Diari del Tempo-1799: da Portici a Marsiglia. I condannati all’esilio di Mario Manzo | 4
Il racconto degli esuli porticesi del 1799: da Portici a Marsiglia, tra rivoluzione, tecnica, cartografia e memoria
di Mario Manzo
La memoria è fondamentale per i cittadini. Molti napoletani non sanno nemmeno che diversi eroi per la libertà giacciono senza nome in una delle chiese più belle della città. Non ne conoscono il valore storico e civile. È un dovere morale recuperarli.
Con queste parole, pronunciate in un’intervista a la Repubblica del 2014, il compianto e mai dimenticato avvocato Rosario Rusciano, autorevole figura della sinistra liberale riformista napoletana di scuola crociana, ricordava un progetto che aveva coltivato negli anni Ottanta, quando era assessore del Comune di Napoli: recuperare gli scheletri dei martiri della Rivoluzione del 1799, stipati da oltre due secoli nella fossa comune della Basilica del Carmine.
Sfruttando uno scavo allora in corso, e con l’autorizzazione della Procura della Repubblica, intendeva farli analizzare attraverso l’antropologia forense, disciplina che proprio in quegli anni si stava sviluppando a Napoli grazie a un luminare della medicina legale, per restituire loro una sepoltura degna in un Sacrario da allestire in una piccola chiesa già individuata nei pressi di Piazza Mercato.
Ridare nome, volto, dignità a quelle ossa dimenticate.
Tra gli anonimi resti, Gennaro Serra di Cassano, nato a Portici il 30 settembre 1772 nel palazzo avito a Bellavista, in località Cassano, decollato il 20 agosto 1799, lo stesso giorno dell’impiccagione di Eleonora Pimentel Fonseca e dei fratelli Domenico e Antonio Piatti, giunti da Trieste a Portici, dove avevano fondato una fiorente industria serica al Granatello, in località Bagnara, così chiamata dal Palazzo della famiglia Ruffo di Bagnara, casata del Cardinale.
Prima di salire sul patibolo, Eleonora Pimentel Fonseca pronunciò la celebre frase virgiliana Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Chissà che un giorno non sia dolce ricordare anche queste cose), riportata da Beniamino Ascione nella pagina di epigrafe, nel suo Portici: Notizie storiche (1968).
Eseguita la pena capitale, il duca Serra di Cassano fece murare l’ingresso principale del suo palazzo napoletano, sul cui architrave campeggia il motto venturi aevi non immemor (non immemore dei tempi futuri).
Nel 1983 il palazzo fu acquisito al patrimonio dello Stato e, grazie all’impegno di Gerardo Marotta, destinato all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Se dei condannati a morte sono rimasti nomi, storie e luoghi del martirio, i condannati all’esilio, costretti a lasciare Napoli per Marsiglia, sono invece caduti nell’oblio.
Si vuole quindi restituire memoria agli esuli porticesi condannati all’esilio in Francia, con la proibizione assoluta di rientrare nel Regno; il ritorno senza Real Permesso avrebbe comportato la pena di morte.
Perché l’esilio? Perché Marsiglia?
Quando il cardinale Fabrizio Ruffo entrò a Napoli, concesse l’onore delle armi agli ultimi repubblicani e promise loro l’espatrio in Francia: la capitolazione dei castelli prevedeva infatti che i patrioti potessero lasciare il Regno in sicurezza. La Francia era la madrepatria ideologica della Repubblica Napoletana e l’unico Stato europeo disposto a offrire asilo politico ai rivoluzionari. L’ammiraglio Nelson, con l’appoggio della regina Maria Carolina, dichiarò nullo il patto, bloccò le navi e fece imprigionare i patrioti. La regina, ostile ai giacobini napoletani per la sorte della sorella Maria Antonietta, regina di Francia, condotta alla ghigliottina nel 1793 dal Tribunale rivoluzionario di Parigi, e determinata a prevenire una nuova insurrezione, impose una linea di assoluta intransigenza. Il cardinale Ruffo rivendicò la validità della capitolazione, ma la sorte dei repubblicani era ormai segnata.
