Tempi moderni e depressione: aumenta la tristezza delle mamme

di Carlo Alfaro 

Ha fatto scalpore lo studio pubblicato da qualche settimana su JAMA Network Open da Rebecca Pearson, dell’Università di Bristol, nel Regno Unito, che ha segnalato un aumento, rispetto alle generazioni precedenti, dell’incidenza di depressione nelle donne in gravidanza di oggi, attribuendone la causa allo stress, in particolare le pressioni lavorative, quelle finanziarie e l’elevato confronto sociale provocato dai social media, che rinforzano sensazioni di inadeguatezza e svalutazione rispetto alle altre madri.

Un fenomeno che influenza, peraltro, il destino delle figlie, perché dal confronto tra due generazioni effettuato nello studio, emerge che chi ha avuto una madre con depressione durante la gravidanza presenta un rischio tre volte più elevato di svilupparla anche lei una volta incinta. Oggi si parla in generale di depressione materna piuttosto che, come classicamente, “depressione post partum”, perché in realtà compare già nel terzo trimestre di gestazione. Esistono diversi gradi di gravità. Nella maggior parte dei casi si tratta di una forma lieve e transitoria di disagio interiore (“baby blues” o “maternity blues”), che può interessare fino all’80% delle mamme, mentre solo il 10-15% va incontro a una vera e propria depressione.

Raramente può manifestarsi una psicosi con allucinazioni e deliri. I sintomi possono contemplare: umore triste senza motivo, o labile, con sbalzi e fluttuazioni dall’euforia ed eccitamento all’abbattimento e scoramento, malinconia, ansia, agitazione, irrequietezza, inquietudine, comportamento disorganizzato, facilità al pianto, irritabilità, instabilità emotiva, ipersensibilità, perdita di memoria, difficoltà di attenzione e concentrazione, spossatezza, dolori e debolezza muscolare, pigrizia, apatia e abulia (perdita di entusiasmo, interesse o piacere nel fare le cose), disturbi del sonno (difficoltà nell’addormentamento, risveglio precoce, sogni angosciosi, insonnia, eccessiva sonnolenza) e dell’appetito (inappetenza o bulimia), confusione, aggressività, insofferenza, pensieri negativi, preoccupazione eccessiva e sopravvalutazione delle difficoltà che appaiono insormontabili, mancanza di fiducia in se stessa rispetto agli impegni da attendere, ossessioni legate al benessere del piccolo come la preoccupazione di rispettare, con eccessiva precisione, gli orari dell’allattamento o del sonno, sentimenti di vergogna, sensi di colpa per non essere la “mamma modello” che si era immaginata o che gli altri si aspettavano, fino ad atteggiamenti negativi verso il bambino, pur tanto amato, quali mancanza di emozioni, difficoltà di legame, sensazione di fastidio e di peso, sensazione di inadeguatezza nella cura del piccolo (allattarlo, cambiarlo), avversione, rabbia, intolleranza, paura di restare sola con lui.

Di solito compare entro i 2-3 mesi dalla nascita del figlio, a volte precocemente, 3-4 giorni o una settimana dopo la nascita del bambino, ed è favorita da stanchezza, peso delle responsabilità e senso di isolamento. La durata nei casi lievi è di 7-15 giorni ma può persistere fino a un anno o sfociare in depressione cronica. Benchè nei casi più lievi siano in gioco fattori fisiologici come i bruschi cambiamenti ormonali che intervengono nell’organismo della donna dopo il parto (caduta a picco dei livelli di estrogeni e progesterone) o lo stress psico-fisico legato a travaglio e parto, oltre a perdita di sonno e rottura del ritmo sonno-veglia, senso di responsabilità, tensione con il compagno e i familiari riguardo alla gestione del piccolo, nella depressione vera e propria si innestano altri fattori.

Tra questi, la letteratura scientifica ha identificato, quali fattori di rischio: aver sofferto di ansia o depressione durante o prima della gravidanza, familiarità per problemi psichici, recenti situazioni stressanti, scarso supporto familiare o sociale, difficoltà o precarietà economiche, disordini ormonali (disturbi mestruali, disturbi della funzionalità tiroidea), problemi di salute fisica.

Tra i fattori di rischio recentemente emersi, anche l’essere “troppo” informata su maternità e gravidanza: secondo una ricerca pubblicata a ottobre scorso su Early Child Development and Care da due ricercatrici dell’Università di Swansea (Galles), sono le più assidue lettrici di riviste, manuali, materiale informativo ad essere più a rischio di sviluppare sintomi depressivi, che derivano dallo slatentizzare una bassa autostima che genera senso di inadeguatezza e fallimento rispetto a regole e obiettivi suggeriti.

Il rischio di deprssione materna aumenta in mancanza di una rete sociale di supporto e confronto, per cui il testo scritto resta l’unico riferimento. Sembrano fattori di rischio anche un parto traumatico, parti pretermine o gemellari, pregressa difficoltà ad avere figli. Sono più predisposte in generale le madri con personalità caratterizzata da bassa autostima o perfezionismo o che coltivino aspettative irrealistiche sull’essere madre o sul bambino.

La depressione della gestante influenza il nascituro sin dalla vita intrauterina, con effetti riconoscibili già nei primissimi giorni di vita, quali irritabilità e difficoltà di alimentazione, oltre che persistenti nel tempo, secondo lo studio dell’italiano Carmine Pariante del King’s College di Londra pubblicato sulla rivista Psychoneuroendocrinology, proprio in questo mese di luglio. Gli effetti più precoci sul nascituro sarebbero mediati dall’attivazione del network infiammatorio nell’organismo materno, a seguito della stimolazione degli omoni dello stress.

Altri effetti della depressione materna sul bambino dipendono dal comportamento che la donna sviluppa come reazione al suo malessere psichico: iper-controllo e ipercura (su crescita, peso, alimentazione, sonno, pulizia, respiro, malattie) o trascuratezza e allontanamento, delegando ad altri (nonna, partner, tata) le sue cure. In entrambi i casi, la madre perde la possibilità di entrare in sintonia con i bisogni reali del proprio bambino, diventando inabile a instaurare un valido interscambio emotivo e a decodificare i suoi segnali e dare un senso alle sue prime esperienze di vita, che è il primo, fondamentale, passo per la costruzione di un attaccamento di tipo sicuro.

La modalità di relazione che il piccolo instaura con la mamma nei primi anni di vita influenzerà il suo modo di interagire con il mondo. Le conseguenze per il bambino possono essere disturbi dello sviluppo cognitivo, sociale, comportamentale ed emotivo, quali iperattività, ritardo cognitivo e del linguaggio, interazioni sociali difficili, fragilità emotiva.

Come ha scritto lo scorso anno la psicoterapeuta Victoria Prooday, c’è una «… tragedia silenziosa che sta colpendo i bambini di oggi», che è l’aumento dei disturbi della sfera psichica, di cui è responsabile l’ambiente tossico in cui li facciamo crescere.

Mamme e bambini sono il gioiello più prezioso di una società. Non lasciamoli soli. Costruiremmo una società malata e infelice.

 

 

Il dottor Carlo Alfaro, sorrentino, 54 anni, è un medico pediatra Dirigente Medico di I livello presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi della ASL NA3Sud, Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifica SLAM Corsi e Formazione, e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA).

Inoltre è giornalista pubblicista, organizzatore e presentatore di numerosi eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio, direttore artistico di manifestazioni culturali.

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