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Diari di Cultura-Il tempo dell’opera viva di Sergio Sivori | 15

L’opera viva di teatro e danza nasce nell’istante e nell’incontro tra artisti e spettatori, lasciando una traccia oltre il tempo

di Sergio Sivori

Il tempo dell’opera viva

C’è una forma d’arte che non può essere messa da parte.

Non può essere riposta in un cassetto, custodita in una teca, appesa a una parete. Non può essere conservata nella sua forma originaria, perché la sua stessa esistenza coincide con il momento in cui accade.

È il teatro. È la danza.

Sono arti che hanno nel tempo la propria materia e nel corpo il proprio strumento. La loro opera non si limita a essere mostrata: prende vita davanti a qualcuno, in uno spazio preciso, dentro una durata che non può essere separata dall’esperienza.

Ogni spettacolo nasce e muore nello stesso momento.

E proprio per questo è vivo.

Il teatro esiste nell’incontro tra un corpo che agisce e uno sguardo che riceve. La danza nasce dal movimento, ma non si esaurisce nel movimento: ciò che accade tra il danzatore e chi osserva modifica continuamente la percezione dell’opera.

Non basta che un attore compia un’azione. Non basta che un danzatore esegua una sequenza.

È necessario che qualcosa accada.

Quell’accadimento non appartiene esclusivamente a chi è sulla scena. Appartiene anche a chi è seduto in platea, a chi ascolta, a chi guarda, a chi respira nello stesso spazio.

Lo spettacolo dal vivo nasce dalla contemporaneità fisica di chi agisce e di chi assiste.

La scena e il pubblico condividono lo stesso tempo.

È in quella prossimità che l’opera prende forma.

Per questo una replica non è mai davvero una replica.

Il testo può essere lo stesso. La coreografia può essere la stessa, la musica può seguire la medesima partitura. Eppure qualcosa cambia.

Cambia il corpo dell’attore.

Cambia il corpo del danzatore.

Cambiano gli spettatori .

Cambia il ritmo dell’ascolto, cambia la qualità dell’attenzione, cambia la relazione tra chi è sulla scena e chi la osserva. Cambia perfino ciò che non sappiamo nominare e che tuttavia condiziona il modo in cui un evento attraversa chi vi partecipa.

L’opera, allora, non viene semplicemente ripetuta.

Viene nuovamente generata.

Nel lavoro con gli attori mi è capitato più volte di pensare che una determinata fase fosse finalmente acquisita. Una certa qualità del corpo, un modo di stare nello spazio, una relazione tra due azioni sembravano essersi stabilizzati abbastanza da poter essere considerati un punto fermo e permetterci di procedere.

Poi arrivava una nuova prova.

Bastava introdurre un elemento successivo, modificare una relazione, cambiare il ritmo di un’azione, perché ciò che avevamo considerato acquisito cominciasse a trasformarsi. Non necessariamente in modo evidente. A volte si trattava di variazioni quasi impercettibili, difficili persino da individuare mentre accadevano. Eppure, osservando il lavoro nel suo insieme, diventava evidente che l’azione successiva aveva modificato anche quelle precedenti.

Era come se la parte già costruita non fosse veramente alle nostre spalle. Continuasse, invece, a essere riscritta da ciò che veniva dopo.

Questa esperienza ci ha costretti ad abbandonare una convinzione molto comune nel lavoro di costruzione di una performance: l’idea che procedere significhi necessariamente mettere al sicuro ciò che è stato fatto. Scoprivamo, prova dopo prova, che la partitura fisica non si comportava come una sequenza di elementi da fissare definitivamente, ma come un organismo nel quale ogni nuova azione poteva modificare il significato, la qualità e perfino la necessità di quelle precedenti.

In un certo senso, avevamo scoperto una cosa semplicissima: nel lavoro dell’attore, ciò che viene dopo può cambiare ciò che è venuto prima.

Naturalmente non era una scoperta teorica. Altri avevano intuito e formulato molto prima di noi problemi legati alla natura instabile della presenza scenica e alla relazione tra corpo, azione e tempo. Ma una cosa è incontrare un concetto attraverso la teoria, un’altra è trovarsi davanti a quel fenomeno durante una prova e doverci fare i conti.

È una conoscenza che il performer acquisisce soprattutto attraverso l’esperienza. La comprende perché la attraversa. E forse proprio per questo è difficile trasformarla completamente in una regola: ogni volta che si crede di aver raggiunto un punto definitivo, il lavoro ricomincia a muoversi.

È questa una delle caratteristiche più profonde del teatro e della danza: essere fedeli a una forma senza essere identici a ciò che è avvenuto prima.

La danza rende questa condizione particolarmente evidente. Il corpo del danzatore non è un supporto neutro della coreografia. È il luogo nel quale la coreografia accade.

Un movimento può essere stato provato centinaia di volte, ma il corpo che lo compie oggi non è quello di ieri. Anche quando la precisione tecnica rimane intatta, esiste una differenza nella tensione muscolare, nel respiro, nell’equilibrio, nell’energia, nella relazione con lo spazio.

Il gesto nasce e scompare.

Non può essere trattenuto.

La fotografia può fissarne una frazione di secondo. Il video può restituirne la successione. La documentazione può conservarne la memoria. Ma nessuna di queste forme coincide con il corpo che, in quel preciso istante, ha attraversato lo spazio davanti a noi.

