcanologo Macedonio Melloni, «… a soli 56 anni», improvvisamente, muore a Portici, di venerdì 11 agosto 1854. È vittima della micidiale propagazione dell’infezione di colera asiatico che ha colpito i Comuni della zona sud orientale di Napoli. Essendo andato a piedi a Napoli «… per far visita a un tipografo e poi a un artigiano che stava costruendogli un elettroscopio. Costretto ad attraversa­re una delle zone della città dove l’epidemia era particolarmente violenta», ha contratto il morbo.

Per timore di una potenziale diffusione del contagio, biecamente, «… quasi tutti i suoi strumenti e manoscritti furono dati alle fiamme, con grave danno per la scienza», privata «di un verosimile cospicuo contributo».

Il cadavere dell’illustre scienziato viene «… seppellito nella Terra Santa del Campo Santo “cholerico”», sito alla via Carceri vecchie del confinante comune di San Giorgio a Cremano.

Sulla tomba, in cui riposano le ossa dell’insigne fisico, uno spoglio cippo di piperno innalzato nel Cimitero dei colerosi, viene apposta una piccola targa.

Sulla nuda «… pietra di lava vesuviana» è incisa una sola semplice iscrizione:

MACEDONIO MELLONI / MORTO 11 AGOSTO 1854.

Per tramandarne il ricordo, in una cappella laterale a sinistra di chi guarda l’altare maggiore della chiesa di Santa Croce in Firenze, è stato innalzato un monumento. Su di esso è scritto:

A / MACEDONIO . MELLONI  / NATO . NEL . 1798 . MORTO . NEL . 1854».

Portici ricorda la permanenza dell’illustre scienziato con:

  • l’intitolazione a suo nome della Scuola Media Statale
  • una lapide, murata alla parete della facciata di villa Luisa in via Amoretti.

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