Un’altra Pasqua con il Covid: l’ultima?

Il nostro medico Carlo Alfaro, Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi (Na), ove è titlolare di Incarico professionale di consulenza, studio e ricerca di Adolescentologia, e il report sul Covid prima della Pasqua

Primavera, Domenica delle Palme, Pasqua. Parole che evocano nella mente immagini di vitalità, gioia, serenità, unione. E invece, per il secondo anno, siamo a parlare di Covid-19. E siamo ancora tristemente in “zona rossa”, chiusi “in una bolla” che ci ha privati delle nostre amate consuetudini di vita.

La situazione è in fase di miglioramento ma oramai, dopo aver tanto sperato nelle fine dell’incubo, si ha persino paura di crederci. Secondo gli ultimi dati della Fondazione Gimbe, relativi alla settimana 17-23 marzo, dopo 4 settimane consecutive di aumento dei contagi, si rileva sul, territorio nazionale una lieve flessione della curva dei nuovi casi, sebbene ancora siano superate entrambe le soglie di allerta fissate dal Ministero per quanto attiene all’occupazione di posti letto da parte di pazienti Covid in area medica (>40%) e in terapia intensiva (>30%).

In realtà, è un miglioramento “forzato” dalle restrizioni alle libertà individuali, poiché abbiamo ormai ampiamente sperimentato che la curva tende inesorabilmente a risalire non appena si allentano le misure. Siamo consapevoli che il lungo periodo dei sacrifici e delle rinunce non è finito e non possiamo permetterci di abbassare la guardia. A dispetto delle speranze di scongiurare la “terza ondata” dell’epidemia, l’Italia vi è comunque entrata in pieno, come documenta il fatto che “l’indice di positività”, che misura su base settimanale la percentuale di positivi sul numero di soggetti sottoposti al tampone, è pari al 20,99% (1 caso su 5), a testimonianza di un’alta circolazione del virus sul territorio nazionale.

I casi sono ancora troppi per poter stabilire le catene di trasmissione e mettere in atto il tracciamento dei contatti, che è un’attività molto importante per il contenimento dell’epidemia. Purtroppo l’emergenza di varianti del virus più diffusive, in primis quella inglese, ha condizionato la virulenza della terza ondata dell’epidemia, in italia come nel resto del mondo.

La lotta contro il Covid-19 sembra scritta da un giallista esperto in colpi di scena dove ad ogni sforzo dei “buoni” per sconfiggere il male si frappone un imprevisto che riporta la situazione in condizioni di crisi. Come appunto l’affermarsi delle varianti, tra cui è stata appena segnalata nelle Marche per la prima volta in Italia la nuova variante cosiddetta “newyorkese”, che attualmente sarebbe responsabile di circa un quarto dei contagi nella Contea di New York e sembrerebbe potenzialmente resistente a vaccini e terapie anticorpali.

Proprio  a causa delle varianti, il nuovo report dell’Istituto Superiore della Sanità stressa l’importanza delle norme di prevenzione dei contagi. Chi si è vaccinato, precisa il documento, deve comunque continuare ad adottare tutte le precauzioni ormai arcinote (distanziamento fisico, che viene portato a 2 metri mentre si mangia, mascherine, igiene delle mani), in quanto nessun vaccino conferisce un livello di protezione del 100%. La durata della protezione vaccinale non è ancora stata stabilita, la risposta protettiva al vaccino può variare da individuo a individuo e, al momento, non è noto se i vaccini impediscano completamente la trasmissione del virus.

Sempre nel documento dell’Iss, si raccomanda, per garantire la diagnosi di infezione sostenuta da varianti virali con mutazioni nella proteina Spike, che i test diagnostici molecolari real-time PCR siano “multi-target”, ossia capaci di rilevare più geni del virus e non solo il gene Spike (S) che potrebbe dare risultati negativi in caso di variante con delezione all’interno del gene S, quale la britannica.

Intanto sembra che a inizio gennaio finalmente la pandemia abbia raggiunto il picco nel mondo: da allora i casi globali sono diminuiti in modo significativo. Facendo presagire l’inizio della fine della pandemia, in uno con gli sforzi di vaccinazione di massa.

Una drastica riduzione della circolazione virale nella popolazione, grazie all’estensione delle vaccinazioni al maggior numero di persone possibile, potrebbe prevenire infatti la diffusione delle varianti già note e il potenziale sviluppo di ulteriori nuove varianti.

Uno studio uscito su Science, a cura di un team di ricercatori americani, grazie a un modello che analizza la traiettoria della pandemia, ipotizza che entro un anno la malattia da Covid-19 diventerà endemica perdendo l’aggressività iniziale, al pari dei comuni virus del raffreddore e dell’influenza. Questo processo si verifica quando una larga quota della popolazione ha acquisito anticorpi nei confronti del virus, attraverso infezione primaria o vaccino. La strategia migliore per accelerare il passaggio da epidemia a endemia è dunque proprio la vaccinazione.

Mentre guardiamo con speranza la luce alla fine del tunnel, portiamo nel cuore la memoria delle troppe vittime, cui sarà dedicata nel nostro Paese una Giornata nazionale, il 18 marzo, data in cui, per la prima volta, i mezzi militari a Bergamo sono stati impiegati per il trasporto delle salme.

Purtroppo, in Italia i morti per il Sars-CoV-2 sono già il doppio di quelli di Aids, 34 volte quelli del terremoto dell’Irpinia, 300 volte quelli de l’Aquila. Nel 2020, da marzo a dicembre, secondo l’Istat, ci sono stati oltre 100mila morti in più rispetto la media dei 5 anni precedenti. È il più alto numero di morti mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra. E questo eccesso di mortalità sta proseguendo purtroppo drammaticamente nel 2021: a gennaio ci sono stati 8.500 morti in più rispetto a gennaio 2020.

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