Diari di Frontiera- Il corpo del sovrano e l’ordine del salotto. La biopolitica dell’addomesticamento nell’Odissea di Pindemonte di Ivan Pozzoni | 4
Quando la traduzione diventa uno strumento di potere: il mito di Omeroe l’Odissea reinterpretato da Pindemonte attraverso la cultura e l’ideologia dell’Ottocento
di Ivan Pozzoni
Il governo dei corpi e la bonifica dell’epos
Ogni ordinamento culturale, al fine di esercitare un’efficace presa biopolitica e garantire la riproduzione dei propri rapporti dominanti, necessita di convertire il trauma caotico del mito in un repertorio di modelli disciplinati. Quando lo studio della ricezione letteraria si accosta al testo omerico attraverso la celebre traduzione ottocentesca operata da Ippolito Pindemonte, l’oggetto di studio – l’antico codice della violenza sommaria, del prelievo piratesco e dell’arbitrio biologico- subisce una radicale sottomissione pastorale. Il traduttore non compie un travaso paritetico, ma attiva una micro-fisica della correzione morale, finalizzata a purgare l’epica dalle sue asperità per riallinearla alle coordinate protettive del proprio salotto aristocratico e del retroterra cattolico. Questa transizione risponde ai rigidi imperativi di un pubblico d’elezione composto dall’alto clero, da cardinali, vescovi e nobildonne, i quali esigevano la neutralizzazione di ogni perturbante storicità.
I meccanismi di questa riscrittura agiscono, anzitutto, attraverso la censura e la sostituzione eufemistica delle categorie della sussistenza materiale e della carne. Scompaiono le ruvide materialità della vita pastorale e della stratificazione servile: i «porci» di Eumeo si convertono, elegantemente, in «madri feconde», e lo stesso «porcaio» viene nobilitato in «custode» a eliminare il marchio della degradazione sociale. Allo stesso modo, le relazioni sessuali e l’abuso materiale – come i rapporti carnali tra le ancelle di Penelope e i Proci, o l’unione libidica tra Marte e Venere nel canto di Demodoco- vengono interamente neutralizzate e private di ogni forza pulsionale. Ciò che viene generato non è l’eroe polimorfo e violento del mito, ma un Ulisse pacifista, un buon patriota e un monarca illuminato, interamente epurato da quel fondo barbaro che ne costituiva l’autentico statuto d’azione.
La pragmatica del controllo testuale e l’eliminazione del reato
Esaminando l’oggetto di studio attraverso le lenti della pragmatica linguistica contemporanea e della critica letteraria analitica, si constata come l’interprete non istituisca un rapporto dialogico con la storicità omerica, ma imponga un monologo assimilatore volto alla governamentalità del senso. Sul piano microtestuale, il traduttore riorganizza sistematicamente le dinamiche dell’interazione discorsiva secondo le prospettive della teoria della pertinenza di Dan Sperber e Deirdre Wilson (Relevance: Communication and Cognition, 1986), riducendo l’ambiguità interpretativa e guidando il lettore verso inferenze predeterminate; al contempo applica rigide strategie di contestualizzazione e framing interazionale, riconducibili alla sociolinguistica interazionale di John J. Gumperz (Discourse Strategies, 1982) e alla riflessione di Deborah Tannen (Talking Voices, 1989), orientando la ricezione morale entro coordinate ideologiche previamente stabilite. Un esempio lampante di questo intervento repressivo si colloca nel libro XVI, dove viene deliberatamente espunta e omessa la traduzione dei versi in cui i Proci esplicitano la pragmatica del loro disegno predatorio e patrimoniale: «teniamoci noi la sua sostanza e le sei ricchezze, e dividiamoci tra noi ogni cosa». L’esibizione di una simile amoralità economica e di un’appropriazione violenta delle risorse avrebbe infranto la stabilità del quadro precostituito della legalità borghese. L’universo originario dell’Odissea presentava un protagonista costituzionalmente legato allo statuto della pirateria e alla legittimità del saccheggio come dinamica biopolitica d’accumulazione arcaica. Si consideri la citazione significativa che descrive l’assalto alle comunità stanziali: «la distruzione della città e l’uccisione degli abitanti maschi e la cattura in schiavitù delle donne» (scrive Tucidide in I, 5 «οὐκ ἔχοντός πω αἰσχύνην τούτου τοῦ ἔργου, φέροντος δέ τι καὶ δόξης μᾶλλον», «né tal genere di attività [la pirateria] aveva alcunché di vergognoso a quei tempi, anzi arrecava piuttosto una certa gloria»), un contesto in cui la popolazione femminile viene esplicitamente «omologata agli oggetti preziosi razziati» (Di Benedetto, 2010).
Questa normatività del sangue viene rigettata dall’adattamento neoclassico. L’interprete forza il testo attraverso formule stereotipate, introducendo l’epiteto fisso «il saggio Ulisse» e attribuendogli enunciati intrisi di «mitezza», di «pacifico regno» e di una «pace tranquilla». L’antico pirata viene riconvertito nel magistrato ottimale dell’Europa sette-ottocentesca. Questo processo trova un corrispettivo rigoroso nella storia sociale e nell’antropologia dell’arte: tra il Quattrocento e il Settecento, artisti come Mantegna, Perugino, Jordaens, Tintoretto o David riducono Atena a una fredda personificazione allegorica della Sapienza di Stato, occultando la sua spaventosa natura antropologica di «predatrice guida dell’esercito» e divinità che «ama i clamori e guerre e battaglie».
