Diari del Tempo-Fritz Curioni: Portici, Hollywood, Cinecittà di Mario Manzo | 2
Lo straordinario viaggio del cineasta Fritz Curioni, il porticese che contribuì a costruire il ponte tra Hollywood e Cinecittà, protagonista silenzioso della grande stagione del cinema
di Mario Manzo
Il passato è una gran bella cosa, con le sue memorie, i suoi ricordi lieti o tristi che siano. Ma quello che più importa è il futuro, il lavoro che ci attende all’alba d’ogni nuovo giorno di vita.
Così concludeva Federico “Fritz” Curioni nella sua ultima, e in realtà una delle pochissime, interviste rilasciate a Vittorio Calvino nel 1942.
Nacque a Portici il 18 luglio 1879, figlio del commerciante napoletano, anch’egli di nome Federico. La zia Lilia Patamia Curioni, donna di forte temperamento e di rara eleganza, fu stimata e ammirata da Gabriele D’Annunzio, che la chiamava affettuosamente “il Giglio nero”.
Curioni trascorse circa quindici anni tra Stati Uniti, Brasile e Messico, prima di rientrare in Italia nel 1919 e stabilirsi definitivamente a Roma. A Los Angeles, nella nascente Hollywood, aveva iniziato ad occuparsi del noleggio di pellicole cinematografiche; a Roma, mentre prendeva forma la futura Cinecittà, entrò in contatto con l’Unione Cinematografica Italiana e con il suo direttore, l’avvocato Giuseppe Barattolo.
In quegli anni giunse a Roma Samuel Goldwyn, futuro fondatore della Metro‑Goldwyn‑Mayer, interessato alla distribuzione di film italiani negli Stati Uniti. Barattolo colse l’occasione per proporgli di girare film americani in Italia. Il primo fu Beatrice, interpretato da Francesca Bertini, la prima diva nella storia del cinema, dedicato alla storia di Dante e Beatrice.
La conoscenza dell’inglese, la dimestichezza con l’ambiente cinematografico e il suo avere del tatto, gli valsero l’incarico di affiancare il problematico regista Herbert Brenon. La prova fu superata brillantemente, tanto che Barattolo gli affidò la direzione della Palatino Film, consorziata dell’U.C.I., con la quale produsse il primo dei due più ambiziosi kolossal dell’epoca, il nuovo Quo vadis?, diretto e sceneggiato da Gabriellino D’Annunzio, figlio del Vate.
Alla Palatino conobbe anche colui che sarebbe diventato il suo migliore amico e collaboratore, il regista Carmine Gallone, giunto a Roma da Sorrento alcuni anni prima.
Un aneddoto della lavorazione riguarda una leonessa del Circo Schneider, celebre circo europeo della prima metà del Novecento, noto come “il circo dei cento leoni”, che, per l’imperizia di una domatrice, aggredì una comparsa durante una scena.
Nel 1923 Curioni fu nominato direttore generale per l’Italia della Goldwyn Pictures e, successivamente, della Metro‑Goldwyn‑Mayer. Subito gli fu affidato il monumentale Ben Hur, girato nell’Agro romano e nel porto di Anzio, dove furono rievocate le battaglie navali tra le triremi romane e le navi dei pirati egei. L’impresa, realizzata dal gruppo Goldwyn e vista da quasi tutti i regnanti del tempo, impegnò Curioni anche nella creazione del Teatro n. 3 di Cinecittà, predisposto appositamente per le esigenze della produzione.
Nel giugno del 1927, pur potendo avvalersi della rete Hearst per il mercato italiano, scelse di favorire l’Istituto Luce, consentendogli di accedere alla vasta rete dei cinema americani. L’accordo con il trust guidato da William Randolph Hearst, il magnate della stampa cui Orson Welles si ispirò per il capolavoro Quarto Potere, e approvato dal Capo del Governo, prevedeva la pubblicazione delle fotografie Luce in oltre cinquecento giornali e riviste nord americane e la distribuzione dei film educativi e di propaganda in quattordicimila sale degli Stati Uniti. L’intesa sancì l’espansione internazionale dell’Istituto Luce e il potenziamento della sua produzione documentaria, aprendo una nuova fase di presenza italiana nel circuito cinematografico mondiale.
