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Diari dell’Antiquario-Lo sguardo dell’antiquario non nasce da un colpo d’occhio di Mario Scippa | 6

Lo sguardo dell’antiquario si forma tra memoria, esperienza e verifica: un racconto sull’arte di riconoscere oltre le apparenze

di Mario Scippa

Intorno a Napoli, fino a pochi anni fa, c’erano antiquari che facevano un lavoro particolare, per molti anni l’ho fatto pure io.

Viaggiavano. Francia. Mercati. Depositi. Campagne. Tornavano con i camion carichi. Due volte al mese, quasi negli stessi giorni, ci si ritrovava per lo scarico.

Rumore.  Voci sovrapposte. Legno che batteva sul selciato.

Casse aperte a metà. Polvere nell’aria. Oggetti che passavano di mano.

Una mattina, in mezzo a quella confusione, scaricarono anche una tela.

Una scena di campagna. Niente di appariscente.

Il commerciante la appoggiò contro il muro.

«Veduta di campagna. Scuola francese.»

La vernice era ossidata. Un velo opaco, giallastro. I colori spenti, quasi impastati.

La tela non cercava lo sguardo. Ed era proprio questo che mi fermò.

Mi avvicinai.

Un antiquario dietro di me disse:

«Troppo scura. Non si capisce niente.»

Un altro la prese per il telaio e la inclinò verso la luce.

«Secondo me è una copia.»

Un terzo si sporse:

«Se qualcuno la vuole, la prenda. Io non ci metto soldi

La tela tornò contro il muro. Io restai lì. Non mi fermai per guardare meglio. Mi fermai per ascoltare il quadro, non quelle voci.

Il primo nome che mi attraversò fu Giuseppe Palizzi.

Come modo di stare nel paesaggio. Come equilibrio tra solidità e instabilità.

Poi Napoli. Posillipo. L’uscire. Restare davanti alla luce finché cambia.

Infine la Francia. Barbizon.

Sotto quella vernice ossidata quel tempo sembrava ancora lì.

«Quanto vuoi?» chiesi.

Il prezzo era alto.

Uno degli altri antiquari rise piano.

«Per quella tela?»

Neanche lo ascoltai. La comprai lo stesso.

Qualche settimana dopo Salvatore, mio nipote, abile restauratore di dipinti antichi, iniziò a pulirla davanti ame. Con pazienza. Senza forzare.

La tela tornò lentamente a respirare.

I colori riemersero.

La profondità si riaprì. E poi comparve la firma. Non era Palizzi, come pensavo. Era di un pittore francese minore.

Il valore era molto più basso anche di quanto l’avessi pagata. Avevo sbagliato.

Mi ero fidato della sola memoria.

La firma era già lì. Prima ancora di vederla.

È in momenti come questo che capisci davvero di cosa stiamo parlando.

La memoria è necessaria. Senza di essa lo sguardo resta vuoto.

Ma la memoria, da sola, può ingannare. Serve altro.

Tempo.

Studio.

Verifica.

Lo sguardo dell’antiquario non nasce da un colpo d’occhio. Si costruisce così: mettendo alla prova ciò che crediamo di riconoscere.

 

Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano. Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive. Per lui la città non è solo un luogo , ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

La sua ricerca si muove spesso sul confine tra documento e interpretazione, tra analisi e racconto. Che si tratti di un dettaglio architettonico, di un oggetto antico, di un frammento urbano o di una fotografia, Scippa cerca sempre ciò che sta sotto la superficie: le logiche del potere che modellano lo spazio, le identità che si costruiscono attraverso le forme, le storie che resistono o che vengono cancellate.

Il suo approccio, profondamente visivo e narrativo, restituisce un’idea di città come palinsesto: un luogo dove il passato non scompare mai del tutto e dove il presente è continuamente riscritto da ciò che lo ha preceduto. In questo senso, il suo lavoro è anche un esercizio di responsabilità culturale: un invito a guardare Napoli — e ogni città — come un testo complesso, stratificato, vivo.

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