Cartografie della reazione: neuroestetica e habitus disciplinare
Il dibattito scientifico sviluppatosi tra il 2000 e il 2026 ha profondamente rinnovato gli studi sulla ricezione letteraria, integrando la critica testuale con la sociologia della cultura e le scienze cognitive. In questa prospettiva, la traduzione non è considerata un’operazione neutrale, ma una pratica di mediazione culturalmente situata, nella quale l’interprete rifunzionalizza il testo secondo specifici orizzonti ideologici. Le riflessioni di Rita Felski (Uses of Literature, 2008), Yves Citton (Pour une écologie de l’attention, 2014) e Michele Cometa (Perché le storie ci aiutano a vivere, 2017) hanno evidenziato come ogni interpretazione sia socialmente e cognitivamente orientata. In tale quadro, le scelte formali del traduttore possono essere lette come espressione di uno specifico habitus, nel senso di Pierre Bourdieu, volto a orientare la ricezione entro modelli condivisi di ordine morale e culturale. La riduzione dei personaggi a tipi fissi, prevedibili ed esemplari – si veda Telemaco, costantemente ridotto al ruolo di «buon figliuolo» vigilato da una ferrea «ragione e dalla buona educazione»- risponde alla necessità di rassicurare le élite dominanti, proiettando sul testo antico un ideale di controllo sociale e di assoluta sottomissione alle gerarchie costituite contro i traumi della contingenza storica. Parallelamente, l’approccio neuroestetico illumina le reazioni emotive e cognitive indotte da questa operazione di levigatura stilistica. Il testo omerico originario, con la sua esibizione di corpi straziati, cannibalismo rituale e fluidità erotica – come la relazione sensuale con Calipso in un paradiso naturale tale da poter incantare perfino gli dèi («ἔνθα κ᾽ ἔπειτα καὶ ἀθάνατός περ ἐπελθὼν/ θηήσαιτο ἰδὼν καὶ τερφθείη φρεσὶν ᾗσιν»)- attiva nel ricevente una forte stimolazione cognitiva legata alla categoria del disturbante (unheimlich). L’adattamento borghese opera una bonifica cognitiva ed emotiva: eliminando le componenti caotiche del mito, stabilizza la risposta neuronale del pubblico dell’epoca, conducendola entro i binari protetti di una gratificante e prevedibile catarsi neoclassica. I marcatori testuali individuati dalla critica analitica – la reiterazione ossessiva di qualificazioni iperboliche come «sovrumano provvido» o «saggio» distribuite chirurgicamente nei canti VII, VIII, XIII, XVI, XVII, XVIII, XXI e XXII- fungono da dispositivi di condizionamento volti a immunizzare il lettore dalla tragica complessità dell’archetipo greco.
La sovranità pastorale e il controllo dell’alterità tragica
Questa operazione di addomesticamento del poema arcaico dialoga con le recenti riflessioni sulla manipolazione dei codici culturali. Il tentativo di ricondurre la complessità dell’eroe omerico entro una griglia morale può essere interpretato, in una prospettiva contemporanea, come una forma di violenza simbolica, nel senso di Pierre Bourdieu (La domination masculine, 1998), e di mediazione ideologica della ricezione, secondo le riflessioni di Yves Citton (L’avenir des humanités, 2010; Pour une écologie de l’attention, 2014). Il traduttore non conserva l’alterità del testo, ma la rifunzionalizza secondo gli orizzonti morali della cultura egemone, trasformando la traduzione in un dispositivo di normalizzazione simbolica. Pindemonte si rapporta al testo originale non con la postura del testimone storico, ma con quella del sovrano che impone la propria legge biologica sul corpo del testo. Il mondo frastagliato e problematico di Omero viene espropriato della sua storicità e convertito in un feticcio ideologico, un alter ego narcisisticamente glorificato in cui l’aristocrazia del tempo potesse specchiarsi per trovare una legittimazione estetica e morale. L’antico signore di Itaca viene orbato della sua complessità e trasformato in una rassicurante figura patriarcale, «a tutti padre / Più assai, che Re», compiendo un atto di normalizzazione che azzera la distanza critica e impone un monologo conformista sul panorama selvaggio del mito.
Conclusioni: la favola morale e il silenzio del mito
Per riassumere la questione, l’Odissea trasmessa ai lettori dell’Ottocento riflette i valori, i timori e gli orizzonti morali della cultura egemone molto più di quanto restituisca la storicità del mondo omerico. Pindemonte non compie un’operazione filologica, ma rifunzionalizza un poema arcaico, ruvido e violento, adattandolo ai codici educativi e religiosi del proprio tempo. Letta alla luce dei più recenti studi sulla ricezione e sulla mediazione culturale, questa strategia conferma come ogni traduzione costituisca una pratica di produzione del significato, storicamente e ideologicamente situata, secondo le prospettive delineate da Rita Felski (Hooked, 2020) e Toril Moi (Revolution of the Ordinary, 2017). Ulisse cessa di essere un pirata ambiguo ed egoista, pronto a uccidere e saccheggiare per sopravvivere, e diventa un perfetto re saggio, un padre devoto e un governante illuminato guidato solo dal senso del dovere. Ogni traccia di crudezza materiale – come i maiali di Eumeo nascosti sotto espressioni eleganti, le minacce di morte dei Proci censurate per non turbare i lettori, o la sessualità esplicita delle dee e delle ancelle- viene sistematicamente cancellata o addolcita. In conclusione, la traduzione si rivela un grande monologo culturale: l’autore ha dovuto proteggere il lettore dall’impatto forte del mito greco, preferendo trasformare un affresco arcaico e feroce in una rassicurante e piacevole favola morale adatta ai salotti della buona società del tempo.
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.
