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Diari di Cultura – Claudio Stassi: il segno, la memoria, le persone di Sergio Sivori | 17

Claudio Stassi racconta in un intervista  il suo percorso nel fumetto tra memoria, storia, impegno civile, Palermo, Barcellona e nuove storie

di Sergio Sivori

Claudio Stassi

Con Claudio Stassi mi lega un’amicizia che negli anni ha avuto modo di consolidarsi anche attraverso la comune frequentazione del mondo della cultura e dell’arte, e attraverso quella reciproca curiosità che nasce quando ci si incontra e si condividono interessi, esperienze e percorsi, anche differenti.

Ricordo con particolare affetto un’esperienza che ci ha visto, in qualche modo, dall’altra parte del rapporto abituale tra intervistatore e intervistato: l’intervista che Claudio mi fece trasformandola in fumetto per Revolution Complex, il volume pubblicato da Norma Editorial a Barcellona nel 2011, dedicato alle testimonianze e alle inquietudini sociali emerse intorno al movimento del 15-M.

Claudio non si limitò a raccogliere una testimonianza: la trasformò in immagini, interpretando attraverso il proprio segno ciò che aveva ascoltato. Essere intervistato in quel modo, e poi ritrovarsi dentro una storia a fumetti, è stata per me un’esperienza curiosa e, ancora oggi, particolarmente cara.

È proprio da quel ricordo che voglio partire per parlare con Claudio del suo lavoro, del suo rapporto con le persone che racconta, della memoria, del fumetto e di quello spazio, sempre interessante, in cui una storia reale incontra lo sguardo di chi decide di trasformarla in immagini.

Dagli esordi a Brancaccio

Claudio, partiamo dall’inizio. Sei nato e cresciuto a Palermo, hai studiato arte e sei arrivato al fumetto attraverso un percorso personale, lontano da una formazione specificamente fumettistica. Poi arriva Brancaccio – Storie di mafia quotidiana, realizzato con Giovanni Di Gregorio, un’opera che segna profondamente il tuo percorso e che ottiene importanti riconoscimenti. Che cosa rappresentò davvero Brancaccio per il Claudio che stava iniziando? E quanto di quella Palermo, di quel quartiere e di quella realtà è ancora dentro il tuo modo di raccontare?

Quando penso ai miei inizi penso soprattutto a una grande curiosità e a una certa incoscienza. Sono arrivato al fumetto quasi naturalmente, senza avere alle spalle una formazione specifica da fumettista. Avevo studiato arte, disegnavo e cercavo semplicemente un modo per raccontare quello che vedevo e quello che sentivo. Il fumetto mi ha dato la possibilità di unire tutte queste cose.

Brancaccio è arrivato in un momento fondamentale. Lavorare con Giovanni Di Gregorio a una storia ambientata in quel quartiere significava confrontarsi con una realtà che conoscevo non soltanto attraverso i libri o i giornali, ma attraverso la mia esperienza di palermitano. Non volevo però fare un racconto sulla mafia nel senso più classico del termine. Mi interessava raccontare la quotidianità, la presenza della mafia nella vita delle persone, il modo in cui può diventare quasi invisibile proprio perché è dentro le cose di tutti i giorni.

Per me Brancaccio è stato anche il momento in cui ho capito che il disegno poteva avere una responsabilità. Non era soltanto una questione estetica o narrativa: attraverso le immagini potevo raccontare un luogo, delle persone, una realtà che conoscevo e che sentivo profondamente mia.

Quella Palermo è ancora dentro il mio lavoro, probabilmente più di quanto io stesso riesca a controllare. È nel modo in cui guardo le strade, i volti, la luce, le periferie, ma soprattutto nel rapporto che ho con la memoria. Anche quando racconto luoghi lontani da Palermo, credo di portarli con me.

