Un coccodrillo napoletano

di Michele Di Iorio

Il Maschio Angioino si erge maestoso su Napoli dal 1269. Costruito per volere di re Carlo I d’Angio, fu sede di real corte, e accolse regnanti, papi evambasciatori. Vi si tennero le udienze, ricevimenti sontuosi, fino alla costruzione del seicentesco Palzzo Reale.

Restaurato e abbellito dai successivi dominatori aragonesi, divenne castello militare con l’ascesa al trono dei sovrani Borbone.

Un tempo Castel Nuovo era circondato da un imponente fossato con ponte levatoio. Attraverso 365 scalini si accedeva a celle sotterranee, come quella del “miglio”, usata come deposito di granaglie, poi detta del coccodrillo. La più antica, situata verso il lato mare, sotto la Torre dell’Oro, tesoreria degli angioini e aragonesi.

Tante sono le storie e le leggende legate a questo piccolo ambiente ipogeo: dalla sparizione del tesoro degli angioini e alla detenzione di 40 cavalieri templari rinchiusi tra 1308 e 1310 sotto gli angioini e dei prigionieri politici della Congiura dei Baroni sotto gli aragonesi. Tra gli altri. Nel 1599 vi fu rinchiuso e torturato il filosofo Tommaso Campanella.

La storia più famosa è certamente quella che riguarda il coccodrillo che viveva nel fossato: una racconta che dall’Egitto venisse portato a Napoli un enorme rettile, poi donato alla regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Le fosche leggende che riguardano questa sovrana, omonima della zia Giovanna II detta la Loca, con la quale spesso è stata confusa – narrano che utilizzasse il gigantesco coccodrillo per eliminare ogni traccia dei suoi sventurati amanti. Era una teoria sostenuta da Alexandre Dumas e poi da Benedetto Croce. Raccontano infatti che nelle segrete del Maschio Angioino c’era un pozzo che comunicava con il mare: durante l’alta marea il coccodrillo entrava e catturava e divorava gli infelici prigionieri.

Il re Ferrante diede ordine di eliminare il pericoloso animale. Il marchese Caracciolo nel 1486 lo fece attirare con una polposa esca – pare fosse una coscia di cavallo – e il grosso rettile venne catturato e ucciso. Venne fatto impagliare e posto sul portale del Maschio Angioino, dove rimase fino al 1880, quando per decisione del Municipio il macabro trofeo venne rimosso, ufficialmente per motivi di igiene pubblica, ma in effetti perché rovinato dagli scugnizzi e mutilato da donne o che lo credevano un talismano o che un suo pezzetto fosse necessario per ricavare filtri magici e fare fatture. Il coccodrillo imbalsamato venne conservato in un deposito, mentre il pozzo delle segrete di Castel Nuovo venne murato.

Si continuò a favoleggiare su quel povero coccodrillo, anche perché se ne avevano poche notizie, confuse e non verificabili.

Il mistero del coccodrillo napoletano pare sia stato risolto qualche anno fa: durante il tratto dei lavori per la metropolitana che va da piazza Nicola Amore a piazza municipio all’altezza di Palazzo San Giacomo vennero scoperti i resti di tre navi romane, le rovine di un palazzo imperiale romano con una testa attribuita a Nerone e l e ossa di un coccodrillo. Esaminate con il test del Carbonio14 , è stato stabilito che risalgono a un periodo tra il 1643 e 1666. Pare così confermata la storia del coccodrillo, che però non visse nè in epoca angioina nè aragonese, ma il tempi del vicereame spagnolo.

Le ossa rinvenute appartengono ad un esemplare lungo oltre due metri, quasi certamente proveniente dal Nilo, proprio come quello della leggenda. Probabilmente ce n’è stato più di uno a Napoli, in epoche diverse, altrimenti non si spiegherebbe quello imbalsamato, ma al momento non c’è modo di provarlo. E il mistero continua …

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