Primo in Italia a interessarsi del passaggio dal muto al sonoro, allora definito “produzione parlata”, affrontò il tema in un incontro a Parigi con gli altri manager della M.G.M., dove contribuì a delineare le linee di sviluppo del nuovo sistema.
Nel 1932, in piena crisi del settore, Curioni rilasciò l’intervista Durare con ottimismo, Curioni consiglia, che consolidò la sua immagine di dirigente lucido, pragmatico e capace di leggere con anticipo le trasformazioni del mercato. Nello stesso anno Vittorio Emanuele III lo insignì motu proprio dell’onorificenza di commendatore della Corona d’Italia, riconoscendo il ruolo che aveva assunto nell’industria cinematografica nazionale.
Un capitolo singolare della sua attività fu il contributo alla definizione dello stile delle versioni italiane dei film di Stanlio e Ollio. Fu sotto la sua direzione che si impose il celebre accento angloamericano e la parlata stentata del duo, un doppiaggio costruito per simulare volutamente la loro stranierità, con verbi all’infinito, calchi dall’inglese e costruzioni volutamente sgrammaticate. Una scelta rischiosa, che trasformò un limite linguistico in una cifra comica e contribuì a fissare nell’immaginario italiano la loro voce buffa e inconfondibile.
In quegli anni, le versioni italiane dei film prodotti dalla Metro‑Goldwyn‑Mayer si avvalsero dei doppiatori del duo, protagonisti anche dei celebri “dialoghi di Cric e Croc” che riproducevano le scene più popolari delle edizioni italiane e che si ascoltavano a casa, su dischi e fonovaligie, diventando un fenomeno di costume. La linea editoriale voluta da Curioni, innovativa, audace e perfettamente calibrata sul gusto del pubblico, divenne un tratto distintivo della fortuna nazionale di Stanlio e Ollio.
Nel 1933 la M.G.M. aprì a Roma il suo primo studio di post sincronizzazione, affidandone la direzione generale proprio a Curioni, che consolidò così il suo ruolo di riferimento nella nascente stagione del doppiaggio italiano.
Con il produttore cinematografico napoletano Peppino Amato e Guido Oliva fondò la Lido Film, che produsse Il cappello a tre punte, interpretato da Eduardo e Peppino De Filippo, che segnò l’esordio cinematografico di Tina Pica, dopo una lunga e prestigiosa carriera teatrale. Ambientato nella Napoli vicereale del Seicento, il film subì l’intervento della censura di Mussolini, che impose il taglio delle scene sul malcontento popolare e sui tumulti della plebe.
Nel 1934 fondò la Società Fototecnica, dedicata allo sviluppo dei negativi e alla stampa dei positivi cinematografici. Nello stesso anno costituì, insieme all’attore e regista Gennaro Righelli, nonno del regista napoletano Sergio Martino, l’Ardita Film, che produsse Stadio, diretto da Carlo Campogalliani, uno dei primi film del cinema italiano interamente dedicati al mondo dello sport, in particolare sul rugby e sull’atletica universitaria delle Olimpiadi studentesche di Torino.
In quello stesso anno fu promotore del Consorzio degli Esercenti Cinema, fondando la sua visione sulla cooperazione tra sale, distributori e produttori, sulla razionalizzazione della distribuzione e sul sostegno alle produzioni indipendenti. La struttura capillare del Consorzio, articolata in sezioni regionali e in poli organizzativi nelle principali città italiane, veniva presentata come lo strumento ideale per modernizzare il settore e migliorare la qualità e la diffusione del cinema nazionale.
