Storia e mito del fiume Sebeto

di Michele Di Iorio

Se i miti medioevali e rinascimentali identificavano la Campania con il fiume Volturno e con l’Irno la città di Salerno, così il limpido fiume Sebeto era Napoli, anche detta Sebezia.

La sorgente del fiume Sebeto sgorga sul Monte Somma. Il suo corso originario, è difficile da ricostruire per i continui stravolgimenti che ha subito nel corso dei secoli.

Quando la Campania era popolata da pastori e contadini celti questo sacro fiume si versava nell’aveo di Pollena e Cercola e si divideva in due torrenti, uno lungo l’ex raffineria in via Argine e l’altro lungo il lagno di Ponticelli – alveo coperto nella seconda meta del 1900 – arrivando fino delle paludi, rinforzato dal suo alffluente naturale, il Rubelo, con un percorso impetuoso che si snodava anche dentro la città, quasi in gara con il fiume Bolla, che bagnava la parte alta della città. Il Sebeto dal Vesuvio scorreva per Volla e parte di Porchiano, frazione di Ponticelli, e da Tavernanova di Casalnuovo  entrava in Napoli e passando per Poggioreale sboccava al ponte di Casanova.

Secondo l’archeologo Mario Napoli il fiume Sebeto si divideva in due rami, rinforzato dalle acque dei lavinai collinari. Arrivava perfino all’odierna piazza Dante e a via Medina riversandosi in mare tra piazza Municipio e Santa Lucia.

Il Sebeto per riforniva di acqua potabile Palepoli, l’antica città greca, che ricostruita nel  470 a.C. divenne Neapolis. Lungo il suo corso i villaggi delle paludi impiantarono mulini ad acqua dai nomi successivi, come quello del Maltempo, Salice,dei Certosini, e tra San Giovanni e Ponticelli, detto delle Carcioffole.

Il Sebeto sfociava in mare dalle parti dell’odierna piazza Municipio. Fu incalanato dai Greci Cumani nel 470 a.C. e divenne di servizio idrico con l’acquedotto augusteo nel 47 a.C.

Più avanti nel tempo nel centro storico il fiume Sebeto, impetuoso e spesso straripante, fu coperto dai palazzi nobiliari. Oltretutto, i terremoti nel corso dei secoli ne avevano inabbissato sia il percorso.

Il fiume Sebeto sin dall’antichità è stato avvolto da un’aura sacra: Publio Virgilio Marone lo celebrò come  la ninfa Sebetide e Publio Papinio Stazio fantasiosamente collocò alla sua foce la tomba della sirena Partenope.

Tuttavia, nel 1340 il poeta aretino Francesco Petrarca sognando le «… chiare fresche e dolci acque» pur impetuose del fiume Sebeto, venendo a Napoli lo vide e rimase deluso:  percorrendo la zona di San Marcellino fino all’odierno corso Umberto I si trovò davanti un rigagnolo quasi sprofondato tra i palazzi. Quando il maremoto colpì Napoli il 25 novembre del 1343, il Petrarca fuggì e scrisse che il Sebeto era ridotto ad una fogna quasi sotterranea. Anche Boccaccio in visita a Napoli parlò del fiume come un rigagnolo pieno di immondizia e fango, ormai quasi del tutto sottoterra.

Il Pontano nel XVI secolo riportò alla sacralità il fiume: narrò la leggenda del giovane dio greco Sebeto. Innamorato perdutamente di Megara, quando la giovane morì annegata nei pressi dell’isolotto che da allora portò il suo nome. Sebeto impazzì dal dolore e le sue lacrime lo trasformarono nel fiume, che andò a sfociare in mare proprio vicino dove era avvenuta la tragedia. Salvo poi a descrivere il corso d’acqua prossimo ad essere la fogna di Napoli.

Lo scrittore francese BernardGermainÉtienne de la Ville-sur-Illon raccontò alla fine del XVII secolo che il progressivo sprofondamento del fiume Sebeto era iniziato coi terremoti del 63 d.C. e con l’eruzione vesuviana del 79 d.C. e quelle seguenti, sparendo quasi del tutto man mano che avanzava l’urbanizzazione di Napoli.

Ugualmente nello stesso periodo scrisse l’abate Celano, sottolineando che la situazione del Sebeto si era aggravata dopo i lavori per l’acquedotto del Carmignano ordinati nel 1629 dal Emanuel de Guzman Zuniga y Fonseca. Il vicerè nel 1635 fece progettare da Cosimo Fanzago la fontana monumentale del fiume o dio Sebeto al largo  Sermoneta a Mergellina.

Nei  pressi di Porta Mercato vi è ancora la via del Sebeto, dove si trovano le rovine di un tempietto in marmo dell’epoca imperiale fatto erigere da Plubio Mevio Eutico in onore del dio Sebeto, raffigurato anche su monete romane del V secolo a.C., come Sepeithos,

Il fiume Sebeto, oggi sparito in superficie, fino al 1799 affiorava ancora nella zona delle paludi. In città un suo rigagnolo scorreva sotto il Ponte della Maddalena.

Ferdinando II di Borbone Due Sicilie tra 1833 e 1847 fece sistemare le industrie tessili e di cuoio nella zona dei Granili, coprendo in parte il fiume Sebeto, ancor di più quando nel 1850 fece bonificare la zona industriale di Sant’Anna a Paludi.

Nel 1855 l’ingegnere civile Melisurgo scrisse che ormai il Sebeto era da oltre 500 anni un fiume sotterraneo. Se ne rimaneva qualche traccia, dopo la costruzione nel 1884  del nuovo acquedotto del Serino e dei progetti del Risanamento, sparì praticamente del tutto.

Nel 1904 iniziò il procedimento di bonifica anche delle zone industriali di Napoli, completando la bonifica dei Regi Lagni, iniziata nel 1824, e in seguito all’incalanamento del corso del Lagno Pollena , un tempo letto del fiume Sebeto, venne coperto. Negli anni ‘70 del Novecento nacque così l’odierna via Argine.

Oggi del fiume Sebeto a Napoli rimane solo la stampa del 1690, come ricorda lo storico Flavio Russo nel suo libro Storia del controverso fiume Sebeto  di Napoli, edizioni ESA, 2012.

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