La Francia repubblicana predispose un vero sistema di accoglienza: la Commissione di soccorso censì gli esuli e distribuì i fondi necessari alla loro sussistenza, mentre il Ministero dell’Interno assegnò assegni mensili calcolati in base al ceto e al grado militare. Con la Pace di Firenze e l’amnistia generale, i contributi furono progressivamente ridotti per favorire il rientro.
Marsiglia fu scelta non solo per ragioni logistiche: Tolone, devastata dall’assedio del 1793 e ancora segnata dalle operazioni della guerra contro la Prima Coalizione, non disponeva delle strutture necessarie per accogliere navi cariche di profughi, mentre Marsiglia offriva infrastrutture efficienti, una rete commerciale attiva e la capacità di ricevere navi cariche degli exilés napolitains, oltre seicento, destinati a divenire rifugiati politici sul suolo francese.
Qui venivano registrati e redistribuiti, per lo più verso Lione e Parigi, così da evitare un eccessivo carico sulla città costiera. Il Porto Vecchio di Marsiglia era uno dei centri commerciali e marittimi più grandi e importanti d’Europa, snodo fondamentale per i traffici nel Mar Mediterraneo con merci, marinai e mercanti da tutto il mondo.
L’ammiraglio Latouche‑Tréville, che aveva partecipato alla rivoluzione americana con La Fayette e, rientrato in Francia, aveva aderito al Club dei giacobini, unico comandante che riuscirà a respingere per due volte i tentativi di Nelson di distruggere la flottiglia, giunse a Napoli nel 1792 con la sua flotta. La Francia rivoluzionaria inviò la squadra navale per ottenere dal re Ferdinando IV di Borbone una rigorosa neutralità; la corte di Napoli era ostile alla Repubblica francese e incline ad aderire a una lega antirepubblicana, anche per le posizioni antifrancesi del Segretario di Stato John Acton, già Ministro della Marina, e della regina Maria Carolina.

La circolazione delle idee francesi favorì la nascita della Società Patriottica Napoletana (1793), fondata da Carlo Lauberg, ex scolopio e scienziato, futuro primo Presidente del Governo provvisorio della Repubblica Napoletana, e modellata sul giacobinismo parigino. La Società si divise presto in due correnti: una più moderata, favorevole a una monarchia costituzionale, e una più radicale, orientata verso la repubblica.
Quando la congiura giacobina fu scoperta nel 1794, molti attivisti furono arrestati, tra cui lo stesso Gennaro Serra, che rimase in carcere per tre anni; chi riuscì a fuggire trovò rifugio proprio a Marsiglia, dove la comunità rimase attiva fino al ritorno in patria nel 1799.
Gli esuli porticesi del 1799 furono Antonio Campana, Carlo Cataneo, Michele Malagrano, Pompeo Montella, ai quali si vuole aggiungere Luigi Cosenz, porticese d’adozione.
Per comprenderne la vicenda è necessario partire dal milieu tecnico che accomuna quasi tutti i protagonisti. Con la scoperta di Ercolano e Pompei, Carlo di Borbone, che a buon diritto può definirsi il fondatore dell’archeologia moderna, fondò nel 1748 la Reale Stamperia, destinata a diventare uno dei poli tipografici ed editoriali più prestigiosi d’Europa. Nata per conferire lustro al Regno attraverso manufatti librari di grande pregio, documentò con edizioni sontuose le scoperte archeologiche vesuviane e si avvalse dei migliori incisori e disegnatori dell’epoca, molti dei quali provenienti proprio dal contesto tecnico porticese. Diretta da Gaetano Carcani, pubblicava codici, opere scientifiche e documenti amministrativi, alimentando una filiera tecnico‑grafica che univa incisione, disegno, cartografia e stampa. L’Abate Galiani, in corrispondenza con il Marchese Tanucci, promuoveva studiosi come Nicola Carcani all’Accademia delle Scienze, consolidando un ambiente in cui la tecnica diventava strumento di modernizzazione e prestigio istituzionale.

