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Diari dell’Antiquario-Così si diventa antiquari di Mario Scippa | 7

Il racconto dell’errore che insegnò a Mario Scippa come riconoscere un autentico mobile d’epoca Solo sbagliando si diventa veramente antiquari

di Mario Scippa

Ero poco più che ragazzo. Avevo l’età in cui si desidera una cosa sola: essere riconosciuti.

Mio padre mi mandava in giro da solo per mercati e botteghe.

«Vai. Guarda. Scegli.»

Tre parole. Nessuna protezione.

Una mattina mi trovai allo scarico di un camion arrivato dalla Francia. Era l’alba. Il cielo esitava ancora tra la notte e il giorno. L’aria era umida, sapeva di polvere, di legno freddo, di caffè bevuto in fretta.

I mobili scendevano dal cassone rapidamente. Le coperte venivano sollevate, il legno appariva all’improvviso, ancora opaco di viaggio. Intorno a me c’erano uomini più grandi, mani grosse, occhi veloci. Si muovevano con naturalezza. Io cercavo di fare lo stesso.

Poi lo vidi.

Non era appariscente. Non reclamava attenzione. Era appoggiato di lato, quasi in attesa.

Un piccolo cassettone francese, Luigi XV.

Le proporzioni avevano quella curva lieve che sembra respirare. Le gambe si aprivano con grazia trattenuta. La lastronatura conservava una profondità calda, viva. Le maniglie erano coerenti, la patina morbida, convincente.

Lo toccai. Il legno restituiva una sensazione piena. Lo girai, controllai il fondo, osservai gli incastri a code di rondine sulle sponde dei cassetti.

In quel momento sentii qualcosa che ancora oggi riconosco: una scossa silenziosa, un’accelerazione del respiro.

La convinzione.

Tutto parlava la lingua del Settecento. E io ero certo di averlo capito prima degli altri.

Dentro di me nacque una frase pericolosa:

«L’ho visto. Solo io l’ho visto.»

Trattai poco. Pagai cercando di sembrare calmo. Ma dentro ero acceso.

Durante il viaggio di ritorno immaginavo già la scena: mio padre che osservava il mobile, il suo mezzo sorriso, un cenno del capo. Una parola sola, forse: «Bravo.»

Era quello che cercavo. Solo quello.

Arrivai in negozio con una sicurezza che mi gonfiava il petto. Il cassettone fu sistemato al centro della galleria. La luce del mattino entrava dalla vetrina e cadeva sul fronte, facendo vibrare le venature.

Mio padre si avvicinò.

Non parlò. Gli girò intorno lentamente. Si chinò, passò la mano sotto il piano, aprì i cassetti, sfiorò il fondo, guardò il retro.

Io lo osservavo di nascosto. Aspettavo il segno. Il sorriso. Anche solo un accenno.

Ma il suo volto restava immobile.

Il silenzio si allungava.

Sentii una tensione salire dalla pancia alla gola. Qualcosa non stava andando come avevo previsto.

Mio padre si chinò di nuovo. Le dita scorrevano sul legno come se leggessero una scrittura nascosta. Poi si raddrizzò e mi guardò.

«Così si diventa antiquari. La prossima volta non sbaglierai.»

In quel momento non capii. Avrei quasi preferito un rimprovero, una frase più dura. Invece no.

Si avvicinò al fianco del mobile e con l’unghia indicò un punto che io non avevo visto: la fresatura interna del cassetto.

Troppo regolare. Troppo uniforme.

Poi indicò le viti della serratura. Testa simmetrica. Taglio centrale netto.

«Ottocento avanzato.»

Sentii il sangue scendermi dal viso.

Tutto ciò che avevo guardato con entusiasmo cominciò a incrinarsi: le proporzioni corrette, il legno scelto bene, la patina costruita con abilità.

Era una riproduzione ottocentesca. Ben fatta. Intelligente. E io avevo creduto di vedere più degli altri.

Restai in piedi accanto al mobile, senza sapere dove posare lo sguardo. Fino a pochi minuti prima mi sembrava limpido. Ora era opaco.

Mio padre non aggiunse altro. Il cassettone rimase qualche giorno in galleria. Fu venduto per ciò che era.

Io rimasi con quella frase.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano. Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive. Per lui la città non è solo un luogo , ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

La sua ricerca si muove spesso sul confine tra documento e interpretazione, tra analisi e racconto. Che si tratti di un dettaglio architettonico, di un oggetto antico, di un frammento urbano o di una fotografia, Scippa cerca sempre ciò che sta sotto la superficie: le logiche del potere che modellano lo spazio, le identità che si costruiscono attraverso le forme, le storie che resistono o che vengono cancellate.

Il suo approccio, profondamente visivo e narrativo, restituisce un’idea di città come palinsesto: un luogo dove il passato non scompare mai del tutto e dove il presente è continuamente riscritto da ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il suo lavoro è anche un esercizio di responsabilità culturale: un invito a guardare Napoli — e ogni città — come un testo complesso, stratificato, vivo.

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