Una interessante controversia sui diritti di adattamento cinematografico dell’opera Mimì Bluette di Guido da Verona vide coinvolti lo stesso autore, l’avvocato Barattolo, la Caesar Film e il produttore Arturo Collari. La vicenda riguardava la titolarità dei diritti di trasposizione e la validità delle opzioni contrattuali stipulate negli anni precedenti, rese particolarmente complesse dal successo del romanzo e dalla sovrapposizione di accordi maturati nel tempo. La questione giuridica consisteva nello stabilire quale contratto fosse valido e quale soggetto detenesse il diritto esclusivo di procedere all’adattamento cinematografico, in altri termini chi potesse davvero realizzare il film. Il Tribunale di Roma, con sentenza depositata il 29 luglio 1935, stabilì che i diritti per la riduzione cinematografica dell’opera erano stati validamente acquistati dal Curioni.
La vicenda testimonia la presenza di Curioni anche nei delicati ambiti legali e amministrativi della produzione, confermando il ruolo centrale che egli ebbe nella definizione dei rapporti tra autori, produttori e distributori in una fase cruciale dell’industria cinematografica italiana. A ciò si aggiunge il suo ruolo di componente del Comitato Nazionale Tecnico Arbitrale di noleggio, ulteriore segno della sua autorevolezza nel governo dei meccanismi contrattuali e regolativi del settore.
Nel 1935 gli fu conferita l’onorificenza di cavaliere mauriziano, ulteriore attestazione della sua autorevolezza e della posizione centrale che occupava nel panorama cinematografico italiano.
Nel 1937, insieme all’amico Carmine Gallone, maestro riconosciuto del genere storico, e alla moglie di questi, la compagna inseparabile e bella attrice Soava, diede vita alla Grandi Film Storici, società che guidò prima come presidente e poi come amministratore delegato, con durata statutaria fissata al 31 dicembre 1942. L’iniziativa si inseriva nel più ampio progetto di rilancio del film storico italiano, con l’obiettivo di recuperare la tradizione dei grandi kolossal nazionali e restituire al cinema italiano un ruolo di primo piano nel panorama internazionale.
Fu in questo contesto che vide la luce Scipione l’Africano, girato nei pressi di Sabaudia, un’opera imponente, premiata come miglior film italiano alla Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film segnò anche l’esordio cinematografico di Alberto Sordi, presente come comparsa; lo stesso grande attore avrebbe poi ricordato l’episodio, con il suo inconfondibile gusto aneddotico, in un breve filmato conservato nelle Teche RAI.
Un articolo del 1939, dal titolo Napoletanità. Carmine Gallone e Fritz Curioni, napoletani nostalgici, parlava di una vera e propria “napoletanità” diffusa a Cinecittà, intesa come bonarietà, cordialità e piacevolezza dei rapporti umani. Si osservava come il temperamento sorridente, espressivo e disinvolto dei napoletani avesse favorito un processo di napoletanizzazione ormai giunto a pieno sviluppo; l’estro, la versatilità, una buona dose di coraggio e anche di faccia tosta, costituivano un fattore essenziale in un mondo di lavoro che richiedeva iniziativa e prontezza. Il giornalista sottolineava la capacità dei napoletani di creare, già “alla seconda frase”, un’atmosfera di familiarità distesa con chiunque: ministri, operatori, grandi attrici, industriali, maestranze o giornalisti. Questa “simpatia” trovava il suo esempio più compiuto in due figure: Carmine Gallone e Fritz Curioni. Giramondo come molti napoletani del Golfo, avevano vissuto e lavorato a lungo all’estero, rimanendo tuttavia napoletani inalterati, disinvolti e padroni dell’esistenza anche all’estero.
Dal 1938 Curioni, insieme a Gallone, si dedicò con continuità al genere storico e a drammi musicali in costume, inaugurando una stagione di biografie d’opera e adattamenti letterari che ebbero grande risonanza. In questa fase emerse con particolare forza la figura di Alida Valli, destinata a divenire una delle attrici italiane più celebri, amate e riconosciute a livello internazionale del Novecento. Nacquero così Giuseppe Verdi (1938), vincitore alla Mostra del Cinema di Venezia; Il sogno di Butterfly (1939), tratto dall’opera di Puccini; Manon Lescaut (1940), ancora da Puccini, con Vittorio De Sica e Alida Valli, doppiata nelle parti cantate dalla celebre soprano napoletana Maria Caniglia. Seguì Amami Alfredo (1940), ispirato alla Traviata di Verdi.
