Un Totò animalista poco conosciuto

di Michele Di Iorio

Il principe Antonio De Curtis, 30esimo della Massoneria Scozzese italiana a Roma, in arte Totò,  non tutti sanno che fu un convinto animalista: aveva un debole per gatti e cani con i quali lenì la sua solitudine dopo la separazione dalla moglie Diana Rogliani.

Da piccolo nel rione Sanità a Napoli proteggeva gatti e cani randagi dalle violenze degli scugnizzi. Sensibilissimo, costruiva piccole bare per i cadaverini con scatole di scarpe e faceva un vero e proprio funerale  facendole trainare da cavalli di cartapesta.

Nel 1936 dedicò la sua prima poesia alla gattina Bianchina e nel 1950 i suoi celebri versi quando sparì il suo cane Dik. Stabilì addirittura una ricompensa per chi l’avesse ritrovato e, sempre generosissimo, regalò somme di denaro a quelli che gli portarono cani simili a Dik, ben 12.  Con sua grande gioia Dik rientrò a casa da solo.

Spesso nei suoi film gli animali facevano da comparse, come in Animali pazzi, Fifa e arena e naturalmente Uccellacci e Uccellini, per non dimenticare la commedia Sarchiapone e Ludovico, con un asino e un cavallo per protagonisti principali.

Quando incontrava un animale sofferente Totò li aiutava immediatamente: nel 1956 fece curare il meticcio Mosè, un cagnolino randagio finito sotto un auto e fece costruire per lui da due tecnici della Università La Sapienza una protessi con rotelline per sostituire le zampe posteriori. La notizia fece scalpore e e tante furono le critiche, cosa che provocò molte amarezze al principe della risata. Totò tenne con sé Mosé fino alla fine: il cagnolino lo precedette nella dipartita soltanto di un mese.

Nell’ultimo periodo della sua vita Antonio de Curtis aveva con sé in casa un cane lupo e un barboncino, Barone e  Visconte, un pappagallo che lo chiamava eccellenza e un gatto, battezzato Maestà, che però dovette presto donare al suo autista Cafiero, perché si azzuffava con i cani e puntava pericolosamente il pappagallo.

Totò sognava di creare una casa rifugio per cani abbandonati. Nel giugno del 1960, una donna che ospitava 20 cani randagi in una baracca del villaggio San Francesco. scivolò travolgendo una candela accesa: morì nonostante i suoi animali avessero tentato disperatamente di salvarla. I cani vennero accolti da un’altra appassionata cinofila, e messi in un rifugio in viale Forte Boccea, nonostante vivesse con una magra pensione. Totò, venuto a conoscenza che la donna rischiava di rimanere senza cibo per sè e per gli animali, e sapendo che senza dubbio questi sarebbero stati soppressi, incaricò il suo segretario-cugino Eduardo Clemente di trovare un ottimo veterinario. La scelta cadde sul dottor Vincenzo Mascia, famoso per aver curato e salvato  il gatto Cassius di Elizabeth Taylor mentre l’attrice si trovava in visita a Roma.

Antonio de Curtis non esitò inoltre a spendere 45 milioni di lire per trasformare il rifugio canino in via Forte Boccea in un moderno canile privato, l’Ospizio dei trovatelli, fornito di acqua potabile, di cibo selezionato, di dormitori canini, stanze dipinte di blu, e riscaldamento. Un veterinario e 5 assistenti guardiani, stipendiati fino al 1967,  mandarono avanti la struttura dotata anche di una sala infermieristica con le migliori attrezzature medica dell’epoca.

Due volte la settimana andava a trovare i suoi 245 cani ospiti, controllandone attentamente la salute, provvedendo anche alla registrazione all’anagrafe canina e ai microchip. Con occhio sempre attento all’igiene,  con amore dava un nome ad ogni cucciolo nato e si accollava tutte le spese per i fornitori.

A chi lo criticava per questa sua dedizione ai cani, il suo segretario personale e cugino ricordava che Totò non si limitava solo a questo: inviava 50mila lire al mese all’Istituto Cottolengo di Roma e finanziava orfanatrofi, ospizi per anziani e per poveri, case di cura e ricoveri per ragazze madri e violentate. Inoltre faceva distribuire cibo, soldi e vestiti ai poveri che bussavano alla sua porta tutti i giorni. Ed erano tanti!

Alla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967,  i cani vennero quasi tutti adottati. Antonio De Curtis dispose un lascito al canile di via Boccea facendo giurare al cugino Eduardo Clemente e al dottor Mascia di non abbandonarne mai i cani ospiti dell’asilo romano dei trovatelli. Ma i soldi scarseggiavano: tre dei cinque assistenti guardiani si licenziarono e allora il cugino di Totò si incaricò sistemare gli animali.

Alla fine ne rimasero 18 e Eduardo Clemente li portò da una grande ammiratrice di Totò, donna Rosaria Valerio Landi da Caserta, discendente dal nonno materno Francesco,  generale di brigata borbonico.

Donna Rosaria, professoressa di Scienze Biologiche e Farmacista, vedova del capitano di fregata e vicesindaco di Napoli Antonio Ariano, li sistemò nella sua villa del ‘700, in frazione Monticelli. La nobildonna  fece suo l’amore di Totò per i cani e accudì sempre gli animali con l’aiuto dei domestici, fino alla sua morte, avvenuta  il Venerdì Santo del 1975.

Solo nel 2000 il Parlamento ha promulgato un legge che tutela gli animali e stabilisce che le sevizie sugli animali, raccogliendo anche se tardivamente la grande eredità del principe Antonio de Curtis

Questo scritto è dedicato a Totò, grande attore e grande uomo: a lui onore e gloria. A noi resta il monito della sua eccezionale opera massonica e umana, ‘A livella, ovvero saggezza e umiltà di fronte alla vita, a tutte le vite, e alla morte, a tutte le morti …

One Response to Un Totò animalista poco conosciuto

  1. Monica Mucci ha detto:

    Se tutte le persone avessero la sensibilità di Toto il mondo sarebbe meraviglioso. Sarebbe bello ricostruire il canile di Toto magari come rifugio o casa di riposo per cani abbandonati

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