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Diari dell’Antiquario-Viscera Mundi. La terra aperta di Mario Scippa | 14

Diari dell’Antiquario racconta Viscera Mundi di Sandra Massaro, un’opera in ceramica che trasforma frutti, bulbi e forme vegetali in un’anatomia simbolica della Terra

di Mario Scippa

Su un’opera di Sandra Massaro

 C’è qualcosa di disarmante in Viscera Mundi di Sandra Massaro. Tre forme appena, raccolte su un piano. Materia chiara, quasi spogliata del colore. Un grande organismo vegetale domina la composizione; ai suoi piedi un bulbo aperto e una melagrana incisa, con i semi che affiorano dalla scorza.

Basterebbe fermarsi qui e parlare di natura, di nutrimento, di terra.

L’opera chiede invece di avvicinarsi.

Il titolo sposta immediatamente lo sguardo: Viscera Mundi, le viscere del mondo. Ciò che vediamo appartiene allora a un corpo più vasto. Il vegetale perde la propria innocenza descrittiva, la scorza diventa pelle, le cavità assumono qualcosa di anatomico, i semi sembrano cellule. La terra possiede un interno. Sandra Massaro lo porta alla luce.

Il gesto che attraversa tutta la composizione è quello dell’apertura.

La melagrana mostra una ferita laterale. Il piccolo bulbo ha lasciato cadere intorno a sé le proprie membrane. La grande forma centrale si spalanca in una cavità profonda, irregolare, con bordi sottili, fragili. Ogni elemento sembra aver ceduto qualcosa della propria superficie per rivelare ciò che custodiva.

Ed è forse proprio qui che l’opera trova il suo centro.

La vita, per manifestarsi, rompe sempre un involucro.

Il seme rompe il frutto.
Il germoglio rompe la terra.
Il corpo nasce attraversando un’apertura.

La melagrana rende questa idea quasi dolorosamente visibile. Frutto antico, legato da secoli alla fertilità, alla morte e alla rinascita, qui appare segnato da una piccola lacerazione. I chicchi emergono dalla materia, stretti gli uni agli altri. Vita custodita dentro una ferita. La sua presenza porta inevitabilmente con sé il ciclo di Persefone, il passaggio dalla superficie al mondo sotterraneo e il ritorno, stagione dopo stagione. Nascita e discesa, fecondità e perdita si tengono nello stesso frutto.

Accanto, il piccolo bulbo introduce un’altra direzione: quella delle profondità.

Il bulbo vive nascosto. Sta sotto la terra, accumula energia, attende. È una forma della vita che prepara il proprio futuro nel buio. Le membrane che lo circondano sembrano residui di una protezione ormai inutile, quasi un abito deposto.

All’altro capo della composizione c’è la melagrana, il frutto maturo, esposto, colmo di semi.

Fra i due si apre la grande forma centrale.

Radice, corpo, frutto.

Origine, crescita, generazione.

Il percorso può essere letto in entrambe le direzioni, perché la natura non conosce realmente un punto d’inizio: il seme ritorna alla terra, il frutto marcisce, il bulbo germoglia, ciò che nasce diventa a sua volta nutrimento.

È un circuito.

Ed è qui che la ceramica acquista un significato ulteriore. Sandra Massaro modella con la terra ciò che dalla terra nasce. La materia viene estratta, impastata, trasformata dal fuoco e restituita sotto forma di frutto, foglia, seme.

Terra che rappresenta la terra.

Dentro questo passaggio si avverte qualcosa di arcaico. Il cibo precede ogni cultura organizzata, precede il mercato, precede perfino la tavola. Prima di diventare pietanza è materia vivente, sostanza che passa da un organismo all’altro.

Mangiare significa incorporare il mondo.

Le sue viscere diventano le nostre.

La grande struttura centrale rende ancora più evidente questa ambiguità fra vegetale e corporeo. Potrebbe essere una foglia carnosa, una corolla, una parte di ortaggio. Eppure il suo bordo sottile e la cavità che si ripiega verso l’interno evocano altre immagini: un ventre, una vulva, un organo, un recipiente.

La forma accoglie.

Contiene.

Genera uno spazio interno.

Ed è difficile, osservandola, evitare il richiamo alla figura originaria della Madre, alla terra intesa quale corpo fertile. Un’associazione che acquista forza nel contesto di Matres Cibum: madre e nutrimento finiscono per appartenere alla stessa costellazione simbolica.

Nutrire significa permettere alla vita di continuare.

La maternità, in questa prospettiva, supera il dato biologico e diventa una qualità della materia stessa. Madre è ciò che custodisce. Madre è il terreno intorno al seme. Madre è il frutto intorno ai chicchi. Madre è la cavità che protegge prima di lasciare andare.

Anche l’assenza quasi totale di colore contribuisce a questa lettura.

La melagrana è privata del suo rosso. Il vegetale ha perduto il verde. Tutto viene ricondotto a una tonalità terrosa, pallida, vicina all’osso.

Gli oggetti sembrano appartenere contemporaneamente al presente e a un tempo remoto.

Frutti e reperti.

Corpi appena nati e resti dissepolti.

La scelta toglie al cibo ogni seduzione gastronomica. Qui nulla invita all’assaggio. La materia viene osservata nella sua struttura, nella sua anatomia. Quello che solitamente mangiamo distrattamente ritorna misterioso.

Forse è proprio questo il movimento più riuscito di Viscera Mundi: rendere estraneo ciò che conosciamo da sempre.

Una melagrana.

Un bulbo.

Una foglia.

Oggetti quotidiani, quasi poveri, improvvisamente capaci di contenere nascita, sessualità, nutrimento, morte, ritorno.

E poi rimane quella grande apertura centrale.

Sta lì, sproporzionata rispetto alle altre forme, spalancata verso chi guarda. Ha qualcosa di vulnerabile. I margini sembrano potersi spezzare con un dito. La materia ceramica, che il fuoco ha reso dura, conserva visivamente la fragilità della carne.

Forse Viscera Mundi parla soprattutto di questo paradosso.

La vita protegge il proprio interno e, a un certo punto, deve esporlo.

Ogni nascita contiene una rottura.

Ogni nutrimento richiede una trasformazione.

Ogni seme deve lasciare il luogo che lo ha custodito.

Sandra Massaro costruisce così una piccola anatomia della Terra. Pochi elementi, nessuna monumentalità, nessuna necessità di raccontare una storia. Basta aprire le forme.

Dentro, il mondo continua a generare se stesso.

 

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Mario Scippa è architetto, perito d’arte e antiquariato, scrittore e fotografo. Da anni affianca il fratello Gennaro nella gestione di uno showroom in Via Vannella Gaetani,  a Napoli, un luogo che è insieme bottega, laboratorio di idee e osservatorio privilegiato sulle forme del gusto, della storia e della città.

La sua attività si muove con naturalezza tra discipline diverse: scrittura, critica culturale, storia dell’arte, fotografia, immaginario urbano.

Il suo sguardo è sempre rivolto alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo e alle tracce che la memoria lascia nello spazio pubblico, come se ogni strada, ogni edificio, ogni oggetto custodisse una storia in attesa di essere decifrata.

Nel suo lavoro, Scippa indaga le forme della città, i suoi simboli, le sue architetture e le sue diverse rappresentazioni visive.

Per lui la città non è solo un luogo, ma un organismo narrativo: un intreccio di segni, di eredità, di tensioni, di memorie che continuano a sedimentarsi e a riemergere.

 

 

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