 Da una storia reale a una responsabilità civile

Dopo Brancaccio arriva Per questo mi chiamo Giovanni, tratto dal romanzo di Luigi Garlando e dedicato alla figura di Giovanni Falcone. È un passaggio importante: dalla mafia raccontata attraverso la quotidianità di un quartiere alla necessità di raccontare ai più giovani una figura storica e civile come Falcone. Hai raccontato che all’inizio avevi anche una certa soggezione nell’affrontare un personaggio così importante. Che cosa succede dentro un autore quando sente che il proprio lavoro non deve soltanto raccontare una storia, ma contribuire a trasmettere una memoria?

Con “Per questo mi chiamo Giovanni” la responsabilità è diventata ancora più evidente. Giovanni Falcone non era semplicemente un personaggio da rappresentare: era una persona reale, una figura che apparteneva alla storia recente del mio Paese e, per me, anche alla storia della mia città.

All’inizio avevo una certa soggezione, proprio perché sentivo il peso di quello che Falcone rappresentava. Ma credo che quella soggezione sia stata anche utile. Ti obbliga a non affrontare il lavoro con superficialità. Quando sai che quello che stai raccontando potrà arrivare a un ragazzo che magari per la prima volta sente parlare di Falcone, capisci che ogni scelta diventa importante.

La memoria, però, secondo me non si trasmette soltanto attraverso le date e i fatti. Deve diventare qualcosa di umano. Bisogna riuscire a restituire un volto, una voce, dei sentimenti. Falcone non può essere soltanto una fotografia, una statua, un nome in un libro di storia. Deve tornare a essere una persona.

E forse è proprio questo che può fare il fumetto: rendere accessibile una memoria senza impoverirla. Se un ragazzo chiude un libro e continua a pensare a quella storia, allora qualcosa è successo davvero.

Il fumetto come testimonianza

Nel corso degli anni hai continuato a muoverti tra storia, memoria, realtà e impegno civile, alternando graphic novel, collaborazioni e serie come Dylan Dog e Dampyr. Mi interessa questo passaggio: quanto il lavoro su personaggi e universi narrativi già esistenti ha modificato il tuo modo di disegnare e di raccontare? E, al contrario, quanto il tuo sguardo personale è riuscito a entrare anche dentro quei mondi?

Lavorare su personaggi e universi già esistenti, come Dylan Dog o Dampyr, è stato un esercizio molto importante. Quando entri in un mondo che esiste già devi imparare ad ascoltarlo prima ancora di disegnarlo. Ci sono personaggi, atmosfere, regole, lettori che hanno già un rapporto molto forte con quel mondo.

Questo ti insegna una cosa fondamentale: non puoi pensare che il tuo stile sia sufficiente. Devi metterti al servizio della storia.

Allo stesso tempo, però, credo che sia impossibile cancellare completamente il proprio sguardo. Anche quando disegni un personaggio creato da altri, lo stai inevitabilmente interpretando. Il modo in cui costruisci un volto, un’inquadratura, un’ombra o un movimento porta con sé qualcosa di te.

Per me è stato un continuo andare e venire tra disciplina e libertà. Da una parte imparare a rispettare un universo narrativo, dall’altra cercare lo spazio per poterlo attraversare con il mio linguaggio.

E questa esperienza mi è servita moltissimo anche quando sono tornato a raccontare storie più personali. A volte per trovare la propria voce bisogna prima imparare ad ascoltare quella degli altri.

 Palermo, Barcellona e il cambiamento dello sguardo

A un certo punto Palermo e Barcellona diventano due luoghi fondamentali della tua esperienza. Barcellona non è soltanto la città in cui vivi e lavori: è anche il luogo dal quale hai guardato l’Italia e la Sicilia con una certa distanza. Quanto cambia il modo di raccontare il proprio Paese quando lo si osserva da fuori? E cosa hai scoperto della tua Sicilia proprio dopo essertene allontanato?

Andare a vivere a Barcellona mi ha permesso di prendere una distanza che, vivendo a Palermo, probabilmente non avrei mai avuto. Quando sei immerso completamente in un luogo rischi di non riuscire più a vederlo. Diventa parte del paesaggio quotidiano e smetti di interrogarti su quello che significa.