Annessa alla Stamperia e strettamente collegata alla documentazione dei ritrovamenti vesuviani, Carlo di Borbone istituì anche l’Officina Calcografica, con sede nella Reggia di Portici, riunendo i migliori disegnatori e incisori provenienti da tutta Italia. Qui furono chiamati maestri come Carlo Nolli da Milano, i Morghen da Firenze e i Campana da Roma, impegnati nella riproduzione di statue, pitture e reperti. Da queste botteghe nacquero nuove generazioni di tecnici: Raffaele Morghen, nato a Portici e divenuto artista di fama mondiale, una statua che lo raffigura, fa parte delle sculture che decorano la facciata dell’ottocentesco museo statale Nuovo Ermitage di San Pietroburgo; gli allievi dei Morghen, tra cui Aniello Cataneo, che fu reputato tra i migliori artisti napoletani del tempo, da cui Carlo che vedremo innanzi; e il porticese Giuseppe Guerra, da cui Domenico.
L’Officina ebbe come compito principale la realizzazione delle tavole illustrate per la monumentale opera Le Antichità di Ercolano esposte, pubblicata in otto tomi tra il 1757 e il 1792 dalla Regale Accademia Ercolanese, istituita nel 1755 da Carlo di Borbone per illustrare i monumenti rinvenuti negli scavi vesuviani. Già dal 1751 il sovrano aveva creato presso la Reggia di Portici un apposito museo per raccogliere i reperti dissotterrati, il Museo Herculanense, noto come il Museo di Portici, che Goethe visitò in due occasioni durante il suo viaggio in Italia.

Bibliotecario del Museo era il grecista Pasquale Baffi, giustiziato l’11 novembre 1799. Nella Reggia di Portici aveva sede anche la Reale Officina dei Papiri, dove lo scolopio padre Antonio Piaggio ideò la celebre macchina dei papiri per srotolare i fragili rotoli carbonizzati.
In questo ambiente, fatto di tipografi, incisori, disegnatori e geografi, si formò la generazione che avrebbe lavorato con Rizzi Zannoni nell’Officina Topografica napoletana, laboratorio già attivo nel 1784 e caratterizzato da una straordinaria intercambiabilità di funzioni.
È da questo mondo di tecnici che provengono gli esuli porticesi del 1799.
Antonio Maria Gaspare Campana, ingegnere, geodeta, generale, vertice della cartografia europea tra XVIII e XIX secolo, nacque a Portici nel 1772, figlio dell’incisore reale Vincenzo Campana e di Margherita Carpi, crebbe nel mondo tecnico della corte borbonica. Allievo di Giovanni Antonio Rizzi‑Zannoni, fu formato alla geodesia e al disegno topografico. Cadetto al Collegio Militare di Napoli, nel febbraio 1799 fu nominato capitano in seconda del Genio e aderì alla Repubblica Napoletana. Con la Restaurazione fu imprigionato e deportato in Francia.
Dal 1800 entrò nel Genio cisalpino, partecipò con Napoleone alla campagna del Gran San Bernardo e alla battaglia di Marengo. Dal 1801 operò nel corpo topografico piemontese e, dal 1802, in quello della Repubblica Italiana sotto Tibell. Lavorò a Mantova, Pietole, Cherasco, sul lago di Como, lungo il Po e tra Adda e Ticino. Nel 1805 fu nominato capo sezione del Corpo Topografico del Regno d’Italia; nel 1807 e nel 1811 fu confermato alla direzione del Dépôt général de la guerre.
Dal 1814 diresse l’Istituto Geografico Militare austriaco, che sotto la sua guida mappò l’intero Nord Italia. Colonnello nel 1828, maggiore generale nel 1833, Campana rappresenta la continuità tra la scuola borbonica dell’incisione e la modernizzazione scientifica dell’Europa napoleonica. Morirà a Vienna nel 1841.
Pompeo Montella, architetto, disegnatore, topografo, nacque a Portici nel 1776, figlio di Giuseppe e Antonia Perna, formatosi come architetto civile e disegnatore, fu vincitore del Premio di Architettura Civile a Roma e apprezzato per il “gusto straordinario” nel disegno militare e civile, come attestano i documenti del Deposito della Guerra: “Disegna Architettura Civile e Militare con gusto straordinario, e questo vale anche per la progettazione topografica. Ha vinto il Premio di Architettura Civile a Roma, usa con facilità gli strumenti geodetici e scrive abbastanza bene”.
