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C’era una volta un trono

La favola triste di un trono splendente e di due re, uno saggio e benevolo, uno rapace e avido. Storia di un “pezzotto”

di Tonia Ferraro

In un regno antico e soleggiato del Sud, dove il mare cantava dolci melodie alle coste e i limoni litigavano per chi era più giallo e le arance per chi era la più grossa, esisteva un trono dorato, maestoso, con leoni ruggenti sui braccioli e cornucopie traboccanti di frutti che sembravano dire: Ccà se magna bbuono e se cumanna cu’ dignità.

Quel trono era il simbolo di una casata che aveva fatto innalzare edifici che sembravano colossi di zucchero e pietra, fontane che piangevano per bellezza e ponti che sembravano abbracciare il paesaggio. Per tutti era ‘o trono d’o Rre e lo guardavano con un misto di orgoglio e soggezione, come si guarda un nonno dal carattere un po’ severo ma dal cuore largo.

Poi arrivò un vento freddo dal Nord. Portava con sé baffi nuovi, modi stranieri e soprattutto un’aquila dall’aria arcigna. I nuovi signori dissero: «Questo regno ora è uno solo, e il trono deve adeguarsi al nuovo re». Di notte, di nascosto, il trono sparì dalla sua sala. Lo caricarono su un carro cigolante e lo portarono da un abile artigiano che – si dice – sapeva trasformare le cose con un po’ di colla, un po’ di vernice e un bel po’ di fantasia.

L’artigiano era scaltro: limò via qualche stemma troppo meridionale, inchiodò due aste laterali per farlo sembrare più “ufficiale”, e soprattutto piazzò in cima una bella aquila di legno nuova di zecca, con le ali spalancate come a dire «da oggi comando io». Il trono tornò al suo posto, luccicante, ma diverso. Le voci si alzarono subito, ma l’anima del popolo del Sud continuò a mormorare: Mah… pare sempe isso, però ha pigliato troppo friddo llà ‘ncoppo.

Passarono generazioni. Il trono rimase lì, immobile sotto il baldacchino, a farsi ammirare dai turisti e a prendere polvere reale. Tutti continuavano a chiamarlo «il trono del vecchio Re del Sud». Era una consolazione romantica, una piccola ribellione silenziosa contro il tempo.

Finché un giorno, molti anni dopo, arrivarono degli storici che con occhiali spessi guardarono dentro il legno, consultarono carte ingiallite dimenticate in un archivio polveroso.

E la sentenza cadde come un secchio d’acqua fredda sulla testa di un gatto: Nun è d’o viecchio Rre. ‘A faccia pare ‘a stessa, ma …‘a mano ca ‘o pavaje arrivaje d’o Nord. E cu quale sorde?

Il trono, insomma, non era un erede legittimo del passato glorioso: era un impostore di lusso, un “pezzotto” dorato con un pedigree creato ad arte … E ‘a verità nun servette cchiù a nisciuno.

I custodi del palazzo, un po’ imbarazzati e un po’ sollevati, lo rimisero a posto tutto ripulito, splendente, con il certificato di nascita aggiornato.

«Ecco il vostro trono sabaudo-napoletano-igp» dissero orgogliosi, mentre lucidavano l’aquila con uno straccio in microfibra.

Ma nel frattempo, nei vicoli e nelle osterie del Sud, la gente cominciò a bisbigliare una nuova leggenda: ’O vero trono d’o Rre antico? Chillo cu ’e rubbine dint’a ll’uocchie d’e liune, ’e diamante ’ncopp’e ccurone e ’o prufumo d’e frutt’e sciure? Eh, chillo… chi sa addò l’hanno ‘nzerrato. O forse l’hanno vennuto. Chello ca saccio, nun l’hanno stipato pe’ quanno ’o viento s’avota n’ata vota.

E così il trono dorato, seduto nella sua sala, sogghignava con la sua aria algida: aveva cambiato casata due volte, o forse adattato alla nuova dinastia con soldi del Sud. Esposto al Nord, era poi tornato al Sud… Eppure continuava a starsene lì, zitto, a farsi chiamare ancora, da qualcuno, ’O trono d’o Rre antico.

Morale? In un Paese dove anche i mobili mentono per convenienza, il trono più sincero è quello che non esiste più… ma che tutti continuano a cercare con nostalgia.

FINE.

(Si ringrazia per l’assist il capitano Alessandro Romano)

 

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