Segni di Luce tra immagini e musica

di Renato Aiello

NAPOLI – A Villa di Donato in piazza Sant’Eframo Vecchio è in esposizione la personale di Claudia Meyer, promossa dall’Istituzione culturale Art1307 e a cura di Cynthia Penna, che vede l’artista esporre nel nostro Paese fino al 3 gennaio 2017.

Di origine svizzera, Claudia Meyer vive e lavora tra Lucerna, Parigi e Los Angeles e queste tre città hanno profondamente influenzato il suo modo di esprimersi e di comunicare.

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Così Cynthia Penna, curatrice della mostra: Il suo segno grafico incide superfici sempre diverse, dai metacrilati alla carta, in un una sorta di scrittura dinamica, un grafismo dinamico, un nuovo alfabeto dell’anima, un flusso continuo di parole che vanno a comporre, più che un discorso, una musica. Come la musicalità della prosa di Proust, composta da un inarrestabile susseguirsi di immagini in movimento che sconfinano in onde sonore più che in parola scritta, così la musicalità del segno di Meyer invade lo spettatore e lo avvolge in un crescendo sensoriale di Raveliana memoria.

La componente francese  della sua personalità emerge prepotentemente nella poetica della sua arte». Si potrebbe quasi azzardare un’eco delle note vivaldiane, in particolare dall’Estate e dall’Inverno delle famose Quattro Stagioni del celebre compositore veneziano.

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Il segno grafico, preso dalla tradizione Europea, si fonde con l’indagine dei materiali come i metacrilati, il cui uso connette Meyer alla matrice americana dell’arte. Una spinta di energia allo stato puro, accentuata dall’uso della luce che illumina la scena condensandone e orientando la visione solo verso alcuni punti focali. La luce occorre all’artista come elemento concettuale di epifania, di scoperta autentica, come ulteriore possibilità di visione. Ed anche questo uso della luce e della luminosità può essere ricondotto all’esperienza americana, un uso della luce in tutte le sue componenti che svolge un ruolo fondamentale nella creazione dell’arte Californiana. Indugiando con lo sguardo sullo spazio pittorico, osserviamo che è sezionato in scomparti o imbrigliato in una griglia, in modo da formare una composizione grafica geometrica che ingloba l’intero racconto.

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Questa costruzione appare come la necessità di Meyer di connettersi alla lezione costruttivista di stampo decisamente mitteleuropeo, e specificamente svizzero, dove l’eredità dei Mondrian e dei Malevich è stata sviluppata da una intera generazione di artisti quali Max Bill o Richard Paul Lohse.

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Il rigore di questa componente mitteleuropea del suo sentire, la induce a creare una sorta di schema di quadrati in successione che diventano la base strutturale dell’opera.

L’arte di Claudia Meyer è tutto questo: energia che scorre, flussi di energia in movimento che interagiscono tra loro, imbrigliati il più delle volte dentro una costruzione geometrica della scena, segno grafico che segue a sua volta l’energia che lo muove, lo sospinge e lo fa volare.

 

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