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Diari dell’Antiquario – Gemito. Dove la materia ha ancora fame di Mario Scippa | 15

Gemito, la materia e Napoli: il corpo dei ragazzi di strada diventa arte, tra memoria, inquietudine e modernità

di Mario Scippa

Gemito non nasce artista. Nasce esposto.

Abbandonato alla Ruota dell’Annunziata, cresce dentro Napoli, nei vicoli, tra i ragazzi di strada, in mezzo a un’umanità che non ha tempo per la retorica. Questa origine, nella sua storia, conta molto più di quanto possa sembrare. Non è soltanto un episodio biografico. È il luogo dal quale comincia il suo sguardo.

Gemito il popolo lo conosce da dentro.

Quando modella un pescatore, un acquaiolo, uno scugnizzo, non ha bisogno di cercare il carattere popolare. Ce l’ha davanti. Lo ha avuto accanto. Probabilmente lo riconosce ancora prima di aver preso in mano la creta.

Ed è qui, credo, che comincia la sua grandezza.

Nell’Ottocento la scultura ufficiale vive ancora largamente di monumenti, eroi, allegorie. Figure destinate alle piazze, ai palazzi, alla memoria pubblica. Corpi chiamati a rappresentare qualcosa che li supera: la patria, la virtù, la gloria, la storia.

Gemito conosce bene quel linguaggio. Lo attraversa, ne possiede gli strumenti, potrebbe abitarlo senza difficoltà. Però il suo occhio finisce altrove.

A Santa Lucia. Sui pescatori. Sugli acquaioli, sui ragazzi, sulle ossa che sporgono sotto la pelle, sui visi che il sole e la strada hanno già modellato prima di lui.

La sua rivoluzione è tutta qui: prende quei corpi sul serio.

Non li ripulisce per farli entrare nell’arte. Non corregge le asimmetrie, non attenua la fame, non addolcisce i lineamenti. E proprio lasciandoli intatti li porta dentro una dimensione classica.

È un gesto enorme. Perché Gemito comprende che la dignità della forma non dipende dalla dignità sociale del soggetto.

Nei suoi bronzi, nelle terrecotte, nei disegni, non sento pietismo. Neppure denuncia. C’è qualcosa di più difficile: attenzione.

Un’attenzione feroce.

Guardate un volto modellato da Gemito. Una guancia, la piega di una bocca, un osso, la tensione improvvisa di un muscolo. Nulla sembra messo lì per bravura. Ogni segno pare necessario.

Anche i sorrisi hanno qualcosa di instabile. Non diventano mai posa. Restano sul volto per un istante, pronti a sparire.

La forma, in Gemito, cerca aderenza. E l’aderenza ha sempre un prezzo. Lo si avverte anche nella sua vicenda umana, nella sua inquietudine, nella fragilità che a un certo punto lo allontanerà per anni dalla scultura. C’è in lui una difficoltà profonda a mettere distanza tra sé e ciò che vede.

La materia non lo protegge.

Nelle sue mani resiste, si increspa, conserva l’impronta. La superficie resta viva, irregolare, spesso nervosa. Il bronzo stesso sembra ricordare di essere stato creta.

Ogni gesto rimane.

Forse è questa la ragione per cui non riesco a considerare Gemito una figura definitivamente consegnata all’Ottocento.

Per molti anni, per me, Gemito ha avuto persino un corpo.

Aveva il corpo dello scultore Gabriele Zambardino.

Da ragazzo lo frequentai nel suo studio di Mergellina, la Spelonca. Già il nome sembrava uscito da un altro tempo. Era uno di quei luoghi che oggi si incontrano sempre più raramente: polvere, creta, opere finite e altre lasciate a metà, artisti che entravano, poeti, musicisti, amici. Oggi quel luogo magico si è venduto al turismo di massa, è un ristorante.

Lì dentro Zambardino aveva una specie di reliquia. Il trespolo di Gemito.

Diceva che era il suo, proprio quello sul quale Gemito aveva lavorato. Non lo raccontava con l’aria di chi tramanda una leggenda. Lo affermava. Punto.

Su quel trespolo continuava a modellare anche lui, soprattutto terracotta.