Nel 1799 fu ascritto alla Sala Popolare e fece parte della Guardia Civica, corpo istituito dalla Repubblica per la difesa dell’ordine pubblico.
Partecipò alle operazioni svolte al Maschio Angioino durante gli ultimi giorni della Repubblica, dalla difesa armata alla trattativa di capitolazione, fino al ritiro nel castello allo sparo del cannone e all’imbarco sulle polacche, imbarcazioni mercantili a vela comunemente impiegate nei porti del Mediterraneo, come previsto con il Cardinal Ruffo.
La Sala Popolare era il luogo dove si spiegavano i decreti del Governo Provvisorio e si traducevano i principi della Costituzione nella lingua napoletana. Nella Repubblica Napoletana la Sala Popolare e la Sala Patriottica furono concepite per diffondere gli ideali rivoluzionari francesi tra la popolazione, trasformando la politica in un’esperienza collettiva e accessibile.
A differenza delle esperienze elitarie della Sala Patriottica, la Sala Popolare nacque come una sorta di piazza al chiuso, priva di liste di tesseramento e aperta ai ceti popolari urbani e alla piccola borghesia. Per superare l’analfabetismo si adottarono strategie pedagogiche e simboliche: i decreti venivano letti e spiegati; gli oratori, su impulso di Francesco Saverio Salfi, cui Bonaventura Zumbini (Pietrafitta, 10 maggio 1836 – Portici, 21 marzo 1916) dedicò nel 1895 il suo Breve cenno sulla vita e sulle opere di Francesco Salfi, ed Eleonora Pimentel Fonseca, prima direttrice al mondo di giornale, Il Monitore Napoletano, abbandonavano l’italiano per parlare in lingua napoletana; le sedute erano animate da coccarde tricolori adattate ai colori locali.
Dopo sei mesi di carcere, il 20 novembre 1799, fu condannato a venti anni di esilio a Marsiglia.
Nel 1800 Montella entrò nel Corpo del Genio della Repubblica Cisalpina, dove venivano lodati come ingegneri Antonio Campana e Giulio Pampani, quest’ultimo già attivo nel Veneto e nello Stato Pontificio, e come architetti lo stesso Montella e il calabrese Giovanni Battista Vinci, esule della Repubblica Romana. Nel 1802, superato l’esame tecnico, fu ammesso nel Corpo Topografico Italiano, dove ritroviamo Antonio Campana come capitano e, tra i tenenti, lo stesso Montella e Luigi Cosenz. Con l’inizio del decennio francese del Regno di Napoli, nel 1806 Montella tornò al servizio napoletano.
Carlo Cataneo, incisore, disegnatore, tecnico della Stamperia Reale, nacque a Portici nel 1782, figlio dell’incisore Aniello, appartenente alla tradizione degli artigiani tecnici legati alla Stamperia Reale.
Il suo nome ricompare nel 1828, legato alla Fabbrica de’ Punzoni, istituzione ufficiale stabilita con Real Dispaccio presso la Stamperia Reale, con sede nel Real Albergo dei Poveri, della quale fu Regio Incisore e Direttore. La Fabbrica era un centro altamente specializzato nella produzione di caratteri tipografici, sigilli, matrici, punzoni e strumenti tecnici necessari alla cartografia e alla stampa scientifica.
Di Michele Malagrano siamo riusciti a rinvenire soltanto la descrizione tramandata dalle fonti giudiziarie dell’epoca: figlio di Domenico, diciottenne, con capelli neri, fronte poco bassa, occhi neri e barba rada.

Luigi Cosenz, ingegnere idraulico, topografo, ufficiale del Genio, generale, nacque a Napoli da una famiglia francese, i Cousin, si formò come ingegnere idraulico e fu nominato tenente nel corpo dei topografi il 31 marzo 1799. Creduto francese, evitò la condanna capitale e fu esiliato. Dal 1800 servì nel Genio della Legione Italiana; dal 1802 fu tenente di prima classe nel corpo dei topografi italiani, come abbiamo visto insieme al Montella ed al Campana.
