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Diari di Frontiera – No Desire to Open My Mouth di Nadia Anjuman come modello del tardo modernismo afghano di Ivan Pozzoni | 6

Nadia Anjuman, voce poetica dell’Afghanistan tra silenzio imposto, tradizione persiana e resistenza della parola

di Ivan Pozzoni

La poesia di Nadia Anjuman si pone come un punto di snodo tra la frammentazione estetica tardo-modernista e la sopravvivenza esistenziale radicale. Nata a Herat nel 1980, Anjuman ha vissuto la proibizione dell’istruzione femminile imposta dai talebani e ha frequentato clandestinamente la Scuola di Cucito dell’Ago d’Oro, un luogo in cui le giovani donne potevano studiare letteratura e discutere di poesia. La sua scrittura, tuttavia, non si esaurisce nella testimonianza socio-politica: il trauma viene trasformato in forma attraverso una tensione costante tra la tradizione poetica persiana e la soggettività moderna, tra la parola e la sua interdizione. In Nessun desiderio di aprire la bocca, una delle sue poesie più note, questo conflitto assume immediatamente una dimensione corporea: «دهن باز کردن شوقی نیست / از چه بخوانم؟» (“There is no desire to open my mouth: what should I sing?” / “Non c’è alcun desiderio di aprire la bocca: di che cosa dovrei cantare?”). La poesia inizia così proprio nel momento in cui la parola appare impossibile. La voce lirica dichiara: «دهنم باید بسته باشد» (“My mouth should be sealed” / “La mia bocca dovrebbe essere sigillata”); eppure la reclusione non coincide con il silenzio assoluto: «هر لحظه به نجوا سخن از دل برهانم» (“At every moment I whisper words from my heart” / “In ogni momento sussurro parole dal mio cuore”). La poesia diventa quindi una pratica di sopravvivenza linguistica: il corpo è sottoposto a costrizione, mentre il linguaggio continua a produrre uno spazio alternativo. L’immagine decisiva è quella dell’ala imprigionata: «منِ پر بسته چه سازم که پریدن نتوانم» (“What can I do with my bound wing, which prevents me from flying?” / “Che cosa posso fare con la mia ala legata, che mi impedisce di volare?”).

Tuttavia, emerge immediatamente un’opportunità di rottura: «یاد آن روز گرامی که قفس را بشکافم / سر برون آرم از این عزلت و مستانه بخوانم» (“the remembrance of the day when the cage will be broken and the voice will emerge from isolation” / “il ricordo di quel giorno gradito in cui spezzerò la gabbia, tirerò fuori la testa da questo isolamento e canterò estasiata”). La “gabbia” non è quindi soltanto una metafora della condizione femminile: diventa una struttura formale, un limite contro il quale il testo mette alla prova la propria capacità di eccedere se stesso. La categoria del tardo modernismo italiano dovrebbe rivelarsi qui feconda, non come un’etichetta storica sovrapposta meccanicamente ad Anjuman, ma come uno strumento critico per leggere una soggettività che non si presenta più come unificata o coerente.

L’io poetico è simultaneamente vittima, testimone e agente della propria parola. La tradizione del ghazal non viene semplicemente rifiutata; al contrario, viene riappropriata come un dispositivo formale capace di contenere una nuova dissonanza storica. La forma classica diventa così il luogo di una frattura tardo-modernista.

La conclusione della poesia è esemplare: «من نه آن بید ضعیفم که ز هر باد بلرزم / دخت افغانم و برجاست که دایم به فغانم» (“I am not that weak willow that trembles in every wind; I am an Afghan woman, and it is right that I should continue to lament” / “Non sono quel debole salice che trema a ogni vento; sono una donna afghana, ed è giusto che io continui a lamentarmi”). La forza della poesia risiede precisamente in questa contraddizione: la voce riconosce la propria esposizione alla violenza senza trasformarla in retorica eroica.

Il lamento diventa una forma di presenza.

La morte di Anjuman nel 2005, all’età di venticinque anni, a seguito delle lesioni riportate durante un’aggressione domestica, ha interrotto tragicamente questa traiettoria biografica.

Tuttavia, ridurre la sua opera alla sua morte significherebbe riprodurre la medesima cancellazione a cui la sua poesia resiste. In «My mouth should be sealed» (“La mia bocca dovrebbe essere sigillata”) e, al contempo, «I never forget the melody» (“Non dimentico mai la melodia”), si condensa il suo paradosso fondamentale: la bocca è costretta al silenzio, eppure il ricordo della melodia sopravvive.

La poesia non elimina il trauma; piuttosto, rende il trauma linguisticamente irreducibile, trasformando l’assenza, la reclusione e la frammentazione dell’io in una traccia capace di continuare a parlare oltre il corpo.

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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue.

Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 

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