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Diari dell’Antiquario – Quando la memoria diventa decorazione di Mario Scippa | 20

Il nostro antiquario racconta di una vecchia galleria napoletana, una memoria dove mobili e culture diverse si incontrano e l’antico diventa decorazione

di Mario Scippa

Quando la memoria diventa decorazione

A via Costantinopoli, proprio di fronte all’Accademia di Belle Arti, c’era la più vecchia galleria di antiquariato di Napoli. Era di due fratelli, all’epoca già molto anziani. Mio padre mi ci portava spesso quando ero ragazzo.

La galleria non era soltanto un negozio. Era una specie di salotto culturale.

Nel pomeriggio arrivavano antiquari, professori dell’Accademia, artisti, qualche collezionista. A volte anche un famoso filosofo che abitava poco lontano. Si parlava di mobili, di pittura, di poesia. E spesso si finiva a discutere di epoche intere partendo da un dettaglio.

Ricordo un pomeriggio in particolare, in cui qualcuno tirò fuori proprio la questione dell’Ottocento.

«’O punto», disse, don Ciccio, uno dei due fratelli antiquari, accarezzando il bracciolo di una poltrona, «è che, all’epoca, a ’nu certo momento chell’ che è stato fatto non basta cchiù.»

Un professore dell’Accademia sorrise.

«Diciamo la verità. Non è che scompare» disse. «Resta dappertutto. Ma smette di comandare.»

Carmine, un caro amico di mio padre, anche lui intagliatore, da ragazzi avevano lavorato con lo stesso maestro, il prof. Sarnelli, vecchio maestro intagliatore che aveva bottega nella Sanità, indicò i decori intagliati di una credenza alla parete, disse:

«Guardate qua,» disse. «Qui dentro ci stanno almeno tre secoli.»

Aveva ragione. In quella credenza convivevano linguaggi diversissimi: barocco, rinascimento, e anche il neoclassico. Nessuno sembrava fuori posto.

Don Ciccio, si sedette lentamente di fronte al mobile.

«Fino a chillo mumento ’e forme parlano ancora ’na lengua abbastanza chiara. Poi …. ‘a lengua s’ allenta.»

Qualcuno fece notare che nel frattempo, nella metà dell’Ottocento, il mondo stava diventando più veloce.

«Le ferrovie» disse il professore.

«’E cataloghi» aggiunse don Ciccio.

«E ci dimenichiamo delle incisioni che viaggiano?» fece osservare Carmine. Aggiungendo subito dopo «Ch’ dicite si mannammo ’a piglià nu poco ’e cafè?»

Ricordo che scoppiarono tutti a ridere.

Era un ambiente ricco di idee e di vita quella galleria. E mentre si aspettava il caffè che arrivava, continuarono a discutere sui modelli di mobili e oggetti che nell’Ottocento circolavano sempre di più e delle botteghe che continuavano a lavorare con grande abilità, ma attorno si muoveva un mondo nuovo.

Roberto, un artista che aveva lo studio nel palazzo a fianco alla galleria, disse: «A Napule, dint’ ’e case, songo sempre trasute  accenti diversi.»

Don Ciccio annuì.

«È ’o vero! Ma qua ’a casa addiventa quasi ’na scena» disse. Poi con una espressione seria, sospirò ed appoggiò il mento sul bastone che teneva tra le mani, «i mobili, devono dire qualcosa.»

Ricordo che c’era anche un famoso collezionista quella volta, il dottore Grimaldi, un nome conosciuto nell’ambiente degli antiquari napoletani. Fino a quel momento era rimasto in silenzio, osservò: «E il mercato risponde subito.»

«È così» disse il professore, «in pochi anni succede una cosa curiosa.»

Indicò il mobile di quella stanza che fece vedere poco prima Carmine.

«Nello stesso mobile possono finire insieme pezzi di epoche diverse.»

Carmine rise e disse:

«Rinascimento, gotico, barocco…»

Don Ciccio concluse con calma:

«’A memoria addiventa decorazione.»

 

 

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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

 

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