Diari dell’Antiquario- Quando un tavolo era una promessa di Mario Scippa | 13
Il tavolo antico: quando un mobile era una promessa di famiglia, memoria e futuro, oggi messa in crisi dalla cultura della sostituzione
di Mario Scippa
Ci sono periodi in cui un mestiere smette di essere soltanto un mestiere e diventa un punto d’osservazione.
Il mio, oggi, è uno di questi.
Faccio l’antiquario da più di quarant’anni e non ricordo un momento simile. Il commercio è fermo, oggetti che fino a pochi anni fa trovavano facilmente una casa restano invenduti, le gallerie chiudono, gli artigiani scompaiono.
Potremmo chiamarla crisi economica.
Ma dalla porta della mia galleria, in questi anni, ho visto passare qualcosa di più profondo: è cambiato il nostro modo di abitare, di costruire una famiglia, di immaginare il futuro. Perfino il nostro rapporto con le cose.
Mio padre mise in piedi questa azienda partendo dalle mani. Era un intagliatore e negli anni Settanta si specializzò nelle testate da letto. Quando, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, io e mio fratello ci dedicammo all’antiquariato, scegliemmo i tavoli antichi apribili.
A pensarci oggi, c’è qualcosa di simbolico.
Mio padre faceva letti.
Noi vendevamo tavoli.
Il letto e il tavolo: per secoli il centro fisico della famiglia.
Nel letto cominciava una storia, intorno al tavolo quella storia cresceva. Si mangiava, si litigava, arrivavano i figli, gli amici, i parenti. Si aggiungeva una sedia quando nasceva qualcuno. Ne restava una vuota quando qualcuno se ne andava.
Le giovani coppie venivano da noi mentre preparavano la casa. Spesso facevano sacrifici per acquistare un mobile antico. Ma comprando quel tavolo stavano dicendo qualcosa di molto semplice: qui vogliamo restare.
Poi tornavano per un comò, un quadro, una poltrona.
E c’era una frase che ho ascoltato centinaia di volte:
«Questo un giorno resterà ai miei figli.»
A volte quei figli non erano ancora nati.
Si comprava qualcosa pensando a una persona che ancora non esisteva. Dentro quell’acquisto c’era un’idea precisa del tempo: io sono qui, verrà qualcuno dopo di me e tra noi resterà qualcosa.
Da una quindicina d’anni quella frase è quasi scomparsa.
Sono cambiate le case, le coppie, il lavoro. Un ragazzo può vivere oggi a Napoli, domani a Milano, poi all’estero. Gli affitti sono alti, le abitazioni più piccole, il futuro incerto. La casa deve adattarsi: leggera, neutra, smontabile. Un mobile deve entrare in una scatola, salire facilmente in ascensore e possibilmente non creare problemi al prossimo trasloco.
Il modello Ikea, per intenderci, racconta perfettamente questa epoca.
Sarebbe però troppo facile dare la colpa a Ikea.
Ikea ha semplicemente capito prima degli altri chi stavamo diventando.
Una società che ha trasformato la provvisorietà in un modello economico.
Il meccanismo è perfetto: rendiamo precario il lavoro, incerta la permanenza in un luogo, fragili le prospettive. Poi costruiamo oggetti adatti a questa precarietà. Infine convinciamo le persone che vivere così significhi essere liberi.
Il mercato, del resto, ha scoperto una verità elementare: un oggetto che dura è un pessimo cliente.
Un tavolo costruito duecento anni fa può attraversare altre generazioni. Non deve essere ricomprato. Non produce continuamente nuovi consumi.
Per l’economia della sostituzione è quasi un nemico.
Il prodotto perfetto deve durare abbastanza da essere pagato e abbastanza poco da dover essere sostituito.
E noi abbiamo imparato in fretta.
Cambiamo telefoni che funzionano, automobili ancora efficienti, cucine, divani, vestiti. Compriamo, usiamo, ci stanchiamo, buttiamo. Poi ricominciamo.
Abbiamo persino chiamato tutto questo libertà.
L’antiquariato, dentro questo sistema, è inevitabilmente penalizzato. Perché un mobile antico è pesante.
E non parlo di chili. È pesante di tempo.
Porta graffi, restauri, imperfezioni. Qualcuno ha aperto quei cassetti prima di noi. Qualcuno ha mangiato su quel tavolo quando noi non eravamo ancora nati.
E soprattutto contiene una domanda che la società dei consumi preferisce evitare: che cosa vuoi lasciare dopo di te?
Negli ultimi anni aspettavo una nuova generazione di clienti: i figli dei miei vecchi clienti.
Li avevo visti bambini entrare in galleria tenuti per mano. Pensavo che prima o poi sarebbero tornati.
E stanno tornando. Uno alla volta. Entrano con il telefono in mano e mi mostrano fotografie.
«Questo era di papà.» Un tavolo.
«Questo lo comprò da voi mia madre.» Un comò, un quadro, una credenza.
Riconosco molti di quegli oggetti. Alcuni li ho venduti io trent’anni fa.
Solo che adesso quei figli non vengono per comprare.
Vengono per vendere.
«Quanto può valere?»
«Riuscite a prenderlo?»
«Nella casa nuova non entra.»
«Non saprei dove metterlo.»
Ed è forse davanti a quegli schermi, mentre scorrono le fotografie di case che non esistono più, che capisco davvero quanto è cambiato il nostro mondo.
I genitori avevano comprato quegli oggetti pensando di lasciarli ai figli. I figli vengono da me per chiedermi di portarli via.
Non c’è una colpa individuale in questo gesto. C’è qualcosa di più grande e più inquietante.
Abbiamo costruito una società nella quale ereditare è diventato un peso. Perché significa accettare che qualcosa esistesse prima di noi e possa continuare dopo di noi.
Il consumo, invece, ha bisogno di persone sempre pronte a ricominciare da zero.
Casa nuova. Mobili nuovi. Amori nuovi. Telefono nuovo. Identità nuova.
Così l’antiquariato muore due volte: economicamente, perché un oggetto che dura secoli non può competere con un sistema che guadagna sulla sostituzione; culturalmente, perché custodisce un’idea diventata quasi sovversiva: che una cosa possa acquistare valore proprio perché è vecchia.
E c’è un’ultima contraddizione che trovo feroce.
Viviamo in una società ossessionata dalla parola sostenibilità, mentre continuiamo a produrre oggetti destinati a diventare rifiuti dopo pochi anni.
Un tavolo dell’Ottocento, invece, è ancora lì.
Ha attraversato guerre, traslochi, nascite, lutti, matrimoni. Qualcuno lo ha lucidato, qualcuno rovinato, qualcun altro restaurato.
Fuori dalla mia galleria passano ogni giorno camion pieni di mobili nuovi.
Tra qualche anno molti saranno in una discarica.
Quel tavolo, probabilmente, sarà ancora qui.
Forse dovremmo ricominciare proprio da questo. Capire che conservare non significa vivere nel passato. Che restaurare è un gesto profondamente contemporaneo. E che usare ancora un tavolo costruito duecento anni fa può essere molto più rivoluzionario — e infinitamente più ecologico — che comprarne uno nuovo ogni dieci.
Una casa, in fondo, non è soltanto il posto dove mettiamo ciò che compriamo. È anche il luogo dove scegliamo che cosa vale la pena custodire. E, forse, lasciare a chi verrà dopo di noi.
Puoi leggere i miei articoli precedenti su Diari dell’antiquario
Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani, a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.
La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.
Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.
Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.
Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

