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Il fiume Drago a Portici, tra storia, fonti e fantasie d’autore

Il fiume Drago a Portici, tra le fonti d’acqua dolce alle falde del Vesuvio, le ricerche di Pietro Gargano e le ricostruzioni fantasiose di un altro autore. Un confronto puntuale sulle origini del “fiume invisibile” e sul metodo che dovrebbe guidare ogni cronista

di Stanislao Scognamiglio

Portici, vuoi o non vuoi, da qualche tempo è diventato il soggetto privilegiato di tanti autori. In un’epoca in cui chiunque può scrivere e pubblicare — tra carta stampata, blog e social — la città sembra essere diventata un palcoscenico aperto, dove ogni penna vuole dire la sua. Leggendo quanto pubblicato o sulla carta stampata o sul web, talvolta si resta alquanto stupiti per quanto posto all’attenzione del lettore.

A mo’ di esempio proponiamo un confronto tra due scritti.

Premesso che Il compianto valente giornalista e scrittore Pietro Gargano nel suo Il fiume invisibile Il Dragone di Portici, steso nel gennaio del 2002 per il 28esimo numero di I Quaderni Vesuviani, editi in San Giorgio a Cremano dal Laboratorio ricerche & studi vesuviani, diretto dall’architetto Aldo Vella, scrive:

L’Aretino: “… in radicibus Vesuvii Montis fontes sunt dulcium acquarum; fluvius ab his sit, qui Dragon appellatur”.

Sigonio: “Ad vesuvii Montis radices amnis est nomine Drago”.

Non occorre una conoscenza approfondita del latino per capire che alle falde del Vesuvio c’erano fonti di acqua dolce e un fiume chiamato Drago. C’erano, forse anzi ci sono. I due antichi autori, 1’Aretino e Sigonio, furono ripescati a fine Settecento dal buon parroco Nicola Nocerino – il primo storico di Portici – che segnalò il filo del fiume vesuviano sotto Palazzo Consiglio al Granatello: “…Il quale fiume, poi disperso e sotterrato dall’eruzioni del Vesuvio, si aprì la strada in varj luoghi, per varj sotterranei canali. Ed in vero il sopradetto sacerdote D. Pietro Imperato (il possessore del palazzo a quel tempo – ndr.) ci asserisce di aver egli medesimo veduto quest’acqua da figliolo correre sull’arena del lido, ed imboccarsi nel mare da sotto il suo palazzo; motivo per cui detto suo padre fe’ cavare il primo pozzo nel cortile grande del sopradetto palazzo verso quella linea, e gli riuscì d’incontrarla. Dopo alcuni anni fattone cavare un altro nel cortile inferiore sull’istessa direzione, incontrò la medesima acqua. Giunta in Napoli la notizia della nuova acqua, e sperimentatene la bontà, e virtù col consiglio de’ Medici, non furono pigri di servirsene quotidianamente. Ma col tratto del tempo serrati detti cortili da fabbriche, e da portoni, ed abitando il Padrone altrove, non sempre si poté avere la divisat’acqua.

Si ritrascrive, ora, quanto steso da tale Marco Gallo per la pagina 7 del N° 5 dell’Anno 0 di il Portici, pubblicato nel marzo del 2014, con il titolo Storia e leggende della nostra città Alla scoperta del Drago, il fiume invisibile.

Tutti conoscono la nostra bella cittadina come un posto dove le ville vesuviane e le campagne erano racchiuse a nord dal Vesuvio ed a sud dal mare. In seguito, la rapida urbanizzazione ha causato una profonda metamorfosi del territorio che ha radicalmente cambiato il volto della città.

Ma come reagireste se vi dicessi che a Portici scorreva un fiume?

Consentitemi anzitutto una necessaria citazione: per narrarvi questa storia farò ricorso ad alcune notizie portate in I Quaderni Vesuviani di Pietro Gargano. Ancora nel Settecento alle falde del Vesuvio c’erano fonti di acqua dolce e un fiume chiamato Drago. La prima testimonianza in proposito è attribuita ad uno scrittore noto come l’Aretino, che in un suo scritto narra della disavventura che lo vide coinvolto insieme all’amico Sigomio: i due caddero nel fiume, ma per loro fortuna furono tratti in salvo dal buon parroco Nicola Nocerino. Proprio il Nocerino – il primo storico porticese – segnalò il percorso del fiume vesuviano sotto Palazzo Consiglio al Granatello: Il quale fiume, poi disperso e sotterrato dell’eruzioni del Vesuvio, si aprì la strada in vari luoghi, per vari sotterranei canali. Ed invero il sopraddetto sacerdote D. Pietro Imperato (il possessore del palazzo a quel tempo – ndr) ci asserisce di aver egli medesimo veduto quest’acqua da figliolo correre sull’arena del lido, ed imboccarsi nel mare da sotto il suo palazzo; motivo per cui detto suo padre fe’ cavare il primo pozzo nel cortile grande del sopradetto palazzo verso quella linea, e gli riuscì d’incontrarla». La notizia della presenza di quest’acqua – che dal racconto di Nocerino si apprende fosse diuretica al pari di quella di Fiuggi – giunse ben presto a Napoli, ove per bontà e virtù i medici iniziarono a consigliarne un uso quotidiano.

Posto a confronto i due testi, relativamente alle parti evidenziate, lo scritto dal Gallo è del tutto inesatto e frutto di pura fantasia, in quanto:

dei citati due autori rinascimentali: Pietro Aretino, poeta, scrittore e drammaturgo; Arezzo, 20 aprile 1492 – Venezia, 21 ottobre 1556 e Carolus Sigonius = Carlo Sigonio or Sigone, umanista; Modena, 1524 circa  – ivi, 12 August 1584, per giunta presenti a Napoli in tempi diversi, sono stati “ripescati” non i loro corpi, bensì i loro versi per riproporli all’attenzione dei moderni lettori;

dall’annegamento nel menzionato fiume, in cui sono accidentalmente caduti, come gli stessi potevano essere stati porti in salvo dal reverendo parroco Nicola Nocerino se quei ha vissuto a Portici dal 27 marzo 1735 al 21 novembre 1809.

Astenendoci da ogni altra osservazione, ci premuniamo umilmente di suggerire ai potenziali cronisti, come a loro volta hanno fatto i nostri Maestri, mettendoci in guardia, di documentarsi esaurientemente e debitamente prima di raccontare un evento. perché messa per iscritto, una qualsiasi notizia, se non confutata, diventa storia.

 

 

 

 

 

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