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Diari dell’Antiquario-Dove cantò Nerone di Mario Scippa | 8

Quando il teatro romano riaffiora tra i palazzi del centro antico, la memoria di Nerone e il Neoclassicismo raccontano una Napoli dove il passato continua a vivere

di Mario Scippa

Ci sono case che custodiscono molto più di quello che mostrano.

Qualche anno fa entrai in un appartamento del centro antico di Napoli per valutare alcuni arredi. La scala era stretta, scavata al centro da migliaia di passi. Ogni gradino sembrava aver imparato la pazienza del tempo. Quando la porta si aprì, mi trovai davanti stanze alte, silenziose, con i soffitti velati da un’ombra antica.

I mobili erano lì da sempre. Una consolle neoclassica addossata alla parete, alcune sedie consumate dall’uso, un tavolo che, immaginavo, aveva attraversato le stanze della casa seguendo i cambiamenti della famiglia, le nascite, i lutti, le feste.

Parlammo a lungo. Poi la proprietaria aprì una finestra. Fu allora che vidi il cortile.

Sotto di noi affioravano grandi blocchi di pietra, gradinate consunte, archi inglobati nelle murature dei palazzi. Non era un semplice cortile.

Era un teatro romano.

Tra quelle antiche gradinate erano tesi fili da bucato. Le lenzuola si gonfiavano lentamente nel vento, sfiorando una storia lunga quasi duemila anni. Da un basso saliva l’odore del sugo. Una donna scuoteva un tappeto. Un gatto percorreva il bordo di un muro romano con la naturalezza di chi è nato lì. Due bambini correvano tra le pietre, trasformando gli spalti in una fortezza immaginaria.

Rimasi qualche minuto affacciato.

Solo più tardi seppi che su quel palcoscenico aveva recitato perfino Nerone. Provai a immaginare la sua voce riempire lo spazio, gli spettatori raccolti nel silenzio, il teatro nel pieno della sua magnificenza.  Adesso, nello stesso luogo, rimbalzava una palla.

Fu in quell’istante che capii, ancora una volta, una verità che Napoli insegna senza bisogno di parole.

Qui il passato non viene conservato sotto vetro. Continua a vivere.

Mi voltai verso la stanza.

La consolle era ancora lì, immobile. Le gambe dritte e scanalate, le applicazioni in bronzo, il piano di marmo attraversato da venature leggere. La osservai con occhi diversi. Era figlia dello stesso dialogo che avevo appena visto dalla finestra.

Il Neoclassicismo, a Napoli, nasce dall’abitudine a convivere con l’antico.

In nessun’altra città il passato entra con tanta naturalezza nella vita quotidiana. Una colonna romana sostiene un palazzo settecentesco. Un arco antico regge un balcone da cui pendono i panni. Le pietre cambiano funzione senza perdere memoria.

Anche gli ebanisti, gli intagliatori, i bronzisti della fine del Settecento, respiravano questa città. Guardavano Roma, la Grecia, Pompei, ma le loro mani finivano sempre per raccontare Napoli.

Il rigore delle forme si ammorbidiva, acquistava calore, misura, carattere. L’antico diventava contemporaneo senza smettere di essere antico. È un continuo dialogo tra il mondo contemporaneo e il mondo antico.

Forse è questo che rende il Neoclassicismo napoletano così diverso dagli altri: una conversazione che dura da secoli.

E ogni volta che entro in una casa per esaminare un mobile, so che potrei trovarmi davanti a qualcosa di molto più prezioso del legno, del bronzo o del marmo.

Potrei affacciarmi, ancora una volta, sulla storia di Napoli che continua ostinatamente a vivere.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano. Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive. Per lui la città non è solo un luogo , ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

La sua ricerca si muove spesso sul confine tra documento e interpretazione, tra analisi e racconto. Che si tratti di un dettaglio architettonico, di un oggetto antico, di un frammento urbano o di una fotografia, Scippa cerca sempre ciò che sta sotto la superficie: le logiche del potere che modellano lo spazio, le identità che si costruiscono attraverso le forme, le storie che resistono o che vengono cancellate.

Il suo approccio, profondamente visivo e narrativo, restituisce un’idea di città come palinsesto: un luogo dove il passato non scompare mai del tutto e dove il presente è continuamente riscritto da ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il suo lavoro è anche un esercizio di responsabilità culturale: un invito a guardare Napoli — e ogni città — come un testo complesso, stratificato, vivo.

 

 

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