Sempre nel 1940 produsse Oltre l’amore, liberamente tratto dalla Vanina Vanini di Stendhal, con Alida Valli, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno successivo. Nello stesso anno uscì L’amante segreta, sempre interpretato da Alida Valli. Il film è ricordato anche per una celebre scena in cui l’attrice appare in una condizione di vulnerabilità; non si trattò di nudità visibile, ma di un accenno, un’allusione, poiché allo spettatore fu mostrata soltanto la spalla. All’epoca la sequenza fece molto scalpore e attirò il pubblico in sala, pur mostrando solo il principio della spalla dell’attrice. La Valli posò effettivamente nuda, ma agli spettatori fu consentito di vedere soltanto quel minimo dettaglio; la scena rappresentò la prima apertura del cinema italiano verso forme di rappresentazione più audaci.
Non vide invece la luce La regina di Cipro, unico film incompiuto di Curioni, annunciato come produzione precedente a Odessa in fiamme. Il progetto, presentato dalla Grandi Film Storici come titolo d’apertura della nuova stagione del 1942, prevedeva una realizzazione di grande respiro e a carattere storico, tratta dall’omonima commedia drammatica di Alessandro De Stefani. Il soggetto, dedicato alle vicende di Caterina Cornaro, divenuta regina di Cipro, veniva indicato come di evidente attualità per il richiamo all’influenza esercitata da Venezia nell’Adriatico. La regia sarebbe stata affidata a Carmine Gallone, con Alida Valli e Amedeo Nazzari nei ruoli principali; le scenografie affidate a Guido Fiorini e la fotografia ad Anchise Brizzi, mentre le riprese erano previste nei teatri Cines nei mesi di febbraio e marzo.
Nel 1942 uscì Odessa in fiamme, primo film italo rumeno, girato in parte in Italia e in parte in Romania. La protagonista era la soprano rumena Maria Cebotari, che aveva già collaborato con Gallone e Curioni in Giuseppe Verdi, Il sogno di Butterfly e Amami Alfredo, confermando la continuità di un sodalizio artistico che univa il cinema musicale italiano alle grandi voci della scena lirica internazionale, come nel caso della rinomata Maria Caniglia, acclamata sui palcoscenici di tutto il mondo.
L’ultima impresa, la costituzione della Società In Italia, per il noleggio e la vendita di film con il Messico.
Federico Curioni si spense settant’anni fa in una Roma avvolta dalla neve e dal gelo, nei primi giorni di febbraio del 1956.
Le rare immagini che lo ritraggono conservano due tratti inconfondibili, il monocolo e l’immancabile sigaretta, compagna inseparabile di una vita interamente dedicata al cinema. Fritz Curioni incarnò le parole pronunciate nella sua intervista del ‘42. Quando il giornalista gli chiese se ogni tanto si concedesse un po’ di riposo, rispose con quella schiettezza pratica che lo accompagnò sempre:
Io? Macché! Preparo il programma per la prossima stagione.
Solo dopo, quasi a voler spiegare quella instancabile operosità, aggiunse la frase riportata all’inizio che suona come il suo lascito ideale.
Chi fu dunque Federico Curioni?
Una definizione come produttore, dirigente o organizzatore gli starebbe stretta. Fu un uomo che non cercava la luce dei riflettori, ma la accendeva per gli altri. Un viaggiatore del cinema, un artigiano del futuro, un instancabile tessitore di relazioni e di visioni.
Nato a Portici, all’ombra del Vesuvio e con il mare come orizzonte naturale, portò con sé quell’energia vulcanica e quella naturale apertura al mondo.