Rientrato nel Regno nel 1806, servì anche durante la Restaurazione, colonnello nel 1827, brigadiere nel 1836, lasciò il servizio nel 1849. La sua biografia è segnata da episodi di pietà civile, come il salvataggio di cittadini nel 1821 e l’assistenza ai malati durante il colèra del 1837 a Palermo.
Morì a Portici il 30 giugno 1851. Il Costituzionale di Firenze ne celebrò la figura e prefigurò il destino del figlio Enrico Cosenz, che sarà il primo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano.
Alla generazione degli esuli tecnici del 1799 si collega, per continuità di formazione e di funzioni, la figura di Giuliano de Fazio, altro porticese che, dopo aver partecipato alla stagione rivoluzionaria, contribuì a definire la modernità infrastrutturale del Regno.

Giuliano de Fazio, nato a Portici il 7 aprile 1773, figlio di Pietro, Capo giardiniere della Reggia di Portici, fu allievo di Pompeo Schiantarelli, progettista della Villa Lauro Lancellotti di Portici. Nel 1799 combatté per la difesa di Castellammare di Stabia e vi fu incarcerato. Insieme al botanico Michele Tenore, che ne sarebbe divenuto il primo direttore, progettò l’Orto Botanico di Napoli.
Negli stessi anni fu nominato ingegnere del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade, istituito da Gioacchino Murat nel 1809 e riorganizzato nel 1811 con la fondazione della Scuola di Applicazione degli Ingegneri di Ponti e Strade. Attraverso tale incarico, De Fazio progettò importanti vie di collegamento della capitale e si occupò della sistemazione dei porti del Regno. Intervenne sul porto di Nisida e avviò studi sulle strutture portuali romane, che costituirono la base del saggio Intorno al miglior sistema di costruzione de’ porti.
Nel 1814 presentò la proposta di ripristino del Portus Julius di Pozzuoli, fatto costruire da Augusto per la flotta del Mediterraneo occidentale; nel 1826 fu nominato Ispettore Generale della Scuola di Applicazione degli Ingegneri di Ponti e Strade. Progettò il miglioramento e l’ampliamento della Riviera di Chiaia e, tra il 1814 e il 1832, pubblicò vari discorsi sui moli, studi che furono successivamente tradotti negli Annales della École Polytechnique di Parigi.
Il legame tra Marsiglia e Napoli, radicato in una storia comune di scambi, porti e culture mediterranee, è stato ricordato nella delibera del Consiglio Comunale di Marsiglia del 2024 per la proposta di gemellaggio con Napoli dove si legge: “Condividendo legami storici, culturali e geografici, queste due grandi metropoli dell’arco latino hanno contribuito allo sviluppo del commercio, dell’arte e della scienza nel corso dei secoli. Esse condividono un patrimonio comune plasmato dai loro porti storici e strategici, catalizzatori dello sviluppo economico, culturale e umano fin dall’Antichità. […] le popolazioni marsigliese e napoletana condividono valori di solidarietà, accoglienza e apertura sul mondo.”
La storia degli esuli porticesi del 1799 è una storia di tecnica, politica e memoria. Portici fu dunque anche un laboratorio del Regno, capace di generare incisori, disegnatori, topografi, ingegneri e geodeti che contribuirono alla nascita della cartografia moderna. Quegli uomini furono professionisti della conoscenza, tecnici della modernità, la cui competenza li rese parte della grande macchina cartografica e ingegneristica d’Europa.
*Le figure di Gennaro Serra di Cassano, di Domenico e Antonio Piatti, di Antonio Maria Gaspare Campana, di Giuliano De Fazio, sono state ricordate dallo storico Stanislao Scognamiglio in Figli di Portici famosi.
Mario Manzo, porticese, è autore e studioso di storia locale, con particolare attenzione alla memoria storica di Portici e del territorio vesuviano.
Nei suoi contributi per LoSpeakersCorner, raccolti nella rubrica Diari del Tempo, ricostruisce vicende, personaggi e documenti del passato attraverso una scrittura attenta alle fonti e ai dettagli spesso meno conosciuti.
I suoi articoli spaziano dalla storia politica e civile a figure della cultura, della scienza e dello spettacolo, restituendo alla memoria collettiva episodi e protagonisti che hanno lasciato una traccia nella storia di Portici e dell’area napoletana.
