Diari dell’Antiquario- Le mani ricordano di Mario Scippa | 5
Memoria, artigianato e cultura materiale — Nell’antiquariato il tatto diventa conoscenza: il racconto di don Pasquale e di un sapere che passa attraverso le mani
Mio padre mi parlava spesso di don Pasquale. Diceva che era il più vecchio antiquario napoletano e che era stato uno dei suoi maestri. Quando era ragazzo e si avvicinò all’intaglio andando a bottega da un vecchio maestro di intaglio, il professore Sarnelli amico di don Pasquale, e per imparare di più, spesso la domenica mattina accompagnava don Pasquale a comprare mobili e quadri nelle case del Sud.
Don Pasquale, prima di dedicarsi al commercio, era stato per anni restauratore. Gli oggetti aveva imparato a conoscerli toccandoli, lavorandoci sopra, centimetro dopo centimetro.
Per lui guardare aveva sempre significato, prima di tutto, toccare con le mani.
Con il tempo la vista lo aveva quasi abbandonato.
Mi raccontava di quando entravano in una casa. Non chiedeva mai di accendere la luce. Chiedeva silenzio e che gli descrivesse dettagliatamente l’oggetto: una commode, una cornice, un dipinto. Lui ascoltava senza interrompere. Poi si avvicinava lentamente e passava le mani sul legno, seguendo le modanature, fermandosi sui bordi consumati; se era un quadro sfiorava con delicatezza la materia pittorica, la tela, il telaio.
Mio padre, quando mi parlava di quelle sue esperienze con Don Pasquale, ripeteva sempre che in quei momenti restava qualche secondo immobile, le dita ferme sulla superficie, come se stesse aspettando una risposta che doveva arrivare proprio da lì, dal legno o dalla tela. Poi diceva soltanto:
«È del tempo.» Oppure: «È giovane.»
In quel giudizio asciutto c’era già tutto.
Non era soltanto una valutazione: era un modo di stare davanti alle cose.
Nell’antiquariato il tatto, a volte, vede più degli occhi. È un rapporto corporale con l’oggetto.
Forse non era solo perché ormai vedeva pochissimo.
A Napoli abbiamo un rapporto corporale con lo spazio, e anche con la città.
Te ne accorgi da come indichiamo le strade, i quartieri, i posti dove dobbiamo andare. Non diciamo semplicemente un nome. Usiamo il corpo.
Miezz’ ’e Virgini. Abbascio ’a Sanità. ’Ncopp’ ’o Vommero. For’ ’a Caracciolo. Dint’ ’o Buvero.
Sono parole che indicano una posizione del corpo nello spazio: sopra, sotto, dentro, fuori, in mezzo.
Napoli non si indica con una mappa. Si indica con il movimento.
La lingua segue il corpo.
Forse è anche per questo che don Pasquale, quando si avvicinava a un mobile, non si fidava mai soltanto di quel poco di vista che gli restava.
Le mani arrivavano prima.
Non era solo una necessità dovuta alla vista che lo stava abbandonando.
Era un modo di essere: il corpo che vedeva attraverso le mani.
È Napoli, dove le mani parlano quasi quanto la lingua.
Servono per indicare, per raccontare, per misurare le distanze. Accompagnano le parole, a volte le sostituiscono.
Con le mani tocchiamo, ma anche riconosciamo.
Quando don Pasquale passava le dita lungo un bordo consumato o seguiva con il polpastrello una modanatura, non stava soltanto controllando un dettaglio. Stava ascoltando ciò che la materia aveva conservato.
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Gestisce con il fratello uno showroom in Via Vannella Gaetani di Napoli. Si occupa di critica culturale, storia dell’arte, fotografia e immaginario urbano, con un’attenzione particolare alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico. Il suo lavoro indaga in modo trasversale il rapporto tra potere, identità e stratificazione storica, osservando come questi elementi si riflettano nelle forme della città, nei suoi simboli e nelle sue rappresentazioni visive.