Ricordo che nella Spelonca quell’oggetto aveva finito per assumere un carattere quasi sacro. Un altare povero, sporco di creta. E Zambardino, quando vi appoggiava sopra la materia e cominciava a lavorarla, sembrava celebrare un rito di cui conosceva soltanto lui le parole.

Aveva forme nervose, espressive, irregolari. Anche lui era così.

Fisicamente ricordava Gemito in maniera impressionante: rude, trascurato, mani grandi, mani che parlavano prima della voce. Poi restavi qualche minuto con lui e compariva un’altra persona. Una sensibilità finissima, persino una dolcezza che il suo aspetto non lasciava immaginare.

Alla Spelonca non si andava soltanto a vedere delle sculture.

Si andava a incontrare qualcuno. Quella differenza mi è rimasta.

Tra quelle pareti sentivo che Gemito non era soltanto un maestro citato o imitato. Era una postura. Un modo di affrontare la materia, di avvicinarsi a un volto, di non averne paura.

Il trespolo, vero o leggendario che fosse, contava fino a un certo punto.

Contava il contatto.

Forse anche per questo, quando oggi guardo uno degli Scugnizzi di Gemito, faccio fatica a vederci il simbolo di Napoli che tante riproduzioni hanno finito per costruire.

Quello scugnizzo non è Napoli. Ha un nome che non conosciamo, una fame sua, una mattina sua, una madre, forse, che lo aspetta da qualche parte. Avrà litigato. Avrà rubato una pesca. Sarà corso dietro a un carretto. Tra cinque minuti quella faccia sarà diversa.

Gemito riesce a trattenere proprio quei cinque minuti. Qui sta, a mio avviso, la sua modernità. E qui Gemito entra in una genealogia molto più antica.

Penso a Donatello, ai suoi profeti con quelle teste enormi, i volti scavati, i corpi lontani da ogni grazia decorativa.

Penso alla statuaria ellenistica quando accetta la torsione, la vecchiaia, la fatica, il corpo ferito.

Penso naturalmente a Caravaggio, che porta il sacro tra piedi sporchi, facce prese dalla strada, rughe, mani, osterie.

E, molti anni dopo Gemito, penso a Pasolini, al suo sguardo sui ragazzi delle borgate, alla dignità irriducibile che riconosce nei corpi lasciati ai margini dalla società moderna.

Cambiano i secoli. Cambiano le arti.  Il gesto, in fondo, resta.

Prendere sul serio chi normalmente viene guardato di sfuggita.

La storia dell’arte ha una sua linea ufficiale, fatta di scuole, accademie, movimenti, manifesti. Poi ce n’è un’altra, sotterranea e testarda, che ogni tanto riemerge. È la linea di chi riconosce grandezza là dove il proprio tempo vede soltanto marginalità.

Gemito appartiene a quella linea.

La sua materia vibra perché conserva il passaggio della mano. Le superfici non vengono chiuse del tutto, sembrano ancora attraversate dal movimento.

È forse questa la ragione per cui i suoi ragazzi, dopo più di un secolo, continuano a guardarci.

Con quella insolenza sottile dei ragazzi di Napoli, con un sorriso che può diventare scherno oppure sparire, con gli zigomi, i capelli, le labbra, la pelle trasformata in bronzo.

E resistono.

Gemito, negli anni più difficili, smetterà a lungo di scolpire. Continuerà però a disegnare. Anche lì la mano conserva la stessa inquietudine: la linea corre, si spezza, riprende, cerca il corpo senza addomesticarlo.

Forse certe mani ricordano più a lungo degli uomini. E allora penso ancora alla Spelonca. Alla creta. A Zambardino chino sul suo trespolo. A quell’oggetto che diceva appartenuto a Gemito e sul quale nessuno avrebbe avuto il coraggio di poggiare distrattamente una tazza.

Non so se sia questa la parola giusta, ma certe volte l’arte possiede una discendenza. Quella dei gesti.

Una mano guarda un’altra mano lavorare. Un ragazzo entra in uno studio. Un pezzo di creta passa da un palmo all’altro. Molti anni dopo, davanti a un bronzo, qualcosa ritorna.

 

 

 

 

 

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Gemito, Vincenzo Gemito, scultura napoletana, scugnizzi, Napoli, arte dell’Ottocento, bronzo, terracotta, Mario Scippa, antiquariato

 

 

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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

 

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