Il coraggio che non fa rumore
Nei racconti di Angela Pietrosanto un caleidoscopio di voci femminili, fragili e tenaci, che nascondono ferite invisibili e il coraggio ostinato di chi, nonostante tutto, continua a vivere
di Ciro Postiglione
In questi 12 frammenti di vita, spaesata e disorientata, c’è ancora chi lotta per emergere con forza dal buio più profondo dell’anima. Squarciando con coraggio il velo di una gelosa e pudica ritrosia, quasi come lo schermo di un impalpabile, quanto resistente ostacolo al raggiungimento dell’agognato nirvana, l’autrice ci presenta, pur nella sua molteplice diversità, un personaggio drammaticamente in balia della propria coscienza e che si muove nel misterioso labirinto che è la nostra breve esistenza, con le sue debolezze, le sue paure, le sue miserie, ma anche la sua forza, il suo coraggio, la sua ricchezza: questo personaggio è una donna, o meglio è la donna.
Anche se a prima vista potrebbe apparire come una irrisolta figura in cerca d’autore, in realtà ognuna delle protagoniste di questi racconti appare già tutta scolpita nella sua scontrosa impossibilità ad uniformarsi al mondo esterno. Eppure, ciononostante, la sua è una lotta per non farsi distruggere da esso, dai suoi condizionamenti, dalle sue false prospettive.
C’è qualcosa nelle diverse, ma sostanzialmente identiche protagoniste di questi straordinari racconti, scritti con l’emozionante consapevolezza di portare alla luce vicende di sorprendente attualità, c’è qualcosa – dicevo – che coinvolge e allo stesso momento turba il lettore maschio: l’accorgersi, stranito e improvviso, di non aver mai posseduto la lente giusta per scoprire l’ingranaggio del mondo femminile, di non essersi mai accorto che il muro che ne nascondeva il cammino fianco a fianco portava in cima cocci aguzzi di bottiglia creati a bella posta da lui stesso.
Questi racconti di donne, scritti da una donna, solo apparentemente sono rivolti all’attenzione delle donne. In essi si riconoscono, invece, le stigmate di un tradimento a lungo perpetrato, l’inganno di una superiorità che non ha assolutamente ragione d’essere, la richiesta di un’eguaglianza da parte di chi crea una vita per vedersela improvvisamente distrutta o mortificata. Questi sono davvero racconti per noi uomini, per noi che spesso ci sentiamo al centro dell’universo, intoccabili nella nostra perentorietà, inavvicinabili nella nostra superiorità, quasi sempre impossibilitati a saper vedere oltre lo schermo delle apparenze, a decifrare le richieste nascoste, a saper leggere l’inespresso e il sottinteso.
E, al centro di questa disarmante battaglia per la vita, si pone la realtà fragile della famiglia, analizzata con crudele, ma sincero anelito di speranza da parte dell’autrice, che si immedesima nelle tante donne che si avvicendano nella sua fertile fantasia, facendosi lei stessa personaggio della propria scrittura.
Così, sulla scena di un palcoscenico spoglio di inutili quinte, si rappresenta una continua e sofferta ricerca di una pace interiore tra madri a lungo rimpiante, figli mai nati, mariti amabili o traditori.
Le vittorie o le sconfitte si pongono, in questa prospettiva, come momenti di ineluttabili scontri, al di fuori e al di sopra della nostra volontà, come se fossero state scritte, indipendentemente da noi, da una Parca estranea e freddamente calcolatrice.
Il filo che ci guida in questo inestricabile labirinto di Arianna corre il rischio di spezzarsi nel momento in cui meno ce lo aspettiamo e le nostre lotte, i nostri sforzi, le nostre fatiche per abbattere i muri delle indifferenze e dei malintesi saranno costretti a trovare la loro ragione di esistere in una solidarietà che non è solo fredda facciata di convenienza o apparenza ipocrita di vicinanza, ma un vero paradigma di vita.
Con una sensibilità che arriva direttamente al cuore del lettore, l’autrice riesce mirabilmente a sgranare la storia di tante donne, che sono poi le mille sfaccettature di una stessa donna, in cui non si può non leggere come in filigrana la vicenda esistenziale della stessa autrice, forte nella sua debolezza, dolce nella sua amarezza, sperduta nelle sue certezze.
Quando Nora si presenta dal suo psicanalista “rassegnata ad un ennesimo fallimento”, si vede frantumare i propri pensieri dalla perentoria domanda che le viene posta: Ha fiducia?. Ma fiducia in che?
Nora, a mano a mano, si accorgerà che deve trovare la forza di andare avanti, perché il passato, qualunque sia stato, non esiste più, il passato deve diventare altro da noi, costretti a vivere un presente e un domani, che solo la nostra ritrovata coscienza potrà rendere più roseo, o meno devastante.
Quella virulenza repressa, quel compiacere agli altri per scelta o necessità, che in Nora avevano spostato la centralità della sua stessa persona, facendole smarrire la consapevolezza che … dov’è il cuore, là è la persona, cancellati finalmente dopo una laboriosa rimozione come fantasmi del proprio ego, le faranno capire che lei ha ormai conquistato una fiducia che sembrava perduta, ha ritrovato per miracolo un suo definitivo esistere, lontano dal suo passato, radicato nel suo presente.
Quante Nora, disorientate eppure volitive, in questi splendidi racconti di Angela Pietrosanto!
Una palpitante marea di vite diversamente vissute si presenta pagina dopo pagina alla nostra attenzione smarrita e perplessa: ora, è la ferita lacerante dei bambini mai nati o abbandonati privi di vita, ancora neonati, accanto a cassonetti di abiti usati.
Poi, i rapporti conflittuali tra figlie ribelli e madri severe, risolti solo dopo la scomparsa di queste ultime, in un doloroso taglio tardivo di cordone ombelicale.
Ed ancora, la violenza brutale sulle donne, gli schiaffi, le percosse, le cinghiate.
Infine, la difficoltà tragica, materiale e spirituale, di portare avanti un figlio disabile oppure la quotidiana fatica di allevare e far crescere le proprie creature in un mondo che ci appare ostile o falsamente seducente: tutto questo segna la disperazione delle varie Ornella, Agnese, Flora, Paula.
Eppure, in questo scenario che sembrerebbe senza luce, emerge forte e dirompente dal buio oltre la siepe, il coraggio di ricominciare.
Ne sa qualcosa Vera che, persa tragicamente la figlioletta in un incidente d’auto, dopo una vita stentata di miseria e alienazione, riesce a trovare una ragione di vita nell’alleviare le sofferenze delle altre, di tutte quelle che, come Carmela, Matilde, Carolina, Rachele, consumano i loro ultimi giorni in un misero letto di nosocomio provinciale.
Tra le epigrafi premesse ai singoli racconti, vere e proprie proiezioni della sostanza narrativa dei medesimi, mi piace ricordare quella di uno dei giganti della letteratura nordamericana contemporanea: il premio Nobel William Faulkner. Quando si presentò all’Accademia di Svezia per il discorso di accettazione del premio, l’autore di Santuario, Luce d’agosto e Assalonne, Assalonne, parlò della forza invincibile della scrittura e dell’uomo, dicendo tra l’altro: Credo che l’uomo non si limiti a resistere: credo che vincerà. È immortale, non perché è il solo tra le creature ad avere una voce inesauribile, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione e sacrificio e sopportazione.