Lo stesso accade all’attore.

Una battuta registrata rimane una traccia. Una fotografia può conservare un volto, una posizione, un costume. Un filmato può permetterci di rivedere una scena. Ma l’esperienza teatrale comprende anche ciò che nessuna macchina riesce a catturare interamente: l’attesa prima dell’ingresso, il silenzio della sala, la concentrazione dell’interprete, la risposta invisibile del pubblico, l’imprevisto, la tensione che attraversa lo spazio.

La registrazione conserva una testimonianza dell’evento.

Non conserva l’evento nella sua totalità.

Questa differenza è fondamentale.

 

Abbiamo sviluppato una straordinaria capacità di conservazione, ma rischiamo di dimenticare che conservare non significa necessariamente mantenere in vita.

Un archivio può custodire la memoria di uno spettacolo. Non può farlo accadere nuovamente nello stesso modo.

Un video può mostrarci una danza. Non può restituire il fatto che quel corpo fosse lì, a pochi metri da noi, nello stesso momento in cui lo stavamo guardando.

Una fotografia può documentare un attore sulla scena. Non può conservare la tensione che precede un’azione, né quella particolare condizione di presenza che la rende possibile.

Il teatro e la danza ci ricordano dunque qualcosa che la cultura contemporanea tende a rimuovere: non tutto ciò che ha valore deve necessariamente durare.

Esiste un valore nell’istante.

Esiste un valore nella perdita.

Esiste un valore in ciò che sappiamo di non poter possedere.

Forse è proprio questo che rende così necessaria l’esperienza dal vivo. Ci costringe alla presenza.

Non possiamo rimandare uno spettacolo già iniziato. Non possiamo chiedergli di aspettarci. Non possiamo tornare indietro e ripetere esattamente ciò che abbiamo appena vissuto.

Dobbiamo esserci.

Il teatro e la danza chiedono attenzione perché non possono essere consumati attraverso la distrazione.

Chiedono presenza.

Ma la presenza non riguarda soltanto lo spettatore. Riguarda anche l’artista.

 

L’attore deve essere presente al proprio corpo, alla propria voce, allo spazio e al partner. Il danzatore deve ascoltare il proprio corpo mentre ascolta lo spazio e gli altri corpi. La scena diventa così un luogo nel quale la presenza di ciascuno modifica quella degli altri.

È una relazione continua.

E proprio per questo l’opera non è completamente contenuta nella partitura, nel copione o nella coreografia.

Questi possono costituire il progetto dell’opera.

L’opera, però, accade dopo.

Accade quando quel progetto incontra un corpo, uno spazio, un tempo e uno spettatore.

Qui emerge una diversa idea di permanenza.

Un’opera teatrale può terminare dopo due ore. Una danza può durare pochi minuti. Le luci si spengono, il pubblico si alza, la sala si svuota. Apparentemente non rimane nulla.

Eppure qualcosa può essere rimasto.

Una frase.

Un’immagine.

Un movimento.

Una sensazione.

Una domanda.

Forse il vero archivio dell’opera viva è proprio questo: ciò che continua ad agire nella persona quando l’opera non c’è più.

Non è un archivio materiale.

È una trasformazione.

Alcune esperienze non sopravvivono perché vengono conservate, ma perché vengono interiorizzate.

Un gesto visto sulla scena può modificare il nostro modo di guardare un corpo. Una parola pronunciata da un attore può accompagnarci per anni. Una sequenza coreografica può rimanere nella memoria senza che ne ricordiamo esattamente la forma. Un silenzio può diventare più persistente di molte parole.

È questa la particolare forma di permanenza delle arti vive.

Non la permanenza dell’oggetto, ma quella dell’effetto.

Non ciò che rimane davanti ai nostri occhi, ma ciò che continua a vivere dentro di noi.

Il teatro e la danza sono fragili perché dipendono dalla presenza. Ma proprio questa fragilità costituisce la loro forza.

Non promettono l’eternità.

Promettono un incontro.

E ogni incontro autentico modifica, anche impercettibilmente, coloro che vi prendono parte.

Forse il compito dell’opera viva non è dunque quello di sottrarsi al tempo, ma di attraversarlo.

Accadere.

Scomparire.

Lasciare una traccia invisibile.

Per questo una scena vuota, dopo uno spettacolo, non è davvero vuota. Il corpo dell’attore non è più lì. Il danzatore ha abbandonato lo spazio. Il pubblico è andato via.

Eppure qualcosa continua nella memoria.

 

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Sergio Sivori è un costruttore di cultura. Oltre alla sua attività artistica, Sivori è ideatore e promotore di progetti culturali che mettono al centro la comunità, il territorio e la dimensione partecipativa dell’arte.

La sua visione si fonda su tre principi fondamentali: arte come responsabilità civile, cultura come spazio di incontro, creazione di contesti, non solo di opere.

In un’Italia che negli ultimi anni ha visto crescere festival, rassegne e iniziative interdisciplinari, Sivori interpreta questo movimento con una sensibilità particolare: per lui, l’arte non è solo produzione, ma relazione.

In un tempo che tende alla semplificazione, Sergio Sivori rappresenta una presenza complessa, plurale, rigorosa.

La sua opera attraversa i linguaggi senza disperdersi, costruendo un’identità artistica riconoscibile, nutrita da una ricerca costante e da una profonda attenzione all’umano.

 

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