Da fuori, invece, alcune cose diventano più evidenti. Ho cominciato a guardare Palermo con una sorta di nostalgia, ma anche con maggiore lucidità. Ho capito che la distanza non significa necessariamente allontanarsi: a volte è un modo diverso per tornare.

Barcellona mi ha dato molto anche professionalmente. È una città con una tradizione artistica e fumettistica enorme, e viverci significa confrontarsi quotidianamente con culture, lingue e modi diversi di intendere il racconto.

Ma soprattutto mi ha fatto capire quanto la Sicilia fosse presente dentro di me. Pensavo di essermene allontanato e invece scoprivo continuamente di portarmela dietro. Nei colori, nei paesaggi, nella luce, nei volti, nel modo di raccontare le persone.

Forse è questo il paradosso dell’emigrazione: parti per costruire qualcosa di nuovo e, a un certo punto, ti accorgi che una parte importante di quello che sei te la sei portata nella valigia.

La letteratura entra nel fumetto

Negli anni successivi il tuo lavoro si confronta sempre più con la letteratura, attraverso adattamenti come La città dei prodigi di Eduardo Mendoza, Nada di Carmen Laforet e I pazienti del dottor García di Almudena Grandes. Che rapporto hai con gli scrittori che traduci in immagini? Quando prendi in mano un romanzo già compiuto, senti di dover essere fedele all’autore oppure di avere il diritto — e forse il dovere — di tradirlo un po’ per ritrovare la tua voce?

Adattare un romanzo significa entrare in casa di qualcun altro. Devi avere rispetto per quello che trovi, ma non puoi limitarti a fotografarlo.

Quando lavoro su un testo letterario, la fedeltà per me non significa riprodurre ogni pagina o ogni frase. Significa cercare di capire quale sia il cuore della storia, che cosa l’autore vuole davvero raccontare, e poi trovare il modo di farlo funzionare attraverso un linguaggio completamente diverso.

Il fumetto non è letteratura illustrata. Ha tempi, silenzi, ritmo e strumenti propri. Una frase che in un romanzo può occupare una pagina, nel fumetto magari può essere sostituita da un’immagine. E quella trasformazione è proprio il lavoro dell’adattamento.

Quindi sì, credo che sia necessario tradire un po’. Ma bisogna tradire con rispetto e, soprattutto, con consapevolezza. Quando prendo un romanzo di Eduardo Mendoza, Carmen Laforet o Almudena Grandes, non cerco di diventare loro. Cerco di capire che cosa mi ha colpito della loro voce e di trasformarlo nella mia.

Alla fine l’adattamento deve essere un incontro tra due autori e due linguaggi. Se rimane soltanto il primo autore, non è un vero adattamento; se rimane soltanto il secondo, si perde l’opera originale.

 Dal disegnatore all’autore completo

Con República compi un passaggio particolarmente significativo: per la prima volta affronti una graphic novel come autore completo, partendo da un fatto realmente accaduto e intrecciando la memoria della Spagna della Seconda Repubblica con le vicende personali dei protagonisti. L’opera nasce anche dal ritrovamento di una pellicola e di un quaderno rimasti nascosti per decenni. Che cosa cambia quando non devi più soltanto interpretare la storia di qualcun altro, ma sei tu a costruirne contemporaneamente soggetto, sceneggiatura e immagini?

Con República è cambiato soprattutto il rapporto che avevo con la storia. Quando sei soltanto disegnatore, anche se partecipi profondamente al progetto, parti comunque da una storia che qualcun altro ha costruito. In questo caso, invece, tutto nasceva anche dalle mie domande, dalle mie ricerche, dalle cose che avevo scoperto.

Il ritrovamento della pellicola e del quaderno è stato fondamentale perché mi ha dato un punto di partenza concreto. Non volevo semplicemente raccontare la Seconda Repubblica spagnola come un periodo storico: volevo capire come la Storia, quella con la S maiuscola, potesse entrare nella vita delle singole persone.

