Porticesi famosi: Rocco Scotellaro

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi porticesi per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Rocco Scotellaro è nato a Tricarico, in provincia di Matera, il 19 aprile 1923, da Vincenzo Scotellaro e da Francesca Armento.

Ha completato gli studi inferiori, studiando prima presso il Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni, poi a Cava de’ Tirreni; la prima liceale al Regio Liceo-Ginnasio Quinto Orazio Flacco di Potenza,  e, infine, a Trento, dove ha conseguito il diploma di maturità classica al Giovanni Prati.

Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Roma, nel 1942, per mantenersi agli studi ha accettato un posto di istitutore «… in un convitto di Tivoli per 350 lire al mese».

Nello stesso anno, successivamente alla prematura morte del padre, si è trasferito prima a Napoli e poi a Bari, dove prossimo alla laurea ha interrotto definitivamente gli studi ed è tornato al suo paese natale.

Di ideali socialisti, conoscendo il dramma dei contadini meridionali, si è interessato ai problemi dei contadini della Lucania, battendosi strenuamente sotto il profilo politico e sindacale per il riconoscimento dei loro diritti. L’intensa attività sindacale, la frequentazione con i: «… confinati politici, come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria, Camilla Ravera, Emilio Sereni, Franco Venturi, Guido Miglioli e di ebrei internati» lo hanno portato ad aderire al Comitato di Liberazione Nazionale e, il 4 dicembre 1943, a iscriversi al Partito Socialista Italiano.

Da Eugenio Colorni, confinato a Melfi, è stato segnalato come «… un ragazzo su cui si poteva contare» quando in regione si sarebbero ricostruiti i partiti di sinistra.

Il giorno di Natale del 1943, a Tricarico, ha fondato la sezione Giacomo Matteotti del Partito Socialista Italiano, «… che sotto la sua guida si rivelò attivissima nella fase di passaggio dal fascismo alla repubblica».

In continuo contatto con gli ambienti antifascisti lucani è stato designato membro del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della provincia di Matera.

Nello svolgimento dell’impegno politico-sindacale, ha promosso la costituzione di leghe aderenti alla Camera del Lavoro e, attraverso i consigli di borgo, ha creato «… un forte consenso soprattutto tra i contadini e i braccianti».

Coinvolto appieno nella vita del partito, dall’11 al 17 aprile 1946, ha partecipato ai lavori del Congresso nazionale del Partito Socialista Italiano d’Unità Proletaria (PSIUP), tenutosi a Firenze.

Il suo impegno politico viene premiato alle elezioni amministrative del 1946, «… la prima democratica votazione amministrativa del dopoguerra».

Candidato dal Fronte Popolare Repubblicano, formato da Partito Socialista Italiano d’Unità Proletaria (PSIUP), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Partito d’Azione (Pd’A), Partito Comunista Italiano (PCI), il 20 ottobre è stato eletto sindaco di Tricarico. Ventitreenne, «… il più giovane sindaco d’Italia».

A capo della sua prima amministrazione civica tricaricese, dal 24 novembre 1946 al 18 aprile 1948,  ha realizzato varie opere concrete a favore della popolazione: l’ospedale, l’edificio scolastico, l’apertura di scuole per adulti, la lotta contro l’analfabetismo.

All’indomani della sconfitta elettorale delle Sinistre in Italia (18 aprile 1948), si è dimesso. Rieletto, stavolta, candidato nella lista dell’Aratro e la dizione di Fronte Democratico Popolare (PSI, PCI e Indipendenti), dal 28 novembre 1948 all’8 maggio 1950, ha retto la sua seconda amministrazione, deliberando «… l’adesione alla Assise per la Rinascita della Lucania, che si svolse a Matera il 3-4 dicembre 1949, la costruzione della strada Tricarico-Matine».

Agli inizi del 1950, accusato falsamente di concussione, truffa e associazione a delinquere dagli avversari politici, per quaranta giorni, dall’8 febbraio al 25 marzo 1950, ha subito l’umiliazione dell’arresto e della prigionia nel vecchio carcere di Matera.

Nonostante sia stato prosciolto dalle accuse di concussione e assolto con formula piena per non aver commesso il fatto, deluso amaramente per non essere stato eletto consigliere provinciale, si è risoluto «… ad abbandonare gli incarichi istituzionali, senza però farlo mai disamorare della sua gente».

Il 25 marzo 1950, quindi, si è distaccato «… dalla politica, che, irretita nelle macchine dei partiti, a lui più non interessava», «per dedicarsi maggiormente a quella letteraria, senza trascurare il suo impegno per i diritti del popolo meridionale».

L’amico Carlo Levi lo ha convinto «… a tentare la grande avventura socio-letteraria a Roma. Ma dopo una breve parentesi presso Einaudi», nell’estate del 1950 è arrivato a Portici.

Nella cittadina vesuviana, vi è arrivato su invito del professor Manlio Rossi-Doria, direttore dell’Osservatorio di economia agraria per la Campania, la Calabria e il Molise, che gli ha offerto «… un posto di impiegato».

Presso l’Osservatorio si è dedicato alle ricerche e agli studi sociologici, oltre a un’inchiesta sulla cultura e sulle condizioni di vita delle popolazioni meridionali.

A Portici, ha risieduto in una camera, sistemata all’interno della piccola pensione gestita dalla signora Mena Iuliano, «… la signora amica che gestiva la pensione sulla salita di Sant’Antonio».

Il giovane «… poeta amaro e antico come la sua terra, la Basilicata», alla città che ha amato per «per averlo ospitato con amore», ha dedicato alcune sue composizioni: Villa Meola, Palazzo Reale di Portici, A Portici, Il porto del Granatello, Portici primo aprile.

Fra le sue opere scritte in prosa, tutte strettamente collegate alla società contadina, citiamo È fatto giorno, il romanzo incompiuto L’uva puttanella, l’inchiesta Contadini del sud, l’opera teatrale Giovani soli e diversi racconti, raccolti nell’opera Uno si distrae al bivio.

Il suo impegno letterario è stato riconosciuto dalla critica con l’assegnazione di ambitissimi premi letterari in vita e post mortem, quali: Premio di L’Unità, 1947; Premio Roma, 1949; Premio Cattolica, 1951 (per la poesia dialettale); Premio Monticchio, 1952; Premio Borgese, 1953; Premio San Pellegrino, 1954 (per l’inchiesta Contadini del Sud); Premio Viareggio, 1954.

Improvvisamente, il giovane poeta-contadino, Rocco Scotellaro il 15 dicembre 1953 muore a Portici, nella sua abitazione di via dell’Università 73. Un fulmineo infarto, del tutto inaspettato in un giovane di «… soli trent’anni, poco prima di quel Natale», ha stroncato il «… romantico e tragico poeta del Sud».

Tra i primi ad arrivare a Portici per dare l’ultimo saluto al poeta-contadino Rocco Scotellaro giungono «… il compagno Nino Sansone, che ha portato le condoglianze del nostro giornale e il pittore Paolo Ricci. Alle 13, è giunto da Roma Carlo Levi, con la moglie. Nel pomeriggio l’on. Mario Gomez ha espresso ai familiari ed al professor Rossi Doria, preside della facoltà, le condoglianze dell’Associazione dei contadini del Mezzogiorno.

 

 

Queste le liriche dedicate alla sua città d’elezione:

  • Villa Meola

Scende la luna dal cielo/sul ciliegio e sul melo:/c’è chi dorme, io cammino,/per cadere nel giardino./La luna è scesa dietro il muro calma:/io, lucano, non credo a questa palma.

(scritta a Portici il 16 maggio 1951).

  • A Portici

Nella resurrezione ogni mattina/portano il tuo nome e il tuo corpo/sopra un ciuffo di canti di gallo,/che le taglia la ruota del carretto,/il carretto che viene da Scafati/a portare cavolfiori ai mercati.

(scritta a Portici il 10 dicembre 1952)

  • Portici primo aprile

Vedere morire le cose/proprio nei giorni di sole/buoni ai nostri fidanzamenti./Queste viole sono più vere/oggi e più vicine di ieri.

(scritta a Portici il I aprile 1953)

  • II porto del Granatello

L’ondata che viene è furiosa/com’è dolorosa quella che m’abbandona./Amore che vieni e che vai/che apri la mia bocca e la chiudi,/oggi è secco il mio cuore. Pescatore/che ti muovi alla festa del vento/la pesca non è ricca/se povero è l’amore.

(scritta a Portici il 13 marzo 1953).

  • Palazzo reale di Portici

Dai grandi archi della Reggia/il mare è il primo a farsi vedere./Bianco sotto le luci nere/delle nubi lasciate dal giorno./Verso le grandi chiome dei pini/spunta una Napoli corallina/con le sue luci di palco./Degli amici vicini e lontani/cade il ricordo, come cade la ghianda/dalla nuvolaglia dei lecci.

(scritta a Portici nel 1952).

In un dattiloscritto gli ultimi tre versi suonano:

Un vaporetto cammina nel solco/e manda il suono che fa come cade/la ghianda dalla nuvolaglia dei lecci.

Portici ha ricordato il poeta lucano Rocco Scotellaro, suo figlio elettivo, con:

  • il convegno di studi Il Mezzogiorno da Scotellaro ad oggi. Economia, Letteratura, Società, tenuto presso l’aula Rossi-Doria della Facoltà di Agraria, nei giorni di venerdì 26 e sabato 27 Novembre 1993.

Il seminario, sotto la guida del medico-poeta Aristide La Rocca e della docente Giuseppina Scognamiglio, è stato promosso e organizzato dalla rivista Hyria

  • l’incisione di una lapide commemorativa in occasione del quarantesimo della sua morte, fatta murare dall’Amministrazione comunale alla facciata del portone della casa in cui ha abitato

Sul bianco marmo, si legge l’epigrafe:

…Pescatore che ti muovi alla festa del vento/la pesca non è ricca se povero è l’amore

QUI IL 15 DICEMBRE 1953

LA BREVE VITA E L’OPERA INCOMPIUTA DI

ROCCO SCOTELLARO

DIVENTARONO MITO

L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI PORTICI

IL 15 – 12 – 1993 POSE

 

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