Anagramma di Madre: in scena il post partum
Uno spettacolo crudo e ironico che racconta il post partum da entrambi i punti di vista genitoriali tra ironia, verità e fragilità condivisa
PORTICI | CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI – Antonio Guerriero e Luana Pantaleo sono pronti al debutto al Teatro Theatron con Anagramma di Madre, scritto da Betta Cianchini e diretto da Giuseppe Miale di Mauro. Lo spettacolo sarà in scena dal 18 e 19 aprile.
La drammaturgia, cruda e ironica, affronta un tema raramente esplorato in teatro: il post partum, vissuto da entrambi i genitori. Un’esperienza spesso raccontata solo dal punto di vista femminile, qui si apre a una narrazione condivisa, intensa e autentica.
Con ritmo serrato, le voci di madre e padre si alternano in scena, attraversando trasformazioni profonde, paure sussurrate, stanchezza estrema e ironia inaspettata. Lo spettacolo nasce da un’indagine reale: 563 donne hanno raccontato il loro dopo, trovando il coraggio di chiedere aiuto. Da queste testimonianze prende forma una confessione teatrale senza filtri, comica e commovente, dove le fragilità diventano forza e l’intimità si fa materia universale.
Guerriero e Pantaleo danno corpo e voce a un’esperienza condivisa ma vissuta con sensibilità differenti, tra urla soffocate e risate improvvise, senso di inadeguatezza e slanci d’amore assoluto. La scrittura di Betta Cianchini mescola realismo e teatralità con uno stile diretto e graffiante, mentre la regia di Giuseppe Miale di Mauro restituisce una verità nuda, senza consolazioni, ma con lucidità e ironia.
Anagramma di Madre è un atto unico che parla a chi è genitore, a chi lo sarà, e a chi non ha mai trovato le parole per raccontare il dopo. Perché diventare genitori è, forse, il parto più complicato.
Note di regia. Il desiderio è raccontare una verità scomoda senza farne un melodramma. Attraversare una materia dura con la stessa leggerezza con cui, spesso, la vita ci costringe ad andare avanti. Perché si sopravvive anche quando non ci si sente pronti.
Lo spettacolo oscilla tra vissuto e racconto. I protagonisti non sono solo dentro la loro storia: la osservano, la commentano, la riscrivono davanti agli occhi del pubblico. Questa distanza amplifica l’emozione, permettendo di guardare anche agli aspetti più fragili con ironia e lucidità.
La prima parte è una favola d’amore improvvisa, rapida, travolgente. Ma lentamente si incrina. L’arrivo di una figlia, che sembrava il momento più alto, si trasforma in una favola nera fatta di insonnia, sofferenza, smarrimento.
Eppure, non è un racconto disperato. Il teatro è dichiarato in ogni sua forma: gli attori si espongono, si mostrano per ciò che sono — esseri umani prima che personaggi. Offrono una verità nuda, a tratti scomoda, spesso ironica, sempre autentica. Il finale resta aperto, come la vita stessa. Ma lascia intravedere una possibilità: quella di farcela, non perché tutto si sistema, ma perché si sceglie di restare.
Anagramma di Madre è, in fondo, un atto di fiducia fragile e ostinato nel credere alla vita. Un modo per dire che la felicità non è un momento, ma un percorso. E che, anche quando sembra lontana, vale sempre la pena camminare per raggiungerla.
Giuseppe Miale di Mauro