Essere autore completo significa avere una responsabilità maggiore, perché non puoi nasconderti dietro le scelte di qualcun altro. Soggetto, sceneggiatura e disegno devono dialogare continuamente. E questo, paradossalmente, mi ha fatto sentire anche più libero.

Ho scoperto che scrivere e disegnare non sono due momenti separati. A volte una storia nasce da un’immagine, altre volte un’immagine nasce da una frase. Il lavoro diventa un dialogo continuo tra quello che pensi e quello che riesci a vedere.

República mi ha permesso quindi di mettere insieme il disegnatore che ero stato fino a quel momento e l’autore che stavo diventando.

 La domanda che resta

Guardando oggi il tuo percorso — dagli esordi a Brancaccio, da Falcone alla storia, dagli adattamenti letterari alle tue opere più personali — sembra esserci un filo che torna continuamente: la necessità di dare un volto e una voce alla memoria, soprattutto a ciò che rischia di essere dimenticato.

Ti chiedo allora una cosa molto semplice, ma forse non facile: che cosa stai cercando oggi, quando prendi una matita e cominci una nuova storia? E c’è ancora qualcosa che senti di dover raccontare, prima di tutto a te stesso?

Oggi, quando prendo una matita, cerco soprattutto una cosa: una storia che abbia qualcosa da dirmi.

Non necessariamente una storia importante nel senso tradizionale del termine. Può essere anche una vicenda molto intima, un personaggio apparentemente piccolo. Quello che mi interessa è trovare qualcosa che mi costringa a guardare la realtà da un punto di vista diverso.

La memoria continua a essere importante nel mio lavoro perché credo che dimenticare sia molto facile. Raccontare, invece, significa provare a lasciare una traccia. Ma con il tempo ho capito che non voglio raccontare soltanto ciò che è accaduto: mi interessa anche capire che cosa rimane dentro di noi dopo che è accaduto.

Forse oggi cerco proprio questo: ciò che resta.

E sì, ci sono ancora storie che sento di dover raccontare. Ma non so mai se le racconto prima agli altri o prima a me stesso. Probabilmente entrambe le cose coincidono. Quando una storia mi rimane dentro per molto tempo, quando continua a tornare, prima o poi devo affrontarla. È il mio modo di fare i conti con qualcosa.

Alla fine il motivo per cui continuo a disegnare è ancora molto simile a quello degli inizi: cercare di capire il mondo attraverso le immagini. Solo che oggi so che, mentre cerco di capire il mondo, sto cercando di capire anche me stesso.

 

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Sergio Sivori è un costruttore di cultura. Oltre alla sua attività artistica, Sivori è ideatore e promotore di progetti culturali che mettono al centro la comunità, il territorio e la dimensione partecipativa dell’arte.

La sua visione si fonda su tre principi fondamentali: arte come responsabilità civile, cultura come spazio di incontro, creazione di contesti, non solo di opere.

In un’Italia che negli ultimi anni ha visto crescere festival, rassegne e iniziative interdisciplinari, Sivori interpreta questo movimento con una sensibilità particolare: per lui, l’arte non è solo produzione, ma relazione.

In un tempo che tende alla semplificazione, Sergio Sivori rappresenta una presenza complessa, plurale, rigorosa.

La sua opera attraversa i linguaggi senza disperdersi, costruendo un’identità artistica riconoscibile, nutrita da una ricerca costante e da una profonda attenzione all’umano.

 

Un pensiero su “Diari di Cultura – Claudio Stassi: il segno, la memoria, le persone di Sergio Sivori | 17”

  • Elena cuccaro

    Che i tetessante!! Provero’ a far leghere quacbe fu.etto realizzato da lui ai .iei studenti qua do trattiamo la tematica della legalita’. Molto vsrino anche il fu.etto di chui sei protagonisra….

    Rispondi

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