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Diari di Cultura-Teatro e Scuola? Una relazione ancora tutta da costruire di Sergio Sivori | 8

Nel dibattito sulla scuola, il teatro rivela la sua forza educativa: un luogo di ascolto, presenza e relazione che aiuta gli studenti a conoscersi, a includere l’altro e a diventare cittadini più consapevoli

di Sergio Sivori

Ogni volta che entro in una scuola mi pongo la stessa domanda: perché il teatro continua a essere considerato un’attività marginale, quasi un premio da concedere alla fine dell’anno scolastico, e non uno degli strumenti fondamentali della formazione?

È una domanda che mi accompagna da molti anni. Nasce dall’esperienza, non dalla teoria. Ho incontrato migliaia di ragazzi. Alcuni arrivavano chiusi nel silenzio, altri nascosti dietro un’aggressività che era soltanto paura, altri ancora convinti di non avere nulla da dire. Poi accadeva qualcosa. Non un miracolo. Il teatro non fa miracoli. Fa una cosa molto più difficile: restituisce alle persone la possibilità di incontrare sé stesse.

Viviamo in una società che comunica incessantemente ma ascolta sempre meno. I giovani parlano attraverso uno schermo, affidano le emozioni a immagini, abbreviazioni, messaggi istantanei. La velocità ha sostituito la profondità. Il rumore ha preso il posto dell’ascolto.

Il teatro compie esattamente il percorso opposto.

Prima ancora della parola, insegna il silenzio.

Prima ancora dell’interpretazione, insegna la presenza.

Prima ancora della tecnica, insegna la responsabilità. Nello spazio scenico non si può fingere davvero. Gli spettatori percepiscono immediatamente quando un gesto è vuoto, quando una parola non appartiene a chi la pronuncia. È una lezione preziosa anche fuori dal teatro: l’autenticità non si improvvisa.

Per questo considero il laboratorio teatrale uno dei luoghi educativi più completi che esistano. Non è una fabbrica di attori. Non è un corso di dizione. Non è un esercizio di spettacolarizzazione.

È un luogo dove il corpo torna a pensare.

Dove il respiro ritrova il suo ritmo.

Dove la voce smette di essere rumore e diventa relazione.

Dove il gruppo scopre che nessuno si salva da solo.

La scuola parla giustamente di inclusione, di educazione civica, di rispetto delle differenze, di benessere emotivo. Sono parole importanti. Ma le parole, da sole, non bastano. L’educazione ha bisogno di esperienze.

Il teatro è una di queste.

Quando uno studente interpreta un personaggio lontano da sé, non sta recitando. Sta imparando a guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro individuo. È questo il primo esercizio di cittadinanza. È questo il fondamento dell’empatia. È questo che rende il teatro infinitamente più attuale di quanto molti siano disposti ad ammettere.

Ho visto studenti cambiare senza accorgersene. Non perché qualcuno glielo imponesse, ma perché il lavoro teatrale li costringeva ad ascoltare, a fidarsi, a rispettare i tempi dell’altro, a riconoscere i propri limiti senza vergognarsene. Nessuna lezione teorica possiede la stessa forza trasformativa di un’esperienza vissuta insieme.

E allora mi chiedo: perché continuiamo a relegare il teatro ai margini dell’educazione?

Forse perché misuriamo tutto ciò che è immediatamente quantificabile. Voti, competenze, risultati. Ma esistono apprendimenti che non entrano in una griglia di valutazione. Come si misura la nascita della fiducia? Come si valuta la scoperta della propria voce? Come si assegna un voto alla capacità di ascoltare davvero un altro essere umano?

Sono conquiste invisibili. Eppure sono quelle che accompagnano una persona per tutta la vita.

La scuola del futuro non avrà bisogno soltanto di studenti più preparati. Avrà bisogno di cittadini più consapevoli, più sensibili, più capaci di affrontare la complessità del nostro tempo. Se dimenticheremo questa dimensione, avremo forse formato professionisti competenti, ma difficilmente uomini e donne liberi.

Il teatro non offre soluzioni facili. Non elimina il disagio giovanile. Non cancella la solitudine. Non sostituisce la famiglia né la scuola.

Fa qualcosa di più umile e, proprio per questo, di più profondo.

Rimette l’essere umano al centro.

Per questa ragione continuo a pensare che il teatro non sia un lusso culturale, né un’attività integrativa, né un semplice strumento didattico. È un atto educativo. È un esercizio di libertà. È uno spazio in cui impariamo a riconoscere noi stessi attraverso lo sguardo dell’altro.

E se la scuola ha ancora il compito di formare persone prima che professionisti, allora il teatro non dovrebbe più bussare alla sua porta come un ospite occasionale.

Dovrebbe esserne, finalmente, uno degli spazi più vissuti.

 

Sergio Sivori è un costruttore di cultura. Oltre alla sua attività artistica, Sivori è ideatore e promotore di progetti culturali che mettono al centro la comunità, il territorio e la dimensione partecipativa dell’arte.

La sua visione si fonda su tre principi fondamentali: arte come responsabilità civile, cultura come spazio di incontro, creazione di contesti, non solo di opere.

In un’Italia che negli ultimi anni ha visto crescere festival, rassegne e iniziative interdisciplinari, Sivori interpreta questo movimento con una sensibilità particolare: per lui, l’arte non è solo produzione, ma relazione.

In un tempo che tende alla semplificazione, Sergio Sivori rappresenta una presenza complessa, plurale, rigorosa.

La sua opera attraversa i linguaggi senza disperdersi, costruendo un’identità artistica riconoscibile, nutrita da una ricerca costante e da una profonda attenzione all’umano.

Un pensiero su “Diari di Cultura-Teatro e Scuola? Una relazione ancora tutta da costruire di Sergio Sivori | 8

  • Elena cuccaro

    Sono assolutamente d accordo dobrebbe essere una materoa